Guerre dimenticate

Stampa

Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia”. (François Voltaire)

 

Introduzione

La convinzione che la fine della Guerra fredda potesse segnare un periodo di relativa pace a livello mondiale, stabilità politica, risoluzione delle controversie mediante negoziati e mediazioni stride con la cruda realtà dell’ultimo ventennio: 57 guerre in 45 paesi negli anni ’90, 25 nel 2000, altrettante nel 2004, 29 quelle registrate nel 2007 (in .pdf). La fine dello scontro bipolare, al contrario, sembra aver creato i presupposti per la nascita o riacutizzarsi di tensioni tra strati di società o interi paesi, precedentemente appoggiati dalle due superpotenze. Venuto meno l’ appoggio esterno, un contesto caratterizzato internamente da istituzioni deboli, crisi politico-economiche, mescolanze etniche e dal riacutizzarsi di sentimenti nazionalistici, ha costituito terreno fertile per focolai di tensione.

Il modello di conflitto inteso in senso classico “pace-dichiarazione di guerra-guerra-fine delle ostilità” non caratterizza più lo scenario bellico moderno, rimpiazzato da dinamiche di guerra “diffusa” o “infinita”, inserite in un contesto già di forti agitazioni, in cui il conflitto armato rappresenta a volte una mera escalation. I conflitti tra Stati sovrani “tipici” del periodo antecedente la caduta del muro di Berlino, hanno lasciato spazio ad una serie sempre maggiore di conflitti intrastatali, nella forma di guerre civili o scontri interni.

Ciò rende oggettivamente più difficile la percezione e l’individuazione stessa di un conflitto, nonché la sua ricostruzione storica e l’esatta distinzione tra fasi di guerra e fasi di pace. Si formano circostanze in cui spesso risulta addirittura complicato discernere tra aggrediti e aggressori, combattenti e non, fino paradossalmente ad una situazione in cui non è possibile distinguere tra stato di guerra, guerriglia, scontro interno, azioni di polizia e interventi paramilitari.

Tuttavia questo non deve costituire una scusa a portata della comunità internazionale e di larghi strati dell’opinione pubblica per dimenticare i conflitti armati attualmente in corso. Un’indagine condotta da Caritas Italiana, Famiglia Cristiana e Il Regno, volta a mettere in luce non solo il grado ma anche le cause di una scarsa considerazione da parte di media e opinione pubblica nei confronti di taluni conflitti armati, individua alcune variabili strategiche che potrebbero fungere da ipotesi esplicative per comprendere perchè alcune guerre vengono dimenticati e altre no:

a) Posizione geografica del paese sotto stato di guerra: tanto più lontano dall’Italia è il paese in questione, quanto meno interesse suscita nell’opinione pubblica nostrana;

b) Severità del conflitto, in termini di numero di vittime e feriti, armi utilizzate, violazione dei diritti umani ecc. Più il conflitto è brutale maggior scalpore suscita. Indubbiamente la violenza possiede già di per sé un gran potenziale mediatico. A tal proposito, la stessa Caritas ricorda in realtà come il legame tra violenza del conflitto e audience dello stesso, non sia così automatico; per esempio la drammatica situazione della Repubblica Democratica del Congo ove il numero di morti ha superato i 3 milioni, a cui va aggiunto un numero elevatissimo di sfollati, senza riparo e copertura nei media;

c) Durata del conflitto: più un conflitto si protrae nel tempo, più è facile che esso venga marginalizzato dai media. Un evento rapido e imprevedibile fa sicuramente maggior presa sulle coscienze rispetto ad uno duraturo e tendenzialmente costante nel succedersi degli avvenimenti. Ad esempio la pluridecennale guerra in Myanmar ha trovato ampio spazio sui media solamente in concomitanza con la cruenta repressione della protesta de monaci buddhisti da parte dell’esercito;

d) Rapporti storico-culturali tra il paese in conflitto e l’Italia. La presenza di immigrati italiani, operatori di pace, soldati in missione, legami politico-culturali aumenta il grado di attenzione da parte dell’opinione pubblica. Da una ricerca condotta da Medici Senza Frontiere (in .pdf), nel corso del 2007 il numero di notizie riportate dai mezzi d’informazione italiani relativamente alla Somalia (ex colonia italiana), ha subìto un’impennata in concomitanza con le dichiarazioni dell’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi, presente al Vertice dell’Unione Africana

e) Rapporti economici tra il paese in questione e l’Italia: la presenza di investimenti commerciali e finanziari italiani in loco aumenta l’interesse dei media a parlare del paese;

f) Presenza di forze militari internazionali sul territorio. Una decisione di intervento da parte di attori quali Onu, Nato o Commissione Europea aumenta l’interesse dell’opinione pubblica, tanto più in caso di intervento diretto delle truppe italiane. Se la guerra in corso non è considerata un affare di politica internazionale, difficilmente le istituzioni propenderanno per una soluzione interventista e il conflitto non godrà del sufficiente livello d’attenzione;

g) Quanto più un evento è personalizzabile tanto più sarà notizia. Si consideri, a riguardo, la vicenda di Ingrid Betancourt, la cui figura catalizza quasi per intero i riferimenti dei media alla guerriglia colombiana; o si pensi alla crisi quotidiana dello Sri Lanka, che da oltre 25 anni mette in ginocchio la popolazione ma che ha trovato spazio nei rotocalchi informativi in coincidenza con il ferimento dell’ambasciatore italiano Pio Mariani.

La presenza o meno di tali fattori è addirittura in grado di ridisegnare ai nostri occhi lo scacchiere geopolitico mondiale, che viene in questo modo implicitamente suddiviso in zone di primo piano e zone marginali. Si tratta di un disegno che muta in concomitanza con eventi di rilevanza assoluta, che catapultano l’attenzione collettiva verso zone e paesi prima dimenticati, monopolizzando di fatto il dibattito pubblico. Ciò ad inevitabile discapito di altre situazioni altrettanto meritevoli di menzione, quasi avessimo metaforicamente a che fare con una coperta troppo corta, con la quale se copriamo una parte del globo, ne lasciamo scoperta un’altra. Il clamoroso attacco alle Torri Gemelle e il successivo intervento americano costituiscono un esempio, con paesi come l’Afghanistan e l’Iraq balzati di gran lunga in testa ad una virtuale classifica di mediaticità internazionale, nonostante i due paesi stessi vivessero già in precedenza pesanti situazioni di conflitto interno.

Similmente, la decennale tragedia del Caucaso, dopo anni di mediatico oblio, ha improvvisamente “bucato lo schermo” in concomitanza con la strage di Beslan che ha occupato le prime pagine di tutti i quotidiani ed a cui sono state dedicate numerose aperture di giornale. È utile però sottolineare come in caso di un evento di particolare drammaticità, come sicuramente è stato l’uccisione di 186 bambini nel collegio caucasico, l’attenzione dei media e di conseguenza la presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica, si concentrano quasi esclusivamente sull’evento luttuoso in sé.

Appare scarso lo spazio concesso al contesto politico-sociale delle zone di riferimento, sfociando così in una semplice narrazione non contestualizzata. Questo comporta inevitabilmente che, esauritasi la carica mediatica della notizia, la persistente condizione di conflitto ritorni ad essere avvolta dalla grigia coltre dell’oblio, il che purtroppo non implica la cessazione della violenza bellica, nonostante a volte si sia portati comodamente a pensare che ciò che non si vede non esista.

 

Necessario ricordare

Quali conseguenze possano derivare (tanto per noi quanto per coloro che vivono in prima persona il conflitto) da questo stato di oblio e banalizzazione delle guerre in corso? Se è difficile pretendere che la sensibilizzazione e la diffusione su larga scala di questi temi possano portare ad una risoluzione delle crisi internazionali non è né idealistico né tanto meno utopistico pensare che una maggior presa di coscienza da parte di società civile e istituzioni possa costituire un valido aiuto per prevenire o quantomeno limitare drammi futuri. Un’analisi seria e soprattutto partecipata delle radici che stanno alla base dei conflitti da parte degli attori e quindi delle verità in conflitto rappresenta il presupposto necessario per una sua rivisitazione e quindi rielaborazione

Ma non è solamente una questione di etica e responsabilità e nemmeno di arricchimento culturale (l’informazione e la conoscenza sono a tutti gli effetti cultura), quanto piuttosto un contributo alla creazione di una vera e propria coscienza condivisa, che conduca ad una pianificazione collettiva a discapito di un sentimento di impotenza di fronte a tali situazioni.

Una presa di coscienza in grado di modificare il modo di agire-reagire tanto della società civile quanto delle istituzioni e delle organizzazioni umanitarie ovunque presenti, sulla strada di un impegno comune nelle politiche di sviluppo. In questo senso è molto il lavoro che si richiede a chi opera nel terzo settore, affinché si moltiplichino le iniziative come campagne di sensibilizzazione, incontri formativi, pressioni sui governi e appelli ai network che fanno informazione.

È in questa logica che si inserisce la creazione di un Osservatorio permanente sui conflitti dimenticati promosso da Caritas Italiana e Pax Christi Italia,nonché il rapporto di Medici Senza Frontiere sulle crisi umanitarie dimenticate e l’appello del VIS a tv, radio, giornali, siti internet per una maggiore visibilità mediatica della guerra nella Repubblica Democratica del Congo. Molto più quindi di un puro esercizio di memoria, ma un tentativo di innalzare argini a questa sistematica violazione dei diritti umani, con il contributo di istituzioni, mezzi di comunicazione, attori economico-sociali, per il fondamentale raggiungimento di quell’ ottavo obiettivo del millennio che punta alla creazione di un partenariato globale per lo sviluppo.

Una maggior presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica svolge un ruolo fondamentale nell’influenzare i processi di policy making della classe dirigente come, ad esempio, la decisione d’ invio di aiuto umanitario in aree di crisi, il controllo sull’export di armamenti nelle stesse aree, la partecipazione a holding che sfruttano i sottosuoli o le foreste di tali territori.

Dimenticare significa non far parte dello sforzo congiunto di istituzioni (alle quali si chiede un maggior impegno nell’attivazione di politiche internazionali preventive), mezzi di comunicazione (a favore di un giornalismo più responsabile e meno legato a logiche di audience e al sensazionalismo), operatori umanitari e non da ultimo della società civile sempre più chiamata a sollecitare i nord del mondo alla sobrietà, ad un’impronta ecologica leggera che non necessita di guerre di rapina per mantenere uno “stile di vita” al di sopra delle proprie possibilità.

Una guerra non finisce semplicemente perchè non se ne parla più, perchè ha perso il suo appeal mediatico o perchè non abbiamo più voglia/tempo/interesse di occuparcene. Essa, al contrario, continua ad esigere il suo macabro tributo di sangue, morte, violenza, nonostante il nostro silenzio. É proprio nel fondo del nostro dimenticatoio che i cosidetti “signori della guerra” trovano gioco facile nel perpetuare le loro mostruosità, esattamente come successe in Rwanda nel 1994. Il silenzio è un alleato ideale per una facile violazione del diritto internazionale e degli accordi di pace.

Compagna fedele di silenzio e dimenticanza è la banalizzazione del male: se cinquanta morti per un’esplosione nel mercato di Bagdad non ci fanno più effetto (pur se riportati nei giornali ed in tv), se la notizia di un attentato suicida-omicida in un autobus di Gerusalemme ci sfiora appena poiché sentita e risentita più volte, se le cosidette “bombe intelligenti” non si dimostrano poi tanto tali colpendo in pieno ospedali, ponti o case tra l’indifferenza generale, questo significa due cose: uno, che notizie di questo genere non sono sporardici casi fortuiti ma al contrario drammi quotidiani e due, che il continuo ripetersi in macabra sequenza di simili atrocità ha provocato in noi fortunati inquilini dell’altra metà del mondo un distacco tale da non lasciare più spazio all’indignazione.

 

Bibliografia essenziale

Caritas Italiana, in collaborazione con Famiglia Cristiana e Il Regno, I conflitti dimenticati, Feltrinelli Editore, Milano 2003.

Caritas Italiana, in colaborazione con Famiglia Cristiana e Il Regno, Guerre alla finestra, Edizioni Il Mulino, Milano 2005.

Alberto Bobbio, Guerre dimenticate, dossier di Famiglia Cristiana n. 27/2008, pagg. 83-90. (in .pdf)

AA.VV., Conflitti dimenticati?, dossier di Mosaico di Pace, Ottobre 2004, pagg. 15-26. (in .pdf)

 

Documenti utili

Rapporto di Medici Senza Frontiere, Le crisi umanitarie dimenticate dai media (in . pdf)

Convenzione di Ginevra per migliorare la sorte dei feriti e dei malati delle forze armate in campagna (Prima Convenzione di Ginevra, 1949 - in .pdf).

Convenzione per migliorare la sorte dei feriti, dei malati e dei naufraghi delle forze armate di mare (Seconda Convenzione di Ginevra, 1949 – in .pdf).

Convenzione di Ginevra relativa al trattamento dei prigionieri di guerra (Terza Convenzione di Ginevra, 1949 - in .pdf).

Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra (Quarta convenzione di Ginevra, 1949 – in .pdf).

(Scheda realizzata con il contributo di Andrea Dalla Palma)

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Guerre dimenticate" di Unimondo: www.unimondo.org/temi/guerra-e-pace/guerre-dimenticate.

Video

Guerre dimenticate