Nuove guerre

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“Molto si miete in guerra, ma il raccolto è sempre scarsissimo”. (Omero)

 

Prima e dopo la caduta del muro di Berlino

La guerra è nell’oggi. Nel mondo sono in corso decine di conflitti armati; ove si spara ogni giorno. Un’analisi tanto delle cause quanto delle carattersitiche di tali guerre (in termini di attori coinvolti, contesti politico-economici correlati, tecniche belliche utilizzate ecc) evidenzia una sostanziale differenza tra i conflitti dell’ultimo ventennio e quelli combattuti prima della guerra fredda.

Le guerre precedenti la caduta del muro di Berlino erano caratterizzate da un predominio pressoché assoluto del ruolo regolatore dello Stato, quale titolare giuridico del potere di guerra. È uno scenario facilmente riscontrabile nell’Europa tra il diocottesimo e il ventesimo secolo, quando le guerre tra Stati fecero sorgere i moderni Stato-nazione. “Gli Stati fanno le guerre e le guerre fanno gli Stati” riassumeva efficacemente Charles Tilly.

Al contrario dei numerosi conflitti scoppiati negli ultimi anni solo una piccola minoranza presenta la caratteristica di guerra interstatale. In Medio Oriente, per esempio, la guerra tra Israele e Libano, Afghanistan e Iraq sono difficilmente interpretabili come “guerre interstatali” viste le ingerenze esterne.

Il numero di guerre civili è aumentato dopo la fine della guerra fredda. Se tra il 1816 e la prima guerra mondiale si registrarono una cinquantina di conflitti civili, nei solo anni novanta sono quadruplicati, la maggior parte dei quali combattuti nei paesi in via di sviluppo. Nell’ultimo ventennio questi conflitti hanno provocato oltre 7 milioni di vittime e 50 milioni tra profughi e rifugiati. Il venir meno del sistema bipolare, che per anni ha garantito un certo ordine mondiale, ha proiettato i cosidetti stati satellite in una dimensione nuova, caratterizzata per lo più da instabilità interna di ordine politico, sociale ed economico. Un vuoto istituzionale ideale tanto per il riacutizzarsi di vecchie fratture e rancori interni (si pensi al caso del Caucaso postsovietico o della “pulizia etnica” nella Bosnia dei primi anni 90) quanto per l’ascesa di nuovi attori sulla scena politica intramoenia, che fanno leva sulla memoria storica, sul retaggio culturale o sull’appartenenza etnica o religiosa. Una sorta di neofeudalesimo con signorotti ed eserciti privati.

 

Moderne guerre civili

Si è già fatto accenno al ruolo dello Stato nei conflitti intesi in senso classico: i governi monopolizzavano la violenza organizzata, per mezzo di forze professionali statali subordinate al volere politico. Dette guerre, almeno sulla carta, erano combattute, come codificato dalle convenzioni di Ginevra e Hague, con un rispetto delle regole strumentale alla legittimità giuridica della guerra. Risultava difficile per gli attori non-statali ritagliarsi un ruolo all’interno dello scenario bellico, la distinzione tra combattenti e parti non in guerra era piuttosto netta e, se il numero di vittime tra i civili era comunque elevato, questi ultimi non costituivano gli obiettivi primi dei belligeranti. Gli Stati finanziavano solitamente la spesa bellica tramite il sistema fiscale e i prestiti e miravano, per quanto possibile, alla diffusione di un senso coeso della comunità nazionale, facendo leva sull’unità nazionale per una politica estera condivisa.

I conflitti moderni, soprattutto se nella forma di guerre civili, sembrano al contrario inserirsi in quei contesti di erosione dell’autonomia dello Stato e di perdita di legittimità dello stesso, creando i presupposti per l’affermarsi di entità informali di solito non-statali. Trattasi di vere e proprie “mafie” che si finanziano attraverso commerci illegali, come il contrabbando di armi e la tratta di esseri umani, i traffici di droga, i furti e i saccheggi. Le battaglie tra eserciti regolari sono quindi l’eccezione, in un’arena di violazione sistematica delle leggi di guerra, con il ritorno a forme spesso arcaiche di combattimento. Le violenze sono per lo più rivolte alla popolazione civile, che, a sua volta, entra a far parte del conflitto in maniera attiva, con conseguente mescolamento continuo tra parti in guerra e non, tra oppressori e oppressi, tra vittime e carnefici, così come tuttora avviene nella Repubblica Democratica del Congo.

Tutto ciò provoca un’ulteriore disgregazione dello stato (con conseguenze tangibili come il crollo del PIL, il calo delle rendite, una maggiore delegittimazione istituzionale ecc.) che crea i presupposti per il nascere di nuove identità (religiose, etniche, tribali) contro una politica comune di unità nazionale, al fine di creare quelle divisioni interne favorevoli al protrarsi degli scontri. Si forma a ben vedere una sorta di circolo vizioso, nel quale le violenze prendono corpo là dove l’unità statale è disgregata, acutizzandone la lacerazione e creando così le premesse per ulteriori nuove guerre.

Non più dunque “una guerra civile internazionalizzata tra concezioni del mondo rivali” bensì “conflitti tra comunità la cui visione del mondo non è più universalistica, ma ha piuttosto finalità particolaristiche, etnonazionali o tribali-confessionali” (Bernard Bruneteau, 2004). Il nemico deve essere individuato dentro casa o nella porta del vicino, come nel genocidio rwandese del 1994 o della guerra di Bosnia. Ciò non toglie che alle guerre etichettate come “etniche” possano prender parte anche attori esterni allo Stato in questione, solitamente gruppi armati provenienti da paesi limitrofi, o che i belligeranti possano essere finanziati, in termini di armi o risorse economiche, da paesi terzi interessati al conflitto.

Tale scontro tra comunità assume i connotati della vera e propria eliminazione fisica sistematica del nemico, la cui identificazione costituisce un elemento essenziale a beneficio di un gruppo (etnico, religioso, culturale che sia) in cerca di una nuova identità, un nuovo vincolo di appartenenza su cui basare la propria supremazia. “Non esistono veri amici senza veri nemici. Se non odiamo ciò che non siamo, non possiamo amare ciò che siamo” scriveva Michael Dibdin, evidenziando come la minaccia della scomparsa stessa del proprio gruppo, spinga ad identificare un nemico contro cui scagliare la propria violenza.

Tale approccio sta alla base del grande numero di vittime civili nelle guerre intrastatali dell’era post-moderna (circa il 75 per cento del totale delle vittime), civili che diventano bersaglio in quanto appartenenti a quel gruppo tribale, a quella etnia, che hanno abbracciato quel credo religioso e che pertanto vanno eliminati totalmente; il “cane” musulmano in Bosnia, lo “scarafaggio” tutsi in Rwanda.

È interessante però notare come mescolanza etnica non sempre sia sinonimo di scontro: la Tanzania costituisce un felice esempio di convivenza pacifica tra diverse etnie in uno stesso territorio; non ricco di risorse minerarie e quindi di interessi esogeni alla destabilizzazione.

 

Nuove forme di conflitto: dal terrorismo alla guerra preventiva

Altra forma di ”nuova” guerra, tipica dell’era post-moderna e balzata agli onori della cronaca all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 Settembre, è costituita dal terrorismo e dagli interventi per contrastare quest’ultimo (le famose “guerre al terrorismo”). Si tratta in questo caso di conflitti transnazionali: si pensi, ad esempio, allo scontro in atto tra fondamentalismo islamico e il cosidetto occidente, la cui portata è talmente ampia e pressoché sconfinata da giustificare l’adozione di definizioni quali “guerra universale” o “guerra a-spaziale”.

Il concetto di terrorismo e il ricorso a quest’ultimo non sono certo nuovi, (se ne fa riferimento già nella Convenzione di Ginevra), ma l’11 settembre, l’attacco dichiarato del fondamentalismo islamico rivolto non ad un singolo Stato ma ad un intero sistema sociale democratico identificato come “occidente”, ha generato tanto nell’opinione pubblica quanto nei governi dei paesi coivolti un elevato grado di attenzione verso questo tema. Con l’attacco alle Torri Gemelle il terrorismo internazionale ha infatti assunto una nuova dimensione, rendendo gli Stati consapevoli circa l’attualità e l’intensità del pericolo terrorista e facendo capire ai governi quanto fossero importanti la lotta al terrorismo e la cooperazione internazionale in tale ambito.

Da qui nasce l’adozione di una serie di misure come il mandato d’arresto europeo, la definizione comune di terrorismo, le squadre investigative speciali antiterrorismo o l’istituzione dell’Eurojust, esempio tipico di cooperazione giudiziaria. E da qui prendono forma altresì nuove dottrine come quella della “guerra preventiva” che sta sostituendo la vecchia dizione di “guerra giusta”. Nel primo caso, l’intervento armato trova giustificazione nella possibile minaccia di uno stato pronto a costituire un pericolo per la vita e per gli interessi di un altro stato (come ad esempio l’Iraq di Saddam Hussein per gli Stati Uniti). Nel secondo caso, nel sostegno della popolazione civile vittima di un conflitto già esistente con la presenza, sul campo, di attori internazionali nei conflitti in Kosovo nel 99 e in Bosnia nel 95.

Tali teorie, di giustificazione dell’offesa a scopo di difesa e di aiuto nei confronti di porzioni di popolazioni civili inermi, non sono di difficile attuazione pratica, in quanto contornate dalla percezione di un dovere morale d’intervenire a fianco del più debole, nonché di un indiscusso diritto a difendersi.

Nonostante ciò, soprattutto nel caso della lotta al terrorismo, se è chiaro il perché dell’intervento, non è altrettanto agevole individuare il come, il dove e il contro chi, trattandosi appunto di conflitti a-spaziali, combattuti contro un nemico che si è tentato di personalizzare (nella figura di Osama Bin Laden) ma in realtà costituito da una fitta rete di cellule più o meno grandi, prive di un’ubicazione spaziale, di una cittadinanza, di un esercito da sbaragliare inteso in senso classico. I talebani non sono identificabili in una sola gerarchia ma in un pluriverso di gerarchie su base familistica. Impossibile da sedare.

In questo scenario si è sviluppato il concetto di “guerra asimmetrica”, elaborato da quelle organizzazioni terroristiche che hanno il vantaggio logistico di non essere responsabili nei confronti di alcuna autorità governativa, nonostante dipendano dall’implicita assistenza di Stati disposti ad appoggiali in segreto. Il loro attacco ai sistemi sociali retti da governi democraticamente eletti consiste nel mettere a nudo le difficoltà dei governi stessi nel garantire la sicurezza dei propri cittadini, mediante azioni terroristiche ad alto effetto contro civili innocenti; azioni che saranno tanto più efficaci, quanto più traumatico sarà l’atto terroristico in sé, colpendo alle fondamenta i governi legittimi.

Sono guerre tipiche dello scenario geopolitico post-moderno, combattute con il ricorso a tecnologie sempre più avanzate, come sistemi satellitari ed armi ad alta precisione. In riferimento all’intervento americano in Iraq nel 2003, lo stesso Presidente Bush ha affermato: “Gli Stati Uniti hanno scoperto una nuova forma di guerra che, grazie alla tecnologia, sarà più rapida, precisa e meno affidata al caso che mai”. Sulla stessa linea il Segretario alla Difesa americano Rumsfeld, che, all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle ha indicato la strada per affrontare la nuova minacca terroristica, mediante la necessità di un “investimento in nuovi strumenti di combattimento altamente tecnologici a servizio delle forze armate”.

Ma non sono solo gli stati sovrani a trarre beneficio dal progresso tecnologico. Gli stessi gruppi belligeranti “informali”, come descritti in precedenza, hanno accesso a nuove tipologie di armi, facilmente acquistabili su mercati alimentati da attività e scambi finanziari illegali, così come le cellule legate a gruppi terroristici globalmente dislocate, il cui sistema di comunicazione è facilitato dall’adozione di sistemi informatici ultramoderni.

 

Conclusioni

Che il numero delle guerre in corso sia in aumento, assieme alla drammaticità delle loro conseguenze, lo conferma il fatto che le organizzazioni umanitarie che intervengono in contesti di emergenza, concentrano sempre più i propri fondi, i propri soforzi e le proprie risorse laddove l’emergenza è causata da situazione di conflitto anziché da cause naturali. Ciò a conferma che sono sì cambiati gli attori, le dinamiche e spesso le ragioni dei conflitti, si combatte sì con armi “intelligenti”, ipermoderne e facendo ricorso alla tecnologia più avanzata, ma ugualmente in guerra si muore, si soffre, si rimane senza una casa e senza una famiglia.

È interessante notare come, con riferimento alle guerre regionali, Mansoob Murshed individua nei concetti di risentimento e avidità (“grievance and greed”) le cause scatenanti di tensioni sfocianti in conflitti. Risentimento inteso in senso sia etnico-culturale che politico-economico, sintetizzabile in un senso d’ingiustizia percepito da una porzione di popolazione, che accusa una disuguaglianza economica, una discriminiazione razziale, un diverso accesso ai servizi pubblici, una disoccupazione maggiore rispetto ad altri gruppi; avidità intesa in senso stretto del termine, come sete di potere e desiderio d’impadronirsi di quelle risorse naturali di cui i sottosuoli dei paesi in conflitto sono spesso stracolmi (si pensi alla Sierra Leone, alla Nigeria, all’Angola o al Congo, solo per citarne alcuni). Tale analisi bene mette in luce come dietro a conflitti che a volte superficialmente vengono etichettati come etnici, si nascondano, neanche troppo efficacemente, puri interessi economici.

 

Bibliografia essenziale

Mary Kaldor, EW AND OLD WARS: ORGANIZED VIOLENCE IN A GLOBAL ERA, Polity, Cambridge 1999.

Bernard Bruneteau, IL SECOLO DEI GENOCIDI, Edizioni Il Mulino, Milano 2005.

Samuel P.Huntington, LO SCONTRO DELLE CIVILTÀ E IL NUOVO ORDINE MONDIALE, Garzanti Editore, Milano 1997.

Mini Fabio, LA GUERRA DOPO LA GUERRA, SOLDATI, BUROCRATI E MERCENARI NELL’EPOCA DELLA PACE VIRTUALE, Einaudi Editore, Torino 2003.

Giulietto Chiesa, LA GUERRA INFINITA, Feltrinelli Editore, Milano 2003.

Karen Mingst, ESSENTIALS OF INTERNATIONAL RELATIONS, W.W. Norton e Co Ltd, New York 2004.

 

Documenti utili

Mary Kaldor, OLD WARS, COLD WARS, NEW WARS AND THE WAR ON TERROR, Londra 2005. (in .pdf)

Mansoob Murshed, OLD AND NEW WARS, Boon 2003. (in .pdf)

Sara Parker, NEW WARS, THE CASE OF SIERRA LEONE, San Jose (California) 2008.

Alessandro Vitale, NUOVE GUERRE, MUTAMENTO INTERNAZIONALE, TRASFORMAZIONI DEL DIRITTO, 2003.

(Scheda realizzata con il contributo di Andrea Dalla Palma)

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