Sud Sudan, la via del non ritorno

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Dopo il momento mediatico di qualche settimana fa, quando Papa Francesco, parlan­do all'Angelus, aveva ricordato per l'ennesima volta la tragedia umanitaria del Sud Su­dan, nessuno ne ha più parlato, nessuno ha più nemmeno accennato al problema di quegli oltre venti milioni di persone a rischio di genocidio da parte di coloro che hanno interessi nell'area. Il Papa aveva parlato anche di un suo possibile viaggio nel Paese.

Nessuno nel nostro mondo “civile”, “sviluppato”, “progredito”, ma soprattutto produt­tore e commerciante di armi e generi alimentari di prima necessità (come il riso, il mais bianco, il miglio e poco altro) che ci fa sembrare di essere tanto generosi quando lo regaliamo ai “poveri” che, per essere “politicamente corretti”, chiamiamo “Paesi in Via di Sviluppo”, nessuno ha più detto nulla. Il Sud Sudan è caduto ormai in una situazione assolutamente tragica, che appare, ogni giorno che passa, sempre più una via senza ritorno: la fame, dovuta alla care­stia, ma anche alla guerra civile da cui i capi politici, sud-sudanesi, africani e non, stanno arric­chendosi in ogni modo, sta portando la popolazione alla violenza gra­tuita del “tutti contro tutti”.

Dalla metà di febbraio, nel sud-ovest, nell'area del “Western Equatoria”, che ha come capitale Yei, si succedono stragi e massacri di civili, persone che vanno a due, tre, cin­que chilometri dal villaggio a prendere una tanica di acqua, non è sicura di tornare a casa viva… Alla fine di febbraio anche i missionari comboniani, suore e sacerdoti, della zona di Kajo Keji, sempre nell'area di Yei, hanno dovuto abbandonare case, mis­sioni e laboratori e rifugiarsi nelle missioni del nord dell'Uganda o anche a Kam­pala. Alla fine della scorsa settimana, in un agguato, sono stati assassi­nati sei volontari di una ONG che lavora nel salvataggio e recupero di bambini-soldato, che stavano trasportando alimenti da Juba a Pibor, una zona periferica controllata dai soldati go­vernativi.

Il governo del Sud Sudan, dopo le dichiarazioni di Eugene Owusu, Responsabile degli Aiuti Internazionali, che ha dichiarato che l'incidente è accaduto in una zona sotto pie­no controllo governativo, si è affrettato a comunicare che questa ennesima tragedia non è accaduta per responsabilità del personale militare governativo. Martin Elia Lomuro, ministro degli Interni, ha dichiarato che il governo non ha uno staff addetto alla protezione dei volontari stranieri: “qualche volta il Governo è intervenuto in passato, ma, mi dispiace dirlo, non ho mai sentito nessuno dire che si possa essere re­sponsabili di gente armata e ribelli che uccidono lungo una strada”… Questa affermazione vale più di ogni altra considerazione, sul “potere” che ha il gover­no ed il suo esercito.

Il portavoce dell'Unione Africana ha dichiarato a sua volta che il governo sud sudanese dovrebbe farsi carico delle ricerca delle responsabilità e della sicurezza degli operatori umanitari. I sei cooperanti uccisi, che facevano parte della “GREDO” (Grassroots Empowerment and Development Organization) una ONG nazionale operante in vari paesi africani, erano tre sud-sudanesi e tre kenyoti. E' morto dopo due giorni anche l'autista che li trasportava e che era un collaboratore abituale dell'ONG.

Il responsabile UNICEF in Sud Sudan, porgendo le condoglianze alla GREDO, ha chie­sto che il Governo si faccia carico delle sue responsabilità in materia di sicurezza e di fronte a questi fatti, rafforzi i controlli sulla preparazione di esercito e polizia. In questo paese bisogna ancora chiedere al governo di fare il governo, all'esercito di fare l'esercito ed alla polizia di fare la polizia… Dalla zona di Wau, al centro nord del Paese, solitamente tranquilla, arrivano notizie di richieste di maggior sicurezza: dopo due settimane che non tornavano a casa, sono stati ritrovati i corpi di un uomo e del suo bambino, assassinati mentre si recavano a procurarsi cibo e acqua.

Le stesse cose succedono ormai in tutte le zone del Sud Sudan, mentre il governo si preoccupa di cambiare i Governatori infedeli con personaggi al momento fedeli, ma che probabilmente sono disponibili, per denaro, favori e altro, a cambiare bandiera il giorno dopo. L'Unione Africana si preoccupa che il conflitto non si allarghi e, tramite il governo, ha chiesto al Kenya di non ritirare le sue truppe di interdizione, mentre il governo ha chiesto perentoriamente alla missione UNMISS di non far arrivare altre truppe occi­dentali, che sono sgradite. Per concludere, la situazione è ancora e di nuovo esplosiva: nonostante la cacciata di Riek Machar, il suo esercito (SPLM-IO) obbedisce al nuovo vice-presidente Taban Deng, anche se sembra che questi stia tentando di far rientrare tutti sotto un'unica bandiera, l'SPLM, che dovrebbe, alla fine, essere il solo esercito del Sud Sudan.

La speranza è l'ultima a morire.

Paolo Merlo

Nato a Roma, ma spezzino di adozione, cresciuto in giro per l’Italia, informatico della prima ora nelle maggiori aziende multinazionali (Olivetti, HP, Canon) e poi imprendito­re e manager. Da oltre 10 anni “volontario a tempo pieno” lavora con diverse associa­zioni per la creazione di “computer rooms” e la formazione degli insegnanti nelle scuo­le superiori in Africa: Sud Sudan, Uganda, Centro Africa, Burkina Faso, Congo RDC e altrove ancora… Collabora come freelance a RadioIncontri InBlu e con diverse testate on-line.

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