Medio oriente: “la scienza è diversa dalla politica”

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L’idea che paesi sulla carta “nemici” possano essere “amici” nella ricerca scientifica sembra apparentemente un contro senso, eppure più ci penso, più mi sembra evidente che quello che si è da poco inaugurato ad Allan, un’anonima cittadina a trenta chilometri dalla capitale giordana Amman, è la testimonianza che a dispetto delle tensioni politiche e delle contrapposizioni militari, fronti opposti possono unirsi per un obiettivo comune che supera gli interessi nazionali ed ha molto da insegnare alla politica. Qui, infatti, 300 scienziati provenienti da paesi generalmente noti per i conflitti che li dividono come Israele, Palestina, Iran, Egitto, Turchia, Pakistan, Bahrain, Cipro e ovviamente Giordania, hanno dato vita a Sesameil primo grande centro di ricerca scientifica mediorientale dotato di un sincrotrone di terza generazione, cioè un acceleratore di particelle lungo 133 metri in cui gli elettroni possono essere accelerati fin quasi alla velocità della luce agendo come un potente microscopio con cui è possibile esplorare la materia attraverso esperimenti spendibili in moltissimi campi di ricerca, dalla fisica alla medicina, fino all’archeologia.

Il Sesame, sigla di Synctrotron-light for Experimental Science and Applications in Middle East (Luce ai Sincrotroni per la Scienze e le Applicazioni Sperimentali in Medio oriente) scelta dal biochimico palestinese Said Assaf richiamandosi alla formula magica open Sesame (apriti Sesamo), segna l’inizio di una nuova era nell’ambito della collaborazione scientifica sotto l’egida dell’UNESCO e con il supporto della comunità scientifica mondiale, nella quale figura anche anche l’Italia che vi ha partecipato con il sostegno dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), la Sapienza Università di Roma e la Città della Scienza. "L’idea di dotare il Medio oriente di un sincrotrone per la ricerca ci venne ormai 20 anni fa durante un convegno nel deserto egiziano del Sinai nel novembre del 1995, due anni dopo gli accordi di Oslo - ha spiegato il fisico israeliano Eliezer Rabinovici, che oggi  dirige il progetto - La riunione si teneva sotto una tenda beduina. C’era un clima particolare: erano passate poche settimane dall’assassinio di Yitzhak Rabin. Durante il convegno si verificò anche un terremoto di magnitudo 6,9 ma non ci fermò. Il ministro egiziano Venice Gouda e io firmammo una dichiarazione ufficiale di sostegno alla cooperazione scientifica arabo-israeliana. Era solo una dichiarazione di intenti. Ma fu l’atto di nascita di Sesame”.

Da allora i lavori hanno subito nel tempo rallentamenti, ostacoli e ritardi sotto il profilo economico e progettuale e l'iter ha risentito della mancanza di relazioni diplomatiche fra Israele e Iran (complicate anche dall’omicidio nel 2010 di due scienziati iraniani che lavoravano proprio al progetto “Sesamo”, secondo Teheran opera dei servizi israeliani), le tensioni fra Cipro e Turchia e non ultime le sanzioni internazionali che fino al luglio del 2015 hanno prosciugato le casse di Teheran. "Il vero problema - ha spiegato il curatore del progetto, lo scienziato britannico Chris Llewellyn Smith - è stato trovare il denaro per finanziare il progetto. Le nazioni della regione hanno a disposizione un budget per la scienza che si può vedere solo con un microscopio” e più volte “l’idea di Sesame è sembrata sul punto di tramontare, fino alla svolta nel 2012 quanto Iran, Israele, Giordania ed Egitto hanno deciso di stanziare ciascuna un fondo di 5 milioni di dollari, a condizione che anche gli altri Paesi promotori facessero lo stesso”.

Lo scopo di Sesame è quello di fornire ai giovani scienziati della regione un motivo in più per non emigrare nei centri di ricerca all’avanguardia in Europa o negli Stati Uniti, frenando così la “fuga dei cervelli”. Gihan Kamel, egiziana di origine, è stata una di questi “cervelli in fuga”, che oggi ha potuto tornare in Medio oriente dopo un’esperienza in Italia, proprio grazie al nuovo centro di ricerca giordano. “Una struttura di importanza vitale - ha spiegato la fisica -  indispensabile per rafforzare la ricerca e quella commistione di nazionalità quasi impossibile in qualsiasi altro ambito o situazione mediorientale. Essa si rivelerà fondamentale negli studi per la scoperta precoce del cancro o per l’analisi dei raccolti, per migliorare l’agricoltura o lo studio dei Rotoli del mar Morto, che hanno duemila anni sulle spalle”. Per Rabinovici l’inaugurazione ha rappresentato un “momento molto toccante” e il centro è la dimostrazione che “scienziati di tutta la regione possono collaborare a beneficio dell’umanità intera”. In questo “La scienza è diversa dalla politica” ha ricordato il suo collega iraniano Mahmoud Tabrizci che non ha esitato a definire la nascita di Sesamo “il più grande evento in campo scientifico per il Medio oriente”. 

“Sesame ha l’ambizione di essere per il Medio oriente quello che il Cern di Ginevra è stato per l’Europa, - spiegava già nel 2015 Fernando Ferroni, presidente dell’Infn - una macchina di eccellenza al servizio di molte discipline scientifiche, che frantumi le barriere politiche e aiuti i ricercatori a trovare una ragione per far crescere la conoscenza e la qualità della ricerca in un’area così complessa”. La speranza, infatti, è di fare nei prossimi anni di Sesame un’occasione per lo sviluppo anche economico del territorio, grazie ad un solido e intenso programma di formazione, che prevede scuole, meeting, borse di studio, e che ha già consentito di sviluppare le capacità industriali e tecniche necessarie alla costruzione e all’utilizzo della nuova macchina. Una realtà scientifica che può insegnare alla politica come si fa a stringere legami più stretti tra popoli con tradizioni, sistemi politici, religioni e culture diverse. Il tutto in uno stato che, per la cronaca, ospita da solo due milioni di rifugiati, quasi quanto l’intera Unione europea.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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