Pace

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"La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione". (Albert Einstein)

 

Introduzione

Generalmente il termine pace non viene definito come un valore assoluto quanto piuttosto come contrapposizione al concetto di guerra. Del resto anche ogni riflessione filosofica o politica sull’idea di pace è da sempre indissolubilmente legata alla riflessione sulla natura e le cause della guerra, così che le profonde trasformazioni subite da quest’ultima nel corso del tempo hanno parimenti inciso sulle modalità in cui concepire, auspicare e cercare di attuare la pace stessa.

 

Le diverse interpretazioni della pace

Fin dall’antichità si sono sviluppate parallelamente diverse concezioni di pace. La prima legata indissolubilmente alla guerra “pace negativa” – si vis pacem para bellum ed un’altra all’idea di “pace positiva” basata sulla sua indissolubilità con la giustizia – si vis pacem para pacem. Quest’ultima tende ad una costruzione di tipo etico, basata su un nuovo senso morale della vita che passi da uno spirito di competizione a uno di solidarietà e da una dimensione meramente individualistica a una collettiva.

Secondo tale concezione la logica che deve regolamentare i rapporti tra i popoli è quindi una logica di uguaglianza e solidarietà, cioè di superamento degli orizzonti nazionali e degli interessi individuali. Tale interpretazione venne ripresa da Immanuel Kant, considerato da alcuni l’autore della prima grande dottrina pacifista, secondo il quale, poste alcune pre-condizioni, sarebbe stato possibile raggiungere una pace stabile. Nella sua opera del 1795 “Progetto per la pace perpetua”, Kant sostiene che la condizione primaria è rappresentata dalla diffusione del diritto di autodeterminazione dei popoli: solo così si sarebbe potuta creare una federazione di Stati liberali (oggi diremmo democratici) che avrebbe regolato i rapporti tra i vari membri in maniera pacifica e bandito la guerra.

Purtroppo l’esperienza del XX secolo ci ha dimostrato che i tentativi di realizzare il progetto kantiano sono finora falliti. Infatti non solo l’idea di Stato democratico non implica automaticamente il rifiuto della guerra di aggressione, ma anche il concetto di federazione degli Stati, rappresentato prima dalla Società delle Nazioni e oggi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, ha manifestato tutti i suoi limiti. Al mondo esistono 2000 nazioni e 200 stati confinari. Se applicassimo alla lettera il principio di autodeterminazione dei popoli mancherebbero, secondo Galtung, 1800 guerre.

 

Per il mantenimento della pace: dal concerto europeo all’ONU

Dopo la rivoluzione francese e la sconfitta di Napoleone, nel 1815 le grandi potenze europee si riunirono a Vienna per stabilire un nuovo ordine mondiale e per trovare nuovi accordi in grado di mantenere gli equilibri e la pace. Si apriva così una fase delle relazioni internazionali dominata dal concerto europeo, un sistema basato sul principio dell’equilibrio tra le grandi potenze alle quali sarebbe spettato il compito di conservare la pace e di prendere decisioni anche per i Paesi minori. Questo sistema oligarchico si sarebbe protratto per un secolo, fino a dimostrare la sua inefficacia con lo scoppio della prima guerra mondiale.

Gli sconvolgimenti che derivarono da tale conflitto determinarono la necessità di creare un nuovo sistema più strutturato e democratico che non lasciasse i destini della politica internazionale nelle mani dei Paesi più forti ma che permettesse a tutti gli Stati membri di partecipare attivamente al mantenimento della pace. Nacque così la Società delle Nazioni, che purtroppo nel suo statuto e nei suoi componenti (o meglio nell’assenza di alcuni componenti, come gli Stati Uniti che pure ne erano stati i promotori) conteneva le ragioni stesse della sua inefficacia e del suo conseguente fallimento, poiché era concepita come strumento non tanto di prevenzione dei conflitti quanto di repressione, senza tuttavia dotarsi di un regolamento chiaro capace di individuare uno Stato aggressore né di organizzare le forze internazionali che avrebbero dovuto contrastarlo.

Alla luce dell’inefficienza della Società delle Nazioni diversi uomini politici ma soprattutto intellettuali europei iniziarono a interrogarsi se non fosse più efficace e gestibile un sistema a carattere regionale anziché mondiale. A cavallo tra le due guerre, ma soprattutto dopo il 1945, proprio per contrastare quello che Salvatorelli definì “il virus mortifero del nazionalismo” che aveva condotto a ben due conflitti mondiali e porre le basi di un nuovo sistema pacifico di relazioni tra i popoli, iniziò quindi a prendere forma quella concezione federalista che nel volgere dei decenni successivi avrebbe portato, non senza difficoltà e intoppi, all’attuale Unione Europea. Anche in questo caso, però, l’idea originale di federazione con chiare caratteristiche sovranazionali venne in parte tradita, anche se va riconosciuto che da quando è stato intrapreso il cammino dell’integrazione, per la prima volta dalla nascita degli Stati nazionali abbiamo assistito a più di sessant’anni di pace tra i Paesi dell’Europa occidentale.

Ma la fine del secondo conflitto mondiale vide soprattutto la nascita che con l’obiettivo di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” rielaborava, ampliandolo, il concetto di pace, legandolo indissolubilmente a temi come la giustizia sociale, la libertà, la redistribuzione più equa delle ricchezze. La pace mondiale sarebbe stata garantita dal nuovo organo esecutivo, il Consiglio di Sicurezza, che ancora oggi annovera come suoi membri permanenti le cinque potenze vincitrici della guerra, che sono poi le uniche a godere del diritto di veto. Ciò significa, come già sottolineato da molti, che sostanzialmente questi cinque Paesi, e i loro alleati, non sono sottoposti alle norme valide invece per gli altri Stati per ciò che riguarda l’impiego dell’uso della forza. Ma se le regole non valgono per tutti allo stesso modo, allora è facile comprendere l’origine degli endemici problemi di funzionamento dell’ONU.

 

La riforma dell’ONU

È infatti da tempo che diversi Paesi, e soprattutto le organizzazioni internazionali e la società civile, richiedono una riforma in senso democratico delle Nazioni Unite. In questo senso le manifestazioni probabilmente più significative sono state quelle organizzate nel 1995, anno del 50° anniversario della costituzione delle Nazioni Unite.

A Perugia si riunì per la prima volta la “Assemblea dell’Onu dei Popoli”, promossa dalla Tavola della Pace e dal Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace (composto da centinaia di associazioni e istituzioni locali) alla quale hanno partecipato esponenti della società civile e studiosi provenienti da 82 Paesi diversi e che richiedevano innanzitutto un rafforzamento del ruolo della società civile all’interno dell’ONU, la creazione di un’Assemblea Parlamentare delle Nazioni Unite formata da rappresentanti dei diversi Parlamenti nazionali, la revisione degli strumenti di governo della politica economica mondiale attraverso una rinnovata funzione di controllo e coordinamento da parte dell’ONU su istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.

Le richieste principali riguardavano però una riforma del Consiglio di Sicurezza con l’abolizione del potere di veto e un suo ampliamento, nonché la costituzione di una forza di polizia internazionale composta in maniera permanente da una parte degli eserciti nazionali. Quest’ultima idea era in parte già stata avanzata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros-Ghali nella sua “Agenda per la Pace” del 1992, nella quale veniva proposto un riesame delle finalità e delle azioni dell’ONU all’indomani della caduta del muro di Berlino.

È bene ricordare che l’esperienza dell’Assemblea dell’ONU dei Popoli non si è esaurita con l’evento del 1995 ma si ripete ogni due anni e si conclude puntualmente con la “Marcia per la pace Perugia – Assisi” alla quale partecipa ogni volta decine di migliaia di persone.

 

L’evoluzione dei Movimenti pacifisti

Anche per i vari movimenti pacifisti il concetto di pace non è sempre stato immutabile e universale ma ha risentito dell’interpretazione data alla natura della guerra negli anni in cui tali movimenti sono nati e si sono sviluppati, influenzando così l’elaborazione delle loro richieste e del loro agire.

Ad esempio i primi movimenti propriamente pacifisti, che prendono corpo all’inizio dell’800 negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sono per lo più di matrice liberale e borghese, fortemente influenzati da un’ideologia del progresso tipica del positivismo e vedono all’origine dei conflitti delle motivazioni prettamente economiche, per cui la soluzione da loro agognata mira quasi esclusivamente all’abbattimento delle barriere doganali e a un commercio sempre più libero. Così si spiega anche come sia possibile che, allo scoppio del primo conflitto mondiale, diverse correnti pacifiste europee, inclusa l’Unione Lombarda della Società internazionale per la pace guidata Moneta, finiscono per appoggiare le istanze interventiste.

Il periodo tra le due guerre vede affacciarsi nel campo della promozione della pace un nuovo attore: l’Internazionale operaia e socialista, che concentra il suo impegno proprio nel rafforzamento della lotta per la pace ma che viene presto travolta dai regimi fascisti e dallo scoppio della guerra.

L’esperienza del secondo conflitto mondiale e soprattutto il doppio “trauma di Auschwitz e Hiroshima”, con il conseguente avvio dell’era atomica, aprono inevitabilmente una nuova fase del pacifismo mondiale che caratterizzerà il movimento fino alla fine della guerra fredda. Mutano infatti ancora una volta i concetti di guerra e pace: quest’ultima diventa ormai un valore irrinunciabile non solo per la sua estrinseca bontà ma perché l’avvento di un conflitto nucleare determinerebbe uno scenario così apocalittico da mettere a rischio la stessa sopravvivenza del genere umano. Gli obiettivi principali della battaglia diventano allora l’antimilitarismo e il disarmo (soprattutto quello nucleare).

È difficile tracciare brevemente un bilancio dei risultati ottenuti dal pacifismo nella seconda metà del XX secolo: la pace, o in questo caso l’assenza di un conflitto aperto tra i due blocchi, si è infatti mantenuta prevalentemente grazie al “terrore atomico” e quindi paradossalmente per mezzo della corsa agli armamenti, senza dimenticare poi le centinaia di guerre civili o locali che si sono comunque consumate; ma alcuni importanti successi non possono essere sottaciuti. L’esperienza dei Partigiani della Pace, benché a lungo accusati di non essere un movimento indipendente ma legato a doppio filo alla propaganda moscovita, riesce infatti a mobilitare milioni di persone: l’appello lanciato nel 1952 a Berlino per una soluzione pacifica del conflitto coreano e per il bando delle armi atomiche raccoglie milioni di firme.

Alla fine degli anni ‘50 nasce in Gran Bretagna la Campagna per il Disarmo Nucleare, che mobilita migliaia di persone sotto il logo disegnato da Holtom e che ancora oggi simboleggia il pacifismo in tutto il mondo, mentre gli anni ’60 e ‘70 sono inevitabilmente segnati dalla guerra in Vietnam ma anche da un’ampia battaglia pacifista, intesa ancora una volta come cessazione del conflitto, che coinvolge milioni di persone e dagli Stati Uniti dirompe in tutta Europa.

Ma forse il momento di maggiore svolta per una nuova concezione del movimento pacifista è rappresentato dalla lotta condotta all’inizio degli anni ‘80 contro gli euromissili statunitensi e i missili nucleari sovietici (gli SS-20). La diffusione della coscienza atomica e il rifiuto della guerra acquistano davvero una base di massa, che coinvolge in attività di protesta milioni di persone in tutta l’Europa occidentale. Per la prima volta confluiscono significativamente nel pacifismo molteplici istanze sociali: movimenti delle donne, movimenti ecologisti, movimenti per la difesa dei diritti umani, movimenti per l’obiezione di coscienza. Ciò conferisce al pacifismo non solo una nuova vitalità ma anche una struttura meno rigida e più aperta alla vocazione internazionalista.

Gli anni ’90, caratterizzati dal conflitto nell’ex-Jugoslavia e dal bombardamento NATO, hanno rappresentato una nuova importante esperienza per la maturazione del movimento pacifista. “I pacifisti sono stati costretti a uscire da vecchie petizioni di principio per misurarsi concretamente con le nuove guerre. [..] hanno imparato il legame dell’intervento umanitario con la ricostruzione sociale come occasione di pacificazione e di riconciliazione, con lo sviluppo locale e decentrato come occasione per ricreare il tessuto sociale e civile.” (Marcon, G. “Le ambiguità degli aiuti umanitari” Milano, Feltrinelli, 2002 p. 98)

 

Il pacifismo nel nuovo Millennio

A differenza di quanto si sia a lungo sperato, la fine della guerra fredda non comporta l’avvio di una nuova era di pace, anzi gli equilibri già fragili nel bipolarismo, nel mondo “unipolare” sembrano dissolversi definitivamente aprendo la via a una fase assai più turbolenta delle relazioni internazionali. L’ascesa di attori non tradizionali, primo tra tutti il terrorismo globale, determina ancora una volta un cambiamento nella concezione di conflitto, che a sua volta porta ai limiti estremi il senso di guerra di difesa attraverso la guerra preventiva.

Ma nell’ultimo decennio si assiste anche all’emergere dei movimenti globali, che si accostano e quasi si sovrappongono ai movimenti pacifisti prima perché adottano alcune forme di lotta e modelli organizzativi, basati su reti transnazionali, propri del pacifismo stesso, e successivamente perché, una volta che il Forum Sociale Mondiale si è affermato come il punto di incontro dei movimenti sociali e delle organizzazioni della società civile di tutto il mondo, adottano la questione della pace come parte integrante della propria agenda, riprendendo e anzi sviluppando il senso di ampliamento che aveva caratterizzato gli anni più recenti del pacifismo rendendolo un contenitore assai più ampio: da pura e semplice contrapposizione alla guerra l’idea della pace si trasforma definitivamente in un progetto di convivenza civile.

 

Bibliografia:

- AA. VV. Fare la pace. Pacifismo e nonviolenza alle soglie del terzo millennio Roma, Kaos edizioni, 1992
- Cardone, D.A. Si vis pacem para pacem Siena, Editori del Grifo, 1984
- Cortesi, L. Le armi della critica: guerra e rivoluzione pacifista Napoli, CUEN, 1991
- Diodato, R. Storia dei Movimenti e delle Idee: Pacifismo Milano, Editrice Bibliografica, 1995
- Galtung, J. Pace con mezzi pacifici Milano, Esperia, 2000
- Lotti, F. e Giandomenico, N. (a cura di) L’Onu dei popoli Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1996

 

(Scheda realizzata con il contributo di Emanuela Limiti)

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Video

TG3: Marcia della Pace Perugia-Assisi 2007