Tel Aviv: 5000 persone marciano per i diritti umani

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Active Stills/ Meged Gozani - Foto: Democracy-project

Nel 2009 avevano partecipato migliaia di persone: membri di organizzazioni locali e internazionali, avvocati, difensori dei diritti umani, attivisti omosessuali, lavoratori migranti, ambientalisti e femministe. E anche quest’anno, in occasione della seconda marcia organizzata per celebrare la giornata internazionale dei diritti umani (10 dicembre 2010), musulmani, cristiani ed ebrei si sono ritrovati nuovamente a Tel Aviv per manifestare e protestare uniti contro le violazioni dei diritti essenziali quotidianamente perpetrate all’interno dello Stato di Israele.

Tra i circa 5.000 partecipanti, per la prima volta, hanno manifestato anche rifugiati africani provenienti dalla Somalia, dall’Eritrea e dal Sudan. Ma la vera peculiaritá dell’evento é stata tutt’altra: la manifestazione per i diritti umani ha visto, paradossalmente, una vera e propria divisione politica tra i manifestanti. Attivisti di sinistra e manifestanti di destra: i primi a chiedere la fine dell’occupazione e maggiore uguaglianza di diritti tra i cittadini, i secondi a ribadire quanto giá denunciato in altre occasioni, ovvero che anche i coloni e i militari hanno diritti umani, e sfilando con cartelli dalle scritte “Tel Aviv + Ariel = Israel” (Ariel é una colonia in Cisgiordania).

La maggior parte dei 120 gruppi aderenti all’iniziativa, che ha visto i viali di una Tel Aviv solitamente “lontana anni luce dall’occupazione” invasi di cartelloni e striscioni a chiederne invece la fine, hanno manifestato per una democrazia effettiva e diritti più uguali per tutti i cittadini israeliani. “Guardando da vicino non si può non notare: il trend israeliano antidemocratico, crescente e preoccupante, si confronta con una forte resistenza portata avanti dalla società civile del Paese”, hanno spiegato gli organizzatori, membri del movimento per i diritti umani e la democrazia in Israele (Movement for Human Rights and Democracy in Israel), precisando l’obiettivo dell’evento di sensibilizzazione: chiedere il rispetto delle libertà civili e dei diritti umani e protestare contro le ondate di razzismo, l’occupazione, il crescente gap economico, la violenza contro le donne e le minacce alla libertà di espressione.

E’ passato un anno dall’ultima marcia”, ha dichiarato Hagai El-Ad, direttore esecutivo dell’Association for Civil Rights in Israel (ACRI), una delle organizzazioni che hanno partecipato all’evento, “un pessimo anno per i diritti umani e la democrazia qui.” Secondo quanto segnalato dal direttore, gli avvenimenti negativi del 2009/2010 sarebbero numerosissimi e si sarebbe passati da proposte legislative anti-democratiche a espressioni pubbliche di razzismo, dall’allargamento del gap sociale a livelli record di povertà , senza dimenticare le tante iniziative anti-democratiche. “La responsabilità di salvaguardare la democrazia e i diritti umani è nelle mani del autorità statali”, ha spiegato Hagai El-Ad, “e la cosa più preoccupante è che negli ultimi mesi sono state queste stesse autorità- attraverso azione o silenzio- a legittimare e condurre l’offensiva anti-democratica.”

Tra i tanti diritti calpestati, l’aspetto maggiormente sentito dagli organizzatori è il trattamento riservato alla minoranza araba che vive all’interno dei confini di Israele: secondo il movimento, infatti, l’atteggiamento dello Stato di Israele nei confronti dei cittadini arabi sarebbe in contraddizione con i principi democratici. “Molti cittadini ebrei e molti rappresentanti eletti credono che i cittadini arabi di Israele abbiano il diritto al trattamento eguale e alla protezione dei loro diritti solo a condizione che rinuncino alla loro identità nazionale, cultura, lingua ed eredità storica, dichiarando la loro “lealtà” a valori che non condividono.”

Tali atteggiamenti contraddittori si manifesterebbero sia a livello legislativo, ove numerose sarebbero state le proposte di legge discriminatorie nei confronti della minoranza araba, che nell’approccio tendenzialmente ostile delle forze dell’ordine nei confronti del gruppo in questione. Secondo gli organizzatori “questi sviluppi metterebbero a rischio la possibilità di sviluppi futuri nella costruzione di fiducia tra lo stato e la minoranza araba, portando invece al deterioramento, all’estremismo e al pessimismo.”

Uniti, quindi, per chiedere che lo Stato rispetti i principi democratici che proclama, e per chiedere che la convivenza e il rispetto reciproco tra diversi gruppi etnici e religiosi presenti all’interno dello Stato di Israele non siano solo un utopico slogan politico.

Michela Perathoner inviata di Unimondo

 

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