Cooperazione: gli 'Stati generali' propongono un codice etico

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Stati Generali della Solidarietà e della Cooperazione

"Si elabori e adotti un Codice etico sulla cooperazione internazionale che coinvolga i diversi attori del settore e le Istituzioni, su valori e prassi, e che rafforzi negli italiani quegli elementi culturali fondamentali per un maggiore impegno internazionale del nostro Paese". E' la proposta che emerge dal 'manifesto' (in .pdf) delle oltre cento organizzazioni radunate lo scorso fine settimana nel forum degli 'Stati generali della solidarietà e cooperazione internazionale'. Sottolineando che la coincidenza di crisi finanziaria, alimentare e climatica "può essere un'occasione per costruire un nuovo e più giusto equilibrio internazionale" basato sulla principio-guida della responsabilità solidale, le associazioni chiedono "coerenza delle politiche".

"Le stesse risorse che oggi vengono impiegate per far fronte alla crisi finanziaria sono state sempre negate alla lotta alla povertà, alla cancellazione del debito, a processi di sviluppo di lungo periodo che ponessero rimedio ai devastanti processi di colonizzazione, deportazione e riduzione in schiavitù, alle politiche di aggiustamento strutturale di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, che ne sono causa e origine portante" - sottolineano le associazioni. "Ad ammettere il fallimento di queste politiche sono ormai le stesse istituzioni finanziarie internazionali. La promessa, mai mantenuta, dello 0,7% del PIL da destinare all'aiuto pubblico allo sviluppo appare figlia di un tempo in cui la comunità internazionale ha sentito il dovere morale di assumere impegni, salvo poi perseguirli realmente e concretamente solo in minima parte e da parte di pochissimi governi. Oggi questi impegni presi solennemente nelle sedi europee e internazionali appaiono, di fronte alla crisi, ancora più urgenti e necessari da mantenere".

"In Italia - ricordano le associazioni - per anni abbiamo rappresentato con la cooperazione decentrata e con gli interventi dei soggetti della società civile un solido riferimento, anche economico, nella lotta alla povertà, con migliaia di iniziative e progetti che hanno messo in comunicazione e collaborazione territori e comunità del nostro paese e dei paesi in costante via di impoverimento. Anomalia riconosciuta al nostro paese da istituzioni internazionali: a fronte della sensibilità e della mobilitazione di risorse da parte della società civile e della cooperazione decentrata, la risposta istituzionale, dopo una breve parentesi di inversione di tendenza mostrata tra il 2007 e 2008, torna ad una drastica inversione di marcia degli impegni per la lotta alla povertà"

"Crediamo che la natura della crisi odierna della globalizzazione ponga il tema, e fornisca l'occasione, per colmare i deficit di democrazia presenti nel governo dei processi globali. Crediamo che a questa mancanza di una effettiva governance dei processi internazionali si debba rispondere riformando le istituzioni esistenti - a partire dalle Nazioni Unite e dalle Istituzioni Finanziarie internazionali - e creandone di nuove, improntandone il funzionamento a criteri di democrazia, pluralismo, trasparenza, efficacia, rappresentatività" - ribadiscono le associazioni.

In particolare gli 'Stati generali della solidarietà e cooperazione' chiedono che "si annulli incondizionatamente ogni forma di debito dichiarato illegittimo, e si identifichino modalità di restituzione del debito ecologico verso i Sud del mondo, ed allo stesso tempo si assicuri ai governi la discrezionalità nello scegliere le proprie politiche economiche e produttive, sotto costante scrutinio della società civile organizzata e dei movimenti sociali e delle parti sociali". Dopo aver ricordato che "ancora oggi è in atto un vero e proprio Piano Marshall rovesciato" attraverso cui "rientrano nelle casse del Nord sviluppato e ricco risorse derivanti dagli interessi sul debito estero e in virtù di meccanismi economici, finanziari, commerciali speculativi e legati al profitto", le associazioni ribadiscono gli "interrogativi e opposizioni non solo sull'efficacia dei progetti bensì sugli stessi modelli di sviluppo proposti dai donatori".

In materia di pace e prevenzione dei conflitti le associazioni chiedono che "si riducano sensibilmente le spese militari e il commercio internazionale di armi", causa primaria dell'attuale violenza armata che sta mietendo innumerevoli vittime e riducendo in miseria milioni di popolazioni nel mondo, liberando così risorse da destinare alla spesa sociale, alla pace e alla cooperazione internazionale.

Ribadiscono inoltre l'urgenza di riconoscere "il diritto umano inalienabile alla mobilità delle persone", di ratificare le convenzioni Onu sui diritti dei lavoratori e delle lavoratrici migranti e delle loro famiglie, e di riconoscere il pieno rispetto dell'autodeterminazione di ogni popolo, delle sue culture e delle culture, in tutte le azioni politiche e negli interventi internazionali".

Chiedono infine di promuovere "la partecipazione delle donne ai processi decisionali nei contesti locali così come nei fora nazionali e internazionali rilevanti, adeguando di conseguenza tempi, costi e strumenti dei programmi di sviluppo e valorizzando le capacità di ricerca, analisi e mobilitazione delle donne del Sud del mondo". Nello specifico chiedono che l'Italia si doti di un Piano Nazionale d'Azione per l'implementazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325 del 2000 per garantire il mainstreaming di genere delle operazioni di peacekeeping mediante la piena realizzazione di un adeguato sistema di progettazione e monitoraggio e per realizzare una decisa azione di contrasto alle violenze di genere garantendo la rilevazione e la repressione delle violazioni dei diritti umani delle donne.

Gli Stati Generali si ripropongono di portare a compimento il percorso di regionalizzazione, completandolo nelle regioni dove ancora non è stato attuato e rendendolo continuativo nelle regioni dove già è in atto. [GB]

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