Siria, ancora “uno dei luoghi peggiori per essere un bambino”

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Un bambino siriano – Foto: Andrea Bernardi

Ameera, un tempo allegra e bravissima negli studi, oggi la scuola non la frequenta più. L’ultima volta che si è trovata in aula, un missile è piombato nel cortile di fronte alla classe, uccidendo una cinquantina di bambini. Quando le sue due migliori amiche, sedute qualche fila davanti a lei, sono saltate in aria in un boato di vetro e schegge, Ameera si è messa le mani sulla testa. Tra il fumo e la confusione, voleva correre ad aiutarle ma è stata bloccata dalla sua insegnante che le ha intimato di fuggire via, il più lontano possibile. “Questa è l’ultimo ricordo che questa bambina ha della quinta elementare” racconta Samantha Nutt dell’ONG Warchild.

La sua storia è una delle migliaia che arrivano dai confini siriani, dove l’ondata di profughi in fuga da un conflitto sanguinoso e implacabile non dà segno di volersi fermare. E naturalmente, le storie più difficili da ascoltare appartengono ai piccoli, a cui la guerra ha lasciato ferite e cicatrici molto difficili da rimarginare. Permea i loro sogni durante la notte, influisce sul loro umore, nutre le loro ansie e le loro paure. “Dopo tre anni di conflitto, la Siria è diventata uno dei luoghi più pericolosi per essere un bambino – si legge nel recente rapporto dell’Unicef, intitolato “Under Siege. The devastating impact on children of three years of conflict in Syria” – Con le case distrutte, e le loro comunità trasformate in campi di battaglia, sono stati costretti ad entrare in una vita piena di paura e di incertezze”.

Così, a 32 anni dalla proclamazione, da parte Nazioni Unite, della Giornata mondiale per i bambini innocenti vittime di aggressioni, la tragedia siriana ci mostra quanto in realtà gli scivoloni all’indietro siano sempre dietro l’angolo. Tanto più che, nonostante giornate e ricorrenze, le crisi umanitarie come questa spesso e volentieri vengono dimenticate dai nostri media che, esaurito l’interesse iniziale, puntano i propri riflettori altrove. E invece, in Siria la mattanza di vittime innocenti continua ancora oggi, palesando tra le altre cose l’impotenza e l’inefficacia degli organismi internazionali di fronte a orrori ed emergenze così complicate.

Basti pensare che, secondo il già citato rapporto Unicef, sarebbero almeno 10.000  i bambini uccisi dall’inizio del conflitto siriano, anche se l’organizzazione sostiene che il numero reale sia senz’altro molto più alto. Ancora, i bambini impattati raggiungono un totale di 5,5 milioni, più del doppio del numero che l’ong aveva stimato l’anno prima, nel marzo 2013. Quasi 3 milioni di giovani siriani risultano sfollati all’interno del paese, contro i 920.000 dello scorso anno, e il numero totale di bambini rifugiati è passato da 260.000 di un anno fa a 1,2 milioni, di cui 425.000 hanno meno di cinque anni. Molti di loro vivono nei campi profughi all’interno del paese, come quello palestinese di Yarmouk, isolati e sotto assedio, e quindi tagliati fuori dagli aiuti e da ogni possibilità di assistenza. Altri sono riusciti a raggiungere i confini del paese, rifugiandosi nei campi in Libano, Giordania, Turchia.

Qui, oltre al trauma delle violenze, c’è anche quello dello sradicamento forzato. “I bambini siriani hanno perso le aule e gli insegnanti, fratelli e sorelle, amici, operatori sanitari, case e stabilità – si legge nel rapporto Unicef – Invece di imparare e di giocare, molti di loro sono costretti a lavorare, vengono reclutati per combattere, o sottoposti all’ozio forzato”. Secondo il rapporto, “i bambini siriani sono stati costretti a crescere più velocemente del normale”: e se nei campi in Giordania, un piccolo profugo su dieci lavora, una ragazza su cinque è costretta al matrimonio precoce, perché i parenti rimasti spesso non possono prendersi cura di loro. Per i “fortunati” che riescono a tornare a frequentare la scuola, c’è il problema dei diversi curriculum, della lingua e, date le scarse condizioni igieniche ed esistenziali della vita nei campi, non è raro che i piccoli siriani e palestinesi finiscano per essere vittime di bullismo.

E poi ci sono le ferite fisiche e psicologiche, e le violazioni a cui i bambini continuano ad assistere nella loro vita quotidiana, che influenzano profondamente la loro psiche, anche negli anni a venire. “Bambini che una volta erano fiduciosi, luminosi e vivaci stanno ora nascosti agli angoli dei container, gli occhi bassi, con il peso di vivere quasi palpabile”. Le varie ong come Warchild, la stessa Unicef, e tante altre (comprese le italiane) cercano di fare il possibile per il recupero di questi giovanissimi, rifiutando di chiamarli la “generazione perduta“, ma ben consci che l’assistenza è utile e necessaria fino a un certo punto. “Questa guerra deve finire in modo che i bambini possano tornare alle loro case e ricostruirsi una vita in sicurezza con la famiglia e gli amici – ha detto il direttore dell’Unicef Anthony Lake – Questo terzo anno devastante per i bambini siriani deve essere l’ultimo”.

Anna Toro

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