Diplomazia popolare

Stampa

“Noi stessi siamo qui come ospitanti di un evento e di un incontro che sentiamo totalmente mozambicani. In questa prospettiva la nostra presenza intende essere forte per quel che riguarda l'amicizia, ma discreta e rispettosa”. (Andrea Riccardi, Comunità di sant’Egidio, luglio 1990)

 

Introduzione

 

Con il termine diplomazia popolare (o dei popoli) si devono intendere tutte quelle strutture ed iniziative, a carattere transnazionale, evidentemente distinte dalla diplomazia degli stati, ma non per questo pregiudizialmente contrapposte ad essa, realizzate da soggetti nongovernativi. Esse hanno l’obiettivo d’influire sulla definizione e sulla realizzazione delle scelte di politica internazionale; nello specifico conflittuale favoriscono l’evoluzione il più possibile nonviolenta di un conflitto. A tal fine anche al diplomazia popolare rischia parimenti la diplomazia ufficiale.

La diplomazia popolare si presenta come strumento operativo per tradurre il principio di democrazia internazionale, in quanto promuove la partecipazione politica popolare al funzionamento delle istituzioni internazionali.

Al mondo esistono “diecimila società”, cioè una moltitudine di gruppi etnici o basati su altri tipi di identità che sono sparsi attraverso i confini nazionali di qualsiasi stato; esistono 20.000 associazioni non governative (o popolari dette anche ong), che di nuovo trascendono i confini e perseguono interessi regionali o globali, piuttosto che nazionali, attraverso l’intero spettro delle attività umane, dalla scienza alle arti all’economia. Al di sotto di questa vasta rete di ong si colloca l’azione delle 100.000 e più organizzazioni di base, le più vicine alla vita quotidiana del miliardo di famiglie del pianeta. Dal lato della diplomazia ufficiale, abbiamo 185 stati, 4.000 organizzazioni intergovernative che collegano i governi con alleanze di vario tipo ed infine l’ONU con i suoi cinquanta dipartimenti, programmi ed agenzie di vario tipo.

Questa avanzata forma di diplomazia trova legittimazione non solo etica, ma anche politico-giuridica, nel Codice universale dei diritti umani, un insieme di oltre 40 Convenzioni - accordi giuridici vincolanti per gli stati che li hanno ratificati - in materia di diritti umani a livello mondiale e continentale.

Il diritto internazionale dei diritti umani riconosce infatti nella persona e nei popoli dei soggetti originari, ciascuno portatore di una quota di sovranità. Lo stato e il sistema degli stati non sono che strutture derivate, poste al soddisfacimento dei diritti umani di tutti gli abitanti del pianeta, ossia dei loro bisogni fondamentali. Se, dunque, le strutture indipendenti di società civile - in quanto genuina espressione delle persone e della famiglia umana - e i popoli sono soggetti originari, essi automaticamente sono legittimati ad agire nell’arena internazionale.

Sono quindi attività di diplomazia popolare tutte quelle azioni che fanno delle organizzazioni non governative degli interlocutori - in grado di sedersi allo stesso tavolo e con la stessa legittimità della diplomazia ufficiale - nelle consultazioni con i rappresentati dei governi, con le istituzioni civili e religiose, e con le istituzioni internazionali.

Secondo Simona Sharoni per descrivere alcuni tentativi di conflict resolution da parte di semplici cittadini e di gruppi si sono impiegate anche altre espressioni come “diplomazia non ufficiale” e “diplomazia dei cittadini (citizens’ diplomacy)”.

I modi con cui la diplomazia popolare si esprime sono molteplici e multiformi: lo "status consultivo" delle ONG presso gli organismi intergovernativi (ONU, UNESCO, Consiglio d'Europa, ecc.); le "conferenze parallele" rispetto alle grandi conferenze mondiali delle Nazioni Unite, da quella di Stoccolma del l972 sui problemi dell'ambiente sino alla Conferenza di Bali del 2007 dove gli Stati Uniti pressati da ogni dove hanno siglato il protocollo di Kyoto.

 

Un esempio italiano è l'opera di mediazione svolta dalla Comunità di Sant'Egidio per la pace in Mozambico e per il dialogo tra le fazioni in lotta in Algeria e l'interposizione non armata effettuata, con grande rischio, dall'associazione "Beati i costruttori di pace" in Bosnia nel dicembre l992 e nell'agosto l993 (quest'ultima all'insegna di "Mir Sada", "Pace ora"). E' espressione di democrazia popolare anche il programma varato dal Consiglio d'Europa, con la collaborazione dell'Assemblea dei Cittadini di Helsinki e dell'Associazione dei Comuni d'Europa, con la denominazione di "ambasciate della democrazia locale". In sintesi si tratta di una nuova forma di gemellaggio inteso a tradurre concretamente la solidarietà transnazionale fra comuni dei paesi membri del Consiglio d'Europa e comuni della ex Jugoslavia, con la partecipazione ufficiale di organizzazioni nongovernative: nei comuni della ex Jugoslavia vengono aperti uffici di collaborazione permanente, ossia "sedi diplomatiche locali" di iniziativa popolare.

 

John McDonald e Louis Diamond hanno coniato il termine multi-track diplomacy (mtd) -diplomazia multipla, trovando una sintesi tra i diversi modi di utilizzo della “diplomazia popolare” da parte delle Ong, dei movimenti sociali e dei semplici cittadini.

Le ricadute effettive di un’azione di diplomazia popolare sul piano generale sono:

· l’aumento della conoscenza della politica internazionale da parte degli attori (in particolare dell’Onu, delle sue agenzie e dei programmi, del Consiglio d’Europa e delle sue diramazioni e del diritto internazionale);

· una maggiore specificità delle iniziative politiche internazionali con riferimento sia ai contenuti sia ai destinatari;

· la presa di coscienza che viviamo nell’era dell’interdipendenza mondiale e che c’è bisogno , per gestirla in maniera equa e solidale, di un’autorità sopranazionale veramente democratica;

· l’aumento quantitativo e qualitativo dei coordinamenti tra tutti i livelli organizzati di società civile.

 

In particolare, ad esempio, le conseguenze della mobilitazione pacifista per fermare la guerra nella ex Jugoslavia sono state: la riapertura dei corridoi umanitari per Sarajevo; l’avvio di un dialogo tra i volontari e i caschi blu della United Nations Protection Force (Unprofor) durante la guerra e tra le forze Nato e Onu dopo la guerra; la creazione di un tavolo permanente di confronto e coordinamento tra governo italiano (Ministeri Affari esteri e Affari sociali) e associazioni di volontariato; l’avvio di un più stretto coordinamento tra Acnur (www.acnur.org) e strutture indipendenti di società civile (in particolare il Consorzio italiano di solidarietà) per la distribuzione degli aiuti nei territori di guerra, e tra Acnur e Ambasciate della Democrazia Locale per il rimpatrio dei profughi e degli sfollati.

 

Secondo John Burton e Frank Dukes la diplomazia popolare è composta da “contatti non ufficiali e informali tra i membri di due nazioni o di due gruppi contrapposti che desiderano sviluppare delle strategie comuni, influenzare l’opinione pubblica, organizzare le risorse umane e materiali con modalità tali che li potrebbero aiutare a risolvere il conflitto”. Le visite tra cittadini, i concerti rock, i gemellaggi tra città, gli scambi culturali, i progetti comuni di ricerca, gli affidi a distanza e gli aiuti umanitari sono azioni tipiche della diplomazia popolare.

Secondo Elise Boulding la speranza nel cambiamento sociale positivo in un mondo indebolito dalla povertà e dal militarismo risiede nell’abilità ed ingegnosità esercitate da diversi gruppi sociali, in primo luogo creando o sostenendo il tipo di organizzazioni popolari che possano affrontare i problemi di ingiustizia, violenza e oppressione che i governi non possono risolvere ; in secondo luogo, creando alleanze di ONG affini per condividere risorse per trattare problemi comuni ; in terzo luogo, sviluppando una competenza politica globale per trattare con i molti livelli di organizzazioni, governative e non, per mettere insieme le migliori reti e collaborazioni per risolvere i problemi ; e in quarto luogo, liberando la fantasia sociale in modo da immaginare i tipi di strutture, istituzioni e processi che possano condurre ad un ordine più umano e pacifico.

Diplomazia parallela

Quest’espressione fu coniata da Joseph Montville nel 1982 per indicare quei percorsi della diplomazia che si snodavano al di fuori del sistema governativo ufficiale. Essa si riferisce alle attività e ai contatti informali, nongovernativi e non ufficiali, tra cittadini privati o gruppi. Montville considera la diplomazia parallela come un processo finalizzato ad assistere i leaders ufficiali nel loro tentativo di esplorare possibili soluzioni. I negoziati segreti tra i rappresentanti non ufficiali del Governo israeliano e dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) oppure l’attività parallela svolta da Emergency o Un Ponte per durante la guerra in Iraq sono esempi di diplomazia parallela.

Secondo Diamond e McDonald le iniziative di diplomazia parallela sono finalizzate :

1) a ridurre l’intensità o a risolvere il conflitto tra due gruppi o tra due nazioni migliorando le comunicazioni, la comprensione e le relazioni;

2) ad abbassare la tensione, l’odio, la paura o l’incomprensione umanizzando “il volto del nemico” e creando le condizioni perché le persone facciano esperienza diretta dell’altro;

3) ad influenzare il pensiero e l’azione della diplomazia ufficiale analizzando le opinioni diplomatiche senza pregiudizi, preparando in tal modo il terreno per negoziati più formali.

Detta diplomazia mira a sostenere l’azione dei leaders ufficiali compensando quei vincoli loro imposti dalla necessità, psicologicamente comprensibile, di essere, o almeno di apparire, forti, prudenti, indomiti di fronte al nemico. Essa crea un ambito segreto di mediazione ove non hanno accesso le telecamere e dove i leaders politici riescono ad abbandonare la maschera dell’apparire indomiti. In sintesi, la diplomazia parallela, sul modello della Comunità di sant’Egidio, si basa sul presupposto che l’expertise per risolvere i conflitti pacificamente non appartenga solamente ai funzionari governativi e alle procedure ufficiali. Anche i cittadini ed i gruppi di diversa provenienza e in possesso di molteplici competenze possono giocare un ruolo importante nei processi di peacemaking e di conflict resolution. A tal proposito la società civile si è espressa più volte a favore di un intervento statuale sotto l’egida dell’ONU.

La cooperazione decentrata si basa su un partenariato che ha come elemento distintivo il rapporto pubblico – privato e quindi enti locali – comunità. Trattasi di un partenariato territoriale e insieme interterritoriale che intercorre tra i territori delle due parti e all’interno dei propri rispettivi territori. Detta cooperazione è volta a superare il progettismo per cogliere la complessità e le connessioni del reale. Siamo di fronte ad un’azione politica a tutti gli effetti che non è sempre positivamente valutata dai Ministeri Affari esteri degli Stati tant’è che questi talvolta cercano di ostacolare l’evoluzione legislativa naturale che nasce da questo tipo di cooperazione rivendicando il monopolio sulla politica estera.

 

Diplomazia preventiva

Secondo Giovanni Scotto è dall’azione per prevenire che nascono dispute tra le parti, per impedire che dispute esistenti degenerino in conflitti e per limitare l’estensione di questi ultimi quando essi si verificano.

Già la Carta di San Francisco prevede nel Cap.VI strumenti di azione preventiva per una soluzione pacifica dei conflitti tra stati.

Nell’Agenda per la pace il Segretario Generale aveva menzionato la necessità di creare meccanismi di preallarme (early warning) e di diplomazia preventiva (preventive diplomacy) per prevenire le dispute, impedire che le tensioni esistenti provochino un conflitto, agire rapidamente per fermare le ostilità nel caso in cui siano appena scoppiate. Tali strumenti innovativi costituiscono una necessità se si vuole che la comunità internazionale agisca con efficacia per la risoluzione ed il superamento dei conflitti armati di rilevanza internazionale. Su tale necessità si registra anche un ampio consenso tra gli stati membri.

Boutros Ghali menziona nell’Agenda per la pace le seguenti misure preventive :

· misure volte all’aumento della fiducia tra le parti (confidence-building measures) ;

· indagine sui fatti (fact-finding) ;

· sviluppo di un sistema di preallarme ;

· interventi preventivi del’ONU in aree di crisi sia nel caso di conflitti internazionali che di conflitti interni ;

· realizzazione di zone demilitarizzate ;

Il Segretario Generale aggiunge quindi un elemento importante che permette d’ implementare future missioni esclusivamente civili : ovvero quello di seguire sul terreno l’evolversi di situazioni critiche e l’approssimarsi dei conflitti per agire direttamente sulle parti non limitandosi all’ordinaria attività diplomatica ad alto livello.

Negli anni ’90 il dispiegamento di reparti di “caschi blu” in Macedonia, come misura preventiva rispetto al propagarsi della guerra in ex Jugoslavia nella parte meridionale della penisola balcanica, rappresenta il primo impiego di forze militari in missione di peacekeeping preventivo. L’interpretazione ricorrente è che questo sia, o debba essere, un dispiegamento deterrente di una forza militare internazionale. Molto più importante appare invece la prospettiva di un aiuto alla costruzione di rapporti di fiducia tra le diverse comunità nazionali abitanti in Macedonia attraverso la presenza di una terza parte imparziale (naturalmente con l’integrazione nel mandato di adeguati compiti civili).

Le esperienze di attività preventiva finora compiute dall’ONU non sono ancora sufficienti per delineare un quadro preciso del tipo di misure possibili o necessarie nelle diverse fasi di escalation dei conflitti e nelle diverse situazioni politiche e militari. Non solo ONG come International Alert rivendicano un ruolo significativo nella diplomazia preventiva[1] ma anche diplomatici di professione[2] auspicano, in caso di crisi, missioni esclusivamente civili a scopo preventivo.

Le misure di prevenzione più efficaci in questo senso appartengono alla sfera del peacebuilding, e quindi devono necessariamente orientarsi non solo al “raffredamento” della fase critica, ma anche al miglioramento dei rapporti e alla costruzione di solide basi per la convivenza pacifica. Lo stesso Boutros Ghali ricomprende nel Supplemento all’Agenda per la pace le misure preventive nell’ambito del concetto di peacebuilding.

Tenendo presente che la gran parte dei conflitti di rilevanza globale avviene ormai all’interno degli stati tra differenti gruppi culturali, religiosi, etnici e sociali, ogni attività preventiva non potrà che basarsi su una combinazione dei seguenti elementi :

· accrescimento della fiducia reciproca;

· creazione di strutture per la risoluzione dei conflitti e sostegno delle strutture locali già esistenti;

· tutela dei diritti umani delle popolazioni coinvolte, ed in particolare delle minoranze etniche, nazionali, religiose, e delle classi sociali più deboli;

· aiuto allo sviluppo economico e sociale ; superamento delle (maggiori) ingiustizie nella distribuzione delle risorse;

· facilitazione di negoziati orientati verso esiti ove una parte non esca sconfitta.

 

Le attività preventive potranno anche essere distinte a seconda del punto della struttura sociale dei gruppi contrapposti su cui si intende lavorare: diplomazia preventiva nel senso inteso da Boutros Ghali con i vertici dei gruppi avversari; attività con gruppi intermedi, capaci d’influenzare i vertici o dotati di un certo peso nella società.

(Scheda realizzata con il contributo di Fabio Pipinato)

NOTE:

[1] V.Kumar Rupesinghe, Towards a Policy Framework for Advancing Preventive Diplomacy, London International Alert, 1994.

[2] Giandomenico Picco, “Preventive diplomacy and conflict resolution : How to improve the United nations intelligence assessment and early warning capabilities”, in Winrich Kühne, ed. (1993), p.423-434.

Esperienza

Libri

Giacomo Natali (a cura di), Diplomazia dal basso, Edizioni Punto Rosso/Carta, 2007.

Eugenio Melandri, L'alba della democrazia: viaggio nel Congo che cambia, Ed. EMI, 2007.

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Corpi civili di pace" di Unimondo: www.unimondo.org/temi/guerra-e-pace/diplomazia-popolare

Diplomatie_von_unten.pdf 127,46 kB

Istituzioni e Campagne

Video

Negramaro - Tu Ricordati Di Me