Difesa popolare nonviolenta

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“Per quanto piccola una nazione o anche un gruppo possa essere, una volta che abbia raggiunto una precisa determinazione, ed anche una unitaria volontà e fermezza, non è meno capace di un individuo di difendere il proprio onore e la propria dignità contro un intero mondo in armi. In ciò consiste la forza ineguagliabile e la bellezza dei disarmati. Tale nonviolenza non conosce né accetta sconfitte in alcuno stadio. Perciò, nemmeno la bomba atomica potrebbe assoggettare in schiavitù una nazione o un gruppo che abbia fatto della nonviolenza la propria politica definitiva”. (Mohandas Karamchand Gandhi)

 

Cosa è e come nasce la Difesa Popolare Nonviolenta?

Con l’acronimo DPN si intende un modello di difesa alternativo a quello militare, dal basso ma organizzato, che - da solo o in concorrenza con una struttura armata - possa garantire una difesa efficace del territorio, delle persone che ci vivono e delle sue istituzioni. Il termine usato in Italia non trova riscontro in altri paesi Europei che, di volta in volta, hanno preferito usare locuzioni simili quali “difesa civile” (Sharp), “difesa civile nonviolenta” (Muller), “difesa sociale” (Ebert). Esso fa riferimento a qualcosa di molto preciso che si differenzia dai concetti similari, ma non del tutto coincidenti, di “resistenza passiva” o “resistenza nonviolenta” o “disobbedienza civile”. È vero, però, che il percorso teorico intorno al concetto di DPN nasce proprio dall’esperienza gandhiana e trova poi le prime applicazioni storiche occidentali nella resistenza al nazi-fascismo. Solo dopo si svilupperà in seno alle prime esperienze di peace research italiana negli anni ’70 la locuzione “difesa popolare nonviolenta”.

 

Le caratteristiche della DPN: “difensiva”, “popolare” e “nonviolenta”

Gandhi definiva la sua azione “autodifesa”, stando così a significare la rinuncia a qualsiasi tipo di aggressività o competizione che non fosse giustificata dal sacro diritto/dovere alla difesa di sé e dei propri cari. Queste forti motivazioni, che sono alla base di un’ampia mobilitazione di massa, sono state le stesse che hanno attivato i movimenti di resistenza, sia armata che non armata, al nazi-fascismo. Diversamente da quanto accade oggi, quando in presenza di guerre che l’Occidente combatte quasi esclusivamente in territorio straniero, la “difesa” dei diritti umani e della democrazia appare un concetto non sempre distinto dagli interessi di tipo economico o politico. Ecco dunque che la prima condizione che si deve verificare affinché si possa parlare di DPN è che si tratti inequivocabilmente di azioni di “difesa”.

D’altra parte la forza di mobilitazione nei casi di intervento all’estero è senz’altro minore e sempre più spesso i sistemi di reclutamento sono basati su incentivi di tipo economico e/o a campagne di sensibilizzazione di tipo nazionalistico e retorico. Questo contraddice con il secondo elemento fondamentale della DPN, ovvero il fatto che sia “popolare” oltre che civile, nel senso che viene avvertita come un impegno condiviso da tutti. Questa è la diretta conseguenza del primo termine “la difesa”: un evento così drammaticamente importante che non può essere delegato ad una struttura esterna (tanto meno privata come nel caso di eserciti di mercenari o “agenzie private di sicurezza”) ma deve essere assunta dall’intera popolazione come impegno primario e fondamentale. Solo su queste basi teoriche il risultato sarà una difesa “efficace” in quanto diffusa, radicata, ampia e completa (nel senso che si basa su risorse di tipo diverso e sulla ricchezza di esperienze e di idee che una intera popolazione può mettere in campo quando adeguatamente motivata).

Il terzo termine “nonviolenta” è la caratterizzazione etico-filosofica del termine. Esso sta ad indicare da un lato le premesse “teoriche” dell’azione, le sue radici di pensiero e le motivazioni di fondo, dall’altro definisce in modo netto e distinto quello che all’interno di questa difesa è contemplato e quello che non lo è. Ecco perché la scelta tra termini come “difesa civile” e “difesa nonviolenta” è una scelta di campo assolutamente dirimente e rende necessario fare chiarezza tra i termini. Se le categorie di fondo della nonviolenza sono il sacrificio di sé, la ricerca della verità, la fede (in qualsiasi religione, ma comunque in una vita spirituale che va al di là della vita stessa del genere umano) allora anche le azioni che ne conseguono possono differire notevolmente. L’unica cosa che è simile in un’azione di difesa nonviolenta e in un’azione di difesa civile è il fatto che non si usino le armi. Un’azione di difesa civile si può mettere in campo anche solo semplicemente perché non si hanno armi a disposizione (come in molti casi di resistenza popolare al nazismo) o perché le armi che si hanno a disposizione non sono efficaci contro quelle dell’invasore (come nel caso della difesa dalle armi nucleari). Ma una difesa nonviolenta parte dal nesso ahimsa - amore per la vita (e tutte le creature) > satyagraha - ricerca della verità > swaraj - lotta per l’autogoverno > per cui le azioni poste in essere non possono che essere ispirate all’amore per il nemico, alla volontà di con-vincere il nemico piuttosto che di annientarlo e all’essere dunque disposto a morire piuttosto che a uccidere (= nonviolenza).

 

Il 1989 e i nuovi modelli di difesa

Con la fine del bi-polarismo e la guerra fredda il modello di difesa basato sulla deterrenza nucleare è scomparso. Nel giro di pochi anni la prima guerra del golfo, la guerra nella ex-Jugoslavia, i massacri in Ruanda, le crisi diffuse in molte aree del pianeta hanno cambiato la strategia militare delle superpotenze. È un decennio tragico questo, non solo per le stragi di fronte alle quali l’opinione pubblica e l’Europa assistono impotenti, ma anche perché il movimento pacifista non riesce subito a comprendere quanto stia accadendo.

La caduta del muro di Berlino ha sì rotto il cosiddetto “equilibrio del terrore” ma questa rottura non ha portato una nuova era di tolleranza e dialogo tra le potenze, bensì una nuova era di “disordine mondiale”, nel quale le due superpotenze hanno ammodernato i loro arsenali, utilizzando le armi obsolete in molti conflitti prima “congelati”, sperimentandone di nuove e più micidiali (si pensi all’uranio impoverito), studiando nuovi scenari (si pensi all’antrace e la guerra batteriologica), riprendendo la corsa agli armamenti (si pensi allo scudo spaziale). In questi dieci anni, insomma, mentre il pacifismo era intento a riconsiderare le proprie posizioni e ad impegnarsi in scenari di concreta solidarietà internazionale, come ad esempio il pacifismo italiano nei Balcani, le superpotenze si sono preparate per la sfida del nuovo millennio: la guerra al terrorismo.

Del 1999, infatti, è la nuova dottrina della NATO approvata nell’assemblea di Washington DC, del 2002 la nuova strategia di difesa degli USA e del 2003 quella dell’Europa. Nei documenti, così come nei discorsi, è ormai entrato a pieno titolo l’attore protagonista: il terrorismo internazionale, soprattutto di matrice islamica. Di fronte ad un simile nemico come ci si può organizzare? La risposta degli Stati è stata quella della guerra preventiva, della lotta senza quartiere contro quegli Stati canaglia che offrono protezione ai terroristi, affiancata da una nuova politica delle alleanze in cui gli Stati Uniti e la Russia si contendono vecchi e nuovi amici, aree di influenza e risorse energetiche; insomma dopo il duplice cambiamento (1989 e 1999) e con il sigillo dell’11 settembre, nulla sembra essere cambiato.

La Difesa Popolare Nonviolenta esce di scena, nemmeno i pacifisti ne parlano più. Con i nuovi scenari di guerra al terrorismo, il pacifismo sposta la sua attenzione sugli interventi di civili non armati in zone di guerra e lo fa parlando di “civilian crisis management” ma soprattutto di “corpi civili di pace”. Ma allora il tema della “sicurezza”, intesa qui come sicurezza interna da probabili attacchi terroristici, come è stato per le Torri gemelle, per la Metropolitana di Londra o la Stazione Atocha di Madrid, come si affronta?

 

La difesa civile

Il problema della sicurezza interna acquista sempre più peso negli ultimi anni, non solo a causa della minaccia del terrorismo internazionale ma anche di tutti quelle condizioni sociali che vengono considerate “mali” contigui: l’immigrazione clandestina (che al tempo stesso è un business per il terrorismo ma anche fonte di reclutamento), i traffici illeciti di armi, di droga, di esseri umani e, ultimamente, di rifiuti tossici, insomma tutte le attività illegali che arricchiscono la criminalità e minano la sicurezza urbana e la coesione sociale. Per combattere tutto ciò in maniera integrata la strategia contemporanea prende il nome, prevalentemente, di “difesa civile”. Ovvero proprio il nome che i francesi avevano dato all’azione di “difesa alternativa al militare”.

Ma cosa intende il nostro governo per “difesa civile”? Secondo il sindacato dei Vigili del Fuoco: “In sostanza, la difesa nazionale prevede una componente militare (difesa militare) e una componente civile (difesa civile). Le attività di difesa civile si realizzano attraverso e secondo vere e proprie strategie militari.” E ancora: “Le attività previste dallo stato d’emergenza investono in primo luogo il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, oltre agli operatori sanitari operanti accanto alle forze dell’ordine, sia nell’ambito dell’area interessata sia in sede di Commissione interministeriale tecnica della difesa civile, sovraordinati dal Nucleo Politico Militare.” Questo tipo di risposta la si può ritrovare molto similmente in tanti altri paesi Europei e negli Stati Uniti concordemente con quanto previsto dal Nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza (quello approvato appunto nel 1999).

Cosa ne è delle tre caratteristiche fondamentali della Difesa Popolare Nonviolenta? La “Difesa civile”, strutturata sì, ma dai vertici e sovraordinata all’appartato statale-militare, come può essere radicata nel territorio? Come può essere diffusa e completa e soprattutto come può essere nonviolenta? Le strutture che in base a questa strategia vengono rafforzate e valorizzate sono la Protezione Civile, i Vigili del Fuoco (che però si vuole militarizzare affinché siano più “efficienti”), la Polizia, insomma tutto ciò che è “apparato” e che può garantire il coordinamento e l’implementazione delle decisioni prese al vertice della catena di comando.

 

La DPN nelle nuove politiche di sicurezza

In questo contesto appare assolutamente in antitesi una proposta di “difesa popolare nonviolenta”. Eppure per molti aspetti quest’ultima sembra molto più realizzabile ed efficace. Vediamo perché. Le strategie di difesa civile messe in atto dai governi puntano piuttosto sulla “repressione” del fenomeno criminale che sulla sua prevenzione, lì dove la DPN si fonda su un “processo di attivazione” o “processo di responsabilizzazione” della società civile che è la conditio sine qua non per una efficace politica preventiva. Il processo di attivazione si realizza attraverso tre fasi, schematizzate qui di seguito:

 

Schema 1: Processo di attivazione della società civile

Difesa motivazione
Popolare condivisione
Nonviolenta accettazione

L’assumere su di sé la responsabilità della difesa collettiva, il sentirsi responsabili di ciò che può accadere all’intera società, il darsi da fare per gli altri sono atteggiamenti, prima ancora che tattiche e pratiche concrete, che vanno promosse in seno alla società. Viceversa, una società che va verso la “delega”, l’esercito professionale, il tecnicismo, la settorializzazione delle competenze, si orienta piuttosto verso la repressione del crimine e non verso la sua prevenzione. La coesione sociale diventa il fattore determinante per le politiche di prevenzione e di difesa. Non può essere considerata conseguenza di una società sicura ma deve essere considerata la premessa necessaria. Bisogna lavorare per la coesione se si vuole ottenere sicurezza. Alcuni studi recenti hanno dimostrato che gli Stati che hanno puntato maggiormente su finanziamenti e provvedimenti miranti a migliorare la coesione sociale hanno visto un netto decremento degli eventi criminosi, laddove quegli Stati che hanno speso molto in “repressione” del crimine, li hanno visti aumentare. Questa è la dimostrazione del nesso esistente tra una società responsabilizzata e attiva e la sua sicurezza.

 

Il terrorismo e la DPN

Dunque anche contro il pericolo terrorismo si può organizzare una efficace Difesa Popolare Nonviolenta? Se pensiamo alla DPN così come era stata pensata negli anni ’70 e ’80 a prima vista sembrerebbe di no. All’epoca si parlava di difendersi da probabili invasori, dell’arrivo di missili sul nostro territorio, dell’esplosione di una guerra nucleare. E l’analisi dei casi storici riguardava soprattutto le sollevazioni popolari contro il nazi-fascismo o contro il regime sovietico (la primavera di Praga, Solidarnosc, le lotte di liberazione in Lituania e Lettonia ed altre).

Ma a ben vedere proprio il tipo di minaccia che oggi dobbiamo affrontare sembra simile a quella del secolo scorso, anche se dotata di armi molto più micidiali. Se con lo spostamento della minaccia all’esterno dei confini di Stato, infatti, lo scenario sembrava non corrispondere più agli schemi del secolo scorso, il nuovo pericolo terrorismo è più radicato, nascosto, intrecciato nelle maglie della società e confuso nei meandri della criminalità organizzata.

Ma proprio questo rende la società civile un soggetto in primo piano per la lotta al terrorismo. Una società accogliente non lascia che pezzi di popolazione a rischio o a disagio possano essere reclutate dalla criminalità organizzata, bensì si adopera per una loro pronta e completa integrazione. Una società matura non usa termini provocatori contro le culture differenti e le loro manifestazioni esteriori ma al contrario le invita ad esprimersi all’interno di uno scambio arricchente. Una società coesa, infine, non aspetta che il pericolo si manifesti in modo violento, ma lo anticipa attraverso un costante monitoraggio, una comunicazione attenta tra i membri della società e la responsabilizzazione di tutti per la prevenzione degli atti criminosi.

 

Documenti utili

“The Alliance Strategic Concept” (Aprile 1999)

“The National Security Strategy of the United States of America” (settembre 2002)

“A secure Europe in a better world” European Security Strategy paper (giugno 2006)

Bibliografia

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Drago, A., Difesa popolare nonviolenta; EGA; Torino 2006.

Eglitis, O.; Azione nonviolenta nella liberazione della Lettonia; I Quaderni della Difesa Popolare Nonviolenta n° 27 ; La Meridiana ; Molfetta (BA) 1994.

Giannini, G. (a cura di); La lotta non armata nella resistenza (Atti del convegno del 25 ottobre 1993); Centro Studi Difesa Civile; Roma 1994.

Giannini, G. (a cura di); La resistenza non armata (Atti del convegno del 24 novembre 1994); Sinnos editrice; Roma 1995.

Giannini G. (a cura di); L’opposizione popolare al fascismo (Atti del convegno del 27 ottobre 1995); Edizioni Qualevita; Torre dei Nolfi (AQ) 1996.

Mellon, C., Muller, J.-M., Semelin, J.; La dissuasion civile; Fondation pour les Etudes de Défense Nationale; Paris 1985.

Miniotaite, G. ; Lituania: la storia della liberazione nonviolenta ; I Quaderni della Difesa Popolare Nonviolenta n° 29 ; La Meridiana ; Molfetta (BA) 1995.

RdB – CUB Pubblico Impiego; La difesa civile. Effetti e conseguenze sul mondo del lavoro e sulla popolazione; Castel Madama (RM) 2003.

Stefani, G. (a cura di); La difesa popolare nonviolenta in Italia e nelle crisi internazionali (Atti del convegno di Bologna Novembre 1991); Thema editore; Bologna 1992.

(Scheda realizzata con il contributo di Davide Berruti)

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L’associazione IPRI – Rete CCP si sta impegnando in questi anni affinché l’idea dei Corpi Civili di Pace venga considerata anche come strumento di intervento nei conflitti sociali, quindi come vero e proprio corpo di Difesa Popolare Nonviolenta, grazie all’adesione dei giovani in Servizio Civile Volontario

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Messaggio di Gandhi 2 aprile 1947