Myanmar: nonostante le promesse…

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Foto: Asianews.it

Del processo di democratizzazione che il Myanmar sembrava aver intrapreso da quando la Lega Nazionale per la Democrazia, il principale partito d’opposizione guidato da Aung San Suu Kyi, era stato ammesso dalla Giunta militare alle elezioni nell’aprile 2012, non sembra essere rimasto molto. Il presidente ed ex generale Thein Sein alla guida del nuovo Governo militare-civile aveva promesso la liberazione di tutti i detenuti per reati di coscienza entro la fine del 2013, ma in realtà, ancora una volta, è stato più retorico che concreto. Il numero di detenuti è aumentato e sembra destinato a salire.  La denuncia arriva dagli attivisti di Assistance Association for Political Prisoners (AAPP - Burma), uno fra i più importanti gruppi della dissidenza in Myanmar a operare in favore dei detenuti politici. In un loro report i leader del movimento riferiscono che al momento “vi sono almeno 84 detenuti politici sparsi nelle carceri del Paese; al contempo, vi sono altri 122 attivisti a processo con accuse di natura politica".

Il rapporto, che si basa su dati raccolti sino alla fine di agosto, prevede inoltre che “il numero dei prigionieri politici è destinato a crescere nell'ultimo periodo di questo 2014”. Secondo quanto riferito da Tate Naing attuale segretario di AAPP, già leader della rivolta studentesca nel 1988 e condannato a tre anni di carcere nel 1990 per attività politiche, la crescita nel numero di arresti e condanne per reati di natura politica è in larga misura da attribuire all’uso della controversa Sezione 18, inserita nella Legge quadro sul diritto di assemblea e processione pacifica. Si tratta di una norma ad hoc per colpire l'attivismo politico e, a dispetto degli emendamenti approvati nel giugno scorso, essa concede troppo margine di manovra alle autorità”. "Il presidente [Thein Sein] ha promesso di liberare tutti i dissidenti - ha dichiarato Khin Cho Myint, portavoce del gruppo AAPP - e ha detto anche che non ci sarebbero stati più prigionieri politici entro la fine del 2013. Sono trascorsi 11 mesi, ma in realtà il numero continua a crescere e continuano ad esserci migliaia di altri cittadini birmani a rischio carcere”.

Solo la scorsa settimana l’attivista  52enne Htin Kyaw è stato incriminato in tutte e 12 le divisioni di Yangon nelle quali ha marciato a inizio anno, nel contesto di una campagna di protesta contro l’esecutivo. A suo carico l’accusa di “disturbo dell’ordine pubblico” per aver “distribuito volantini”, rischia ora una condanna a 11 anni di carcere per proteste anti-governative. La sentenza di condanna contro il dissidente lo ha reso un simbolo: a dispetto delle sbandierate riforme politiche, economiche e sociali dell'esecutivo semi-civile, in carica dal 2012 dopo decenni di dittatura militare, in realtà il dissenso viene ancora oggi punito in maniera sistematica.  Un portavoce di Amnesty International riferisce che Htin Kyaw ha solo espresso la propria opinione, senza violare alcuna legge: “Gli sforzi incessanti delle autorità birmane di silenziare le voci critiche devono cessare subito” e le accuse a suo carico sono una “farsa”. 

Ma i prigionieri politici non sono l’unico argomento sensibile per il Governo. Da venerdì 18 novembre gli  studenti birmani minacciano una protesta su scala nazionale, se il governo non promuoverà riforme nel settore dell'istruzione. In particolare, essi chiedono di emendare la legge quadro sull'educazione, che proibisce ai giovani delle superiori e delle università di promuovere attività politiche e limita di fatto la libertà accademica. “Dopo quattro giorni consecutivi di marce e manifestazioni per le vie di Yangon, capitale commerciale del Myanmar, sfidando peraltro i divieti delle autorità, i leader studenteschi hanno concesso due mesi al governo per rispondere alle loro richieste” ha riferito AsiaNews. Ad oggi il sistema educativo e scolastico è ancora legato al vecchio dominio della dittatura militare: le materie e i curriculum scolastici sono sotto lo stretto controllo delle autorità ed è vietata ogni forma di attività politica. Fra i punti al centro della controversia, la possibilità, finora negata, di utilizzare anche le lingue locali e i dialetti negli Stati in cui vivono le minoranze etniche, unita alla possibilità di formare sindacati studenteschi.  

Nei giorni scorsi la protesta dei giovani ha toccato anche la porta orientale della famosa pagoda di Shwedagon, un luogo simbolo per il Myanmar, dove la Nobel per la pace Suu Kyi ha tenuto il primo discorso pubblico nel 1988. Dal luogo di culto hanno inoltre preso il via le proteste dei monaci del settembre 2007, represse nel sangue e nel terrore dalla giunta militare. In risposta, il ministero birmano dell'Istruzione negli scorsi giorni ha diffuso un comunicato in cui afferma che la legge “garantisce libertà accademiche” e che le rivendicazioni degli studenti, fra cui la formazione di sindacati, “possono essere oggetto di revisioni normative”. La minaccia, lanciata dagli studenti, di estendere a tutta la nazione le proteste allarma le autorità birmane, sempre molto preoccupate della loro immagine all’estero.

Ecco perché in questo momento per Naing è importante che l’attenzione delle Cancellerie occidentali, convinte a torto che il problema dei prigionieri politici, dei diritti umani e della democrazia in Myanmar sia già risolto, rimanga alta. “La pressione internazionale sul governo birmano affinché mantenga le promesse e onori i propri impegni, avvertono i leader del movimento,  è essenziale per promuovere le libertà civili e continuare il cammino di riforme”. Anche e soprattutto, in vista delle elezioni generali e presidenziali del 2015 che potrebbero portare, se sarà accolta una petizione dell’opposizione, il Nobel  Aung San Suu Kyi alla presidenza. Per il momento però senza la rimozione del veto militare, non sarà possibile ottenere alcuna modifica costituzionale non gradita ai militari e la petizione per avere libere elezioni, assieme al futuro democratico del Paese potrebbero nuovamente finire archiviati.

Alessandro Graziadei

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