Thailandia: nuovo Governo, ma non è ancora pace

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Monaci e militari in Thailandia - da APM

Dopo sedici mesi di dittatura militare e in seguito alle elezioni, la Thailandia è tornata ad un governo legittimo che sarà guidato da Samak Sundaravej, alleato dell'ex premier Thaksin Shinawatra. Nei giorni scorsi il parlamento ha investito Sundaravej dell' incarico di Primo Ministro con 310 voti favorevoli su 480. Sundaravej ha formato il governo insieme a 5 partiti minori. E' in politica dagli anni '60 ed è stato più volte ministro, nonché governatore di Bangkok. Politico di ultra destra, nel '79 Sundaravej ha fondato un partito e fu lui, nel '91, a reprimere nel sangue le manifestazioni del movimento democratico.

L'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è appellata al nuovo Primo Ministro thailandese Samak Sundaravej affinché si impegni seriamente per la pace nel sud del paese e prevenga un'ulteriore escalation della violenza. "La tattica del governo precedente di affidare l'ordine unicamente all'opposizione militare al movimento ribelle operante nel sud thailandese, prevalentemente musulmano, è stata evidentemente fallimentare" - afferma un comunicato di APM. Le razzie, gli arresti di massa arbitrari, i campi di internamento e costanti aggressioni alla popolazione civile hanno eroso qualunque fiducia nel governo e hanno solo contribuito ad aumentare la spirale di violenza. Nel 2007 la guerra civile è costata la vita a più di 860 persone e ogni mese si contano circa 200 aggressioni a sfondo politico, che siano attacchi di movimenti di liberazione di ispirazione musulmana o azioni di vendetta dell'esercito thailandese.

"La popolazione civile soffre l'inarrestabile diffondersi delle violenze e si trova schiacciata tra i movimenti di liberazione e l'esercito. Entrambi i partiti in lotta violano in modo massiccio i diritti umani" - denuncia APM. I 444 attentati dinamitardi, 2.025 atti violenti, 1.167 aggressioni a mano armata, 281 aggressioni con atti incendiari, intimidazioni, minacce di morte, arresti arbitrari, detenzioni lunghissime senza mandato né processo, arresti di intere famiglie e tortura hanno portato alla disperazione la popolazione civile e hanno praticamente immobilizzato la vita pubblica nel sud del paese. Le locali organizzazioni per i diritti umani temono le aggressioni dei militari che ostacolano e opprimono qualsiasi indagine e documentazione indipendente sulle violazioni dei diritti umani.

Il governo militare uscente, che era giunto al potere grazie al colpo di stato del 19 settembre 2006, aveva più volte promesso l'avvio di un processo di pace, ma alle parole non è mai seguito nessun fatto. L'uscente primo ministro, il generale Surayud Chulanont, si è addirittura scusato per diversi massacri compiuti contro la popolazione di religione musulmana nel sud della Thailandia. Ciò nonostante ha continuato a puntare sulla forza militare e su una "soluzione militare", senza impedire il ripetersi delle aggressioni militari alla popolazione civile. Secondo l'APM, i problemi della Thailandia nascono dal sistema interno e le accuse di un collegamento tra i movimenti di liberazione islamici con Al Qaeda sono del tutto fuori luogo.

Da decenni la popolazione musulmana di origine malese, che costituisce il 4% dei 64 milioni di Thailandesi, si lamenta della forte discriminazione da parte del governo centrale. Finché a Bangkok è addirittura proibito parlare di un eventuale autonomia per il sud del paese, è difficile creare prospettive credibili per una soluzione pacifica del conflitto. La Thailandia è inoltre un alleato chiave del Myanmar con il quale ha importanti scambi commerciali. Diversi esperti ritengono che il nuovo governo possa seguire la stessa politica di Thaksin.

 

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