La strage di animali che finanzia la guerra

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Foto: Nigrizia.it

La guerra civile in Sud Sudan ha avuto, e continua ad avere, drammatiche ripercussioni non solo sulla popolazione, quotidianamente vittima di violazioni tremende del suo stesso diritto alla vita, ma anche sull’ambiente e la fauna selvatica. Diverse ricerche e dichiarazioni di funzionari governativi hanno sottolineato come, fin dai primi mesi del conflitto, nel 2013, l’inquinamento delle falde acquifere e del territorio attorno ai pozzi petroliferi nel nord del paese, danneggiati dai combattimenti, sta minacciando il Sudd, una tra le zone paludose più vaste del mondo e, come tale, tutelata da trattati internazionali. Gli sterminati pascoli del Sudd permettono l’allevamento di centinaia di migliaia di capi di bestiame, pratica identitaria, alla base della cultura e dell’economia di numerosi gruppi etnici, e in particolare dei dinka e dei nuer, i due gruppi maggioritari, protagonisti della guerra civile. L’inquinamento ha provocato non solo gravi problemi di salute alla gente, ma anche morie di bestiame e di animali selvatici, presenti a milioni nel Sudd.

Numerose testimonianze hanno anche sottolineato come la fauna selvatica sia stata massacrata dai diversi eserciti che si combattono nel paese per procurarsi il cibo, sempre più scarso anche per i militari. Secondo le autorità sud sudanesi competenti, almeno 500 elefanti sono stati uccisi in quattro anni di conflitto. Stime riportate da rapporti indipendenti, dicono che il 50% degli elefanti, cioè almeno 2.500 capi, sono stati massacrati per la carne, ma soprattutto per l’avorio delle zanne nei primi tre anni. I profitti dell’avorio sono serviti primariamente a finanziare la guerra. Alcuni episodi hanno fatto scandalo. Nel febbraio del 2016 le guardie del parco nazionale Bandingilo hanno arrestato 19 soldati governativi con 21 sacchi di carne derivante dal massacro di 62 antilopi. Fatti deprecabili di questo tipo sono ormai innumerevoli e in aumento proporzionale al peggiorare delle condizioni del paese. La fame e l’impossibilità di far rispettare le poche leggi esistenti a causa dell’instabilità dovuta alla guerra civile, stanno dando un duro colpo al patrimonio faunistico sud sudanese.

Juba nuovo hub del commercio

Ma un rapporto di Enough Project, autorevole organizzazione americana specializzata nell’indagare le cause dei genocidi, afferma ora che il conflitto sud sudanese e la corruzione nei paesi confinanti, soprattutto in Uganda, stanno decimando gli animali selvatici dell’intera regione, e in particolare quella del parco Garamba, nella Repubblica democratica del Congo, uno dei maggiori santuari rimasti nel continente. Il rapporto Deadly Profits. Illegal Wildlife Trafficking through Uganda and South Sudan(Profitti di morte. Traffico illegale di animali selvatici attraverso l’Uganda e il Sud Sudan) diffuso nei giorni scorsi, afferma che ormai i bracconieri più numerosi e pericolosi sono i militari e i miliziani sud sudanesi. Le guardie del parco dicono di aver dovuto confrontarsi sempre più spesso con persone che indossavano divise dell’esercito o della polizia sud sudanese.

I sud sudanesi hanno strappato il vergognoso primato ai miliziani dell’Lra – il gruppo terroristico ugandese che ha operato a lungo tra Uganda del nord, Sud Sudan, Repubblica democratica del Congo e Centrafrica – accusati di finanziarsi con il bracconaggio in un rapporto precedenteTusk Wars (La guerra delle zanne). Il responsabile del parco, Eric Marav, in un’intervista rilasciata nel marzo del 2016, disse che “la maggior minaccia agli elefanti di Garamaba non sono né i ribelli dell’Lra, né i janjaweed a cavallo e neppure misteriosi elicotteri, ma bande provenienti dal Sud Sudan, alcune con uniformi dell’esercito governativo”. Secondo il rapporto diffuso nei giorni scorsi, il Sud Sudan sarebbe diventato inoltre uno dei paesi di transito e commercializzazione dell’avorio, e di altre parti di animali selvatici richieste dal mercato di cui è proibito il commercio, come il corno dei rinoceronti. L’avorio viene trasportato illegalmente in Sud Sudan e poi smistato in due direzioni: gli aeroporti di Juba ed Entebbe, rispettivamente nella capitale sud sudanese ed in Uganda, da cui viene trasportato fuori dalla regione.

Nel giugno del 2016, all’aeroporto di Juba venne sequestrato un carico di 1,2 tonnellate di avorio (valore stimato: 250 dollari al chilo). Entebbe, già noto da tempo come snodo del commercio illegale, e Juba, sono ora segnalati come aree di primaria importanza. Il traffico è infatti facilitato dalla porosità dei confini e dalla corruzione pervasiva. Per esempio, un audit interno ha scoperto che, tra il 2009 e il 2014, dai magazzini dell’autorità ugandese per la protezione delle fauna selvatica sono spariti 1,35 tonnellate di avorio sequestrato. I responsabili non sono mai stati trovati. Corruzione e conflitti sarebbero le maggiori minacce alla fauna selvatica africana anche secondo gli ultimi rapporti degli uffici competenti dell’Onu. La corruzione avrebbe permesso il fiorire dell’attività, e finora non ha gli è stato dato un adeguato interesse nella lotta al bracconaggio.

Bruna Sironi da Nigrizia.it

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