Corpi civili di pace

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“La sfida più grande per contrastare le armi e i funzionari delle cancellerie, dentro e fuori l’Europa, sono le operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e l’assicurarsi che esse siano efficaci. Contemporaneamente, il ruolo che i civili potrebbero giocare nel prevenire e gestire i conflitti è largamente sottostimato e ciò deve assolutamente cambiare”. (Alexander Langer)

 

Introduzione: il sogno di Alexander Langer

Alexander Langer, insegnante e giornalista altoatesino, da sempre impegnato in campagne pacifiste ed ecologiste, entrò molto presto in politica, prima creando delle liste “verdi inter-etniche per un nuovo Sud Tirolo” e poi impegnandosi nel partito dei Verdi con ruoli dirigenziali fino alla sua elezione al Parlamento Europeo nel 1989. Qui Alexander ricoprì la carica di co-presidente del gruppo parlamentare e si impegnò in numerose missioni di pace nell’allora travagliata Europa dell’est. Grazie alla sua grande sensibilità al problema identitario e ad una profonda umanità unita ad una grande capacità di comunicare, Langer seppe animare il movimento pacifista sia in Italia che in Europa, proponendo nuovi modi di osservare il presente (fondò la Fiera delle Utopie Concrete), testimoniando un impegno per la pace coraggioso e concreto (promosse la European Peace Caravan in Jugoslavia) e talvolta offrendo soluzioni possibili, come nel caso dei Corpi Civili di Pace.

Proprio il suo profondo desiderio di un mondo diverso, di fronte all’immensa delusione causata dalla guerra in Jugoslavia, gli fu fatale quando scelse di togliersi la vita il 3 luglio 1995 a pochi giorni dal terribile massacro di Srebrenica. Per Langer i Corpi Civili di Pace erano la sola risposta possibile ai mali del nostro tempo: nazionalismo, xenofobia, individualismo, corsa agli armamenti. Nella prima proposta di legge presentata al Parlamento Europeo erano ipotizzati come un contingente misto di professionisti e volontari, fortemente motivati, formati e a disposizione dell’Unione Europea che li avrebbe impiegati in operazioni di mantenimento e costruzione della pace, ricostruzione post-bellica, dialogo e riconciliazione a seconda delle esigenze, dentro o fuori i propri confini e comunque sotto gli auspici delle Nazioni Unite.

 

Caschi Blu, Caschi Bianchi, Volontari delle Nazioni Unite

La prima volta che si sente parlare di Caschi Bianchi è nel 1993 quando il Presidente dell’Argentina Carlos Menem, fonda un contingente di civili da impiegare in compiti di ricostruzione, cooperazione allo sviluppo, risposta alle emergenze in tutto il territorio dell’America del Sud. La sua idea è quella di promuovere una cooperazione regionale tra gli Stati latino-americani attraverso la creazione di un contingente misto di civili addestrati e pronti a partire. Anche se il suo corpo di “cascos blancos” rimane una esperienza argentina limitata ad un centinaio di missioni di cooperazione allo sviluppo, bisogna dire che in quegli anni una tale idea era prematura anche per l’Europa. Nel 1992 l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros Ghali pubblica “An Agenda for Peace” in cui si inizia a sottolineare l’opportunità del coinvolgimento di personale civile nelle missioni di peacekeeping e soprattutto di peacebuilding.

Ma è soltanto nel 1995 con la pubblicazione del rapporto sullo stato di tali missioni che il Segretario Generale prende in considerazione l’idea di un contingente di White Helmets, intesi come “volontari”. Il rapporto di Boutros Ghali riscuote abbastanza successo, l’Assemblea Generale, infatti, approverà una risoluzione di supporto all’idea sia in quella sessione che in quella del 1997. In Europa, invece, bisognerà aspettare la proposta di Alexander Langer al Parlamento Europeo nel 1998, ma in quel caso il contingente di civili prende il nome, come abbiamo visto, di Corpi Civili di Pace. In questa proposta, essendo di provenienza europea e per evitare fraintendimenti, i relatori prevedono un coordinamento tra questi “corpi” e i Volontari delle Nazioni Unite (Unv), pur mantenendo la loro autonomia e peculiarità, ovvero il loro utilizzo in situazioni di conflitto in attività di mediazione, riconciliazione, promozione del dialogo e della fiducia.

 

Il percorso legislativo italiano per i Corpi Civili di Pace

In Italia, il movimento pacifista e nonviolento si dedica fin dalla caduta del muro di Berlino alla ricerca di soluzioni alternative e non armate ai nuovi conflitti internazionali che – a partire dall’invasione del Kuwait e dalla guerra nella ex-Jugoslavia – caratterizzano gli ultimi anni del secolo. Le organizzazioni più propriamente riconducibili alla tradizione nonviolenta sono le prime a parlare di “caschi bianchi” o “corpi civili di pace”, seguite dopo qualche anno dalle organizzazioni pacifiste più importanti e da quelle più moderate. Un primo risultato concreto, a meno di dieci anni dalla caduta del muro, è l’approvazione dell’ordine del giorno presentato alla Camera dei Deputati (primo firmatario On. Mauro Paissan) nella seduta del 14 aprile 1998 e accolto dal Governo come raccomandazione.

In esso si dice: “…l’invio di contingenti civili di volontari in funzione umanitaria oltre a dare un aiuto concreto, assume un valore simbolico positivo e può contribuire a creare le condizioni più idonee al dialogo ed alla gestione pacifica del conflitto”. E dopo aver fatto riferimento al già citato rapporto di Boutros Ghali del 1995, indica gli esempi di caschi bianchi sperimentati da Argentina, Spagna ed Austria in alcune aree di crisi. Anche se parla di “volontari in funzione umanitaria” e il ruolo di gestione del conflitto è descritto piuttosto come “simbolico” la mozione indica un futuro più concreto per i cosiddetti cachi bianchi: “…tali contingenti possono, quindi essere un elemento importante sia per il mantenimento che per la costruzione della pace ma anche per il monitoraggio del rispetto dei diritti umani nelle aree di crisi; sarebbe quindi opportuno anche in Italia costituire al più presto un contingente di Caschi Bianchi da mettere a disposizione dell’ONU o dell’UE per essere impiegato nelle aree di crisi”.

Dopo la Camera è la volta del Senato. Lo stesso ordine del giorno (presentato dal Sen. Stefano Semenzato) viene accolto dal Governo come raccomandazione nella seduta dell’11 giugno. Siamo ormai ad un passo dall’approvazione della proposta di legge “nuove norme in materia di obiezione di coscienza” che il 10 luglio diventerà la L. n° 230/98. In essa si prevede, all’articolo 8, comma 2, lettera e) di realizzare “forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta”.

Cosa si intenda per “difesa civile non armata e nonviolenta” non è facile da stabilire. Ogni organizzazione può interpretare la cosa in vario modo e soprattutto a seconda della propria sensibilità e delle proprie radici. Alcune organizzazioni della società civile, ad esempio, fanno derivare il senso della “difesa civile” direttamente dall’esperienza di Difesa Popolare Nonviolenta, ovvero quegli episodi di resistenza passiva, boicottaggio, non collaborazione, ma anche attiva organizzazione clandestina, verificatisi in tutta Europa durante il nazi-fascismo e di ispirazione gandhiana.

Altri invece, e tra questi le Istituzioni, intendono per “difesa civile” l’organizzazione statale a protezione della popolazione a metà strada tra protezione civile, prevenzione e sicurezza urbana. Spostando la “difesa” dal nostro territorio all’estero e cercando di immaginarla come una missione di mantenimento della pace “non armata e nonviolenta”, le differenze diventano ancora più grandi. C’è chi la intende come intervento umanitario, c’è chi parla di “costruzione della pace” (peacebuilding), chi di “interposizione” e chi ipotizza addirittura un ruolo di mediazione internazionale della società civile.

Compito del governo, dunque, grazie alla legge 230/98 è studiare e sperimentare. Per farlo il nuovo Ufficio Nazionale per il Servizio Civile istituisce il Comitato Consultivo per la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta, costituito da rappresentanti delle Istituzioni (vari ministeri, Forze Armate, Anci) e dalla società civile (enti di servizio civile, associazioni di obiettori di coscienza, associazioni pacifiste, studiosi della nonviolenza). Questo Comitato ha attraversato notevoli traversie sin dalla sua fondazione, passando attraverso vari governi e legislature e per adesso non ha raggiunto particolari risultati né in termini di peace research né in termini di progetti pilota.

 

Il dibattito della Società Civile: dai Corpi Civili di Pace ai Servizi Civili di Pace

Al di là delle funzioni, nessuno ha mai sperimentato, a parte le Nazioni Unite con gli Unv e poche altre esperienze di missioni civili (per lo più polizia e ufficiali civili delle Forze Armate) di inviare un contingente che per dimensioni assomigliasse ad un vero e proprio “corpo”. Le esperienze della società civile sono limitate a piccoli gruppi di peacekeepers o peacebuilders con missioni molto limitate nel numero del personale, nella durata e nei mezzi.

Prendiamo in esame alcuni esempi: le Peace Brigades International, un’organizzazione nata nel 1981 e ormai diffusa in molti paesi, sono note per le azioni di accompagnamento nonviolento. La presenza dei volontari (si tratta di personale che ha effettuato una formazione accurata e lunga ma che opera a titolo volontario) funge da deterrente per eventuali aggressioni alle persone “ a rischio”, spesso attivisti per i diritti umani, sindacalisti, oppositori ad un regime. I volontari internazionali fanno la staffetta per scortare le persone o i gruppi a rischio. In alcuni casi, come con le comunità di pace della Colombia, non si tratta di singoli attivisti ma di interi villaggi. Il rischio di attacchi da parte dei guerriglieri delle Farc o di arresti indiscriminati da parte delle forze governative viene limitato dalla presenza costante dei volontari internazionali delle Pbi.

Altro esempio, di più recente costituzione, sono le Nonviolent Peaceforce, che nascono ufficialmente nel 2001 ma si basano su una rete di “member organisations” attive già da tempo in tutti i continenti. Così si è costituita una rete internazionale che “recluta” volontari i quali, dopo una adeguata formazione, vengono impiegati in alcuni progetti di mantenimento della pace in aree “calde”: Sri Lanka, Filippine, Uganda, Colombia. I peacekeepers di Nonviolent Peaceforce svolgono funzioni di monitoraggio dei diritti umani e degli accordi di pace, di sostegno al dialogo e alla democratizzazione post-conflitto. Sia nel primo caso che nel secondo (ma se ne potrebbero fare tanti altri) non si tratta di un vero e proprio “contingente” dal forte impatto sul territorio come nel caso dei peacekeepers militari, quanto piuttosto di micro-delegazioni di osservatori, accompagnatori, cooperanti, mediatori.

Ecco perché sempre più spesso tra le organizzazioni pacifiste che propongono questo tipo di interventi si preferisce parlare di “servizi di pace” piuttosto che di “corpi di pace”. I primi a ufficializzare questa dizione sono stati i tedeschi, i quali hanno organizzato una ampia rete di interventi chiamati appunto “servizi civili di pace” finanziati da un apposito programma del Ministero della Cooperazione internazionale.

Le Ong, per gestire meglio questi interventi hanno costituito una “rete dei servizi civili di pace” che dialoga con il Ministero, propone priorità, organizza la formazione degli operatori e monitora costantemente l’andamento dei progetti. Da quando nei primi anni 2000 si è costituito il network europeo dei servizi civili di pace (European Network of Civil Peace Services) l’idea di “servizi” ha cominciato a soppiantare quella di “corpo”. Ma questo non è il solo dibattito interno alla rete di organizzazioni che propongono gli interventi civili nei conflitti. Due questioni importantissime sono al centro dell’attenzione in questi anni: il rapporto tra volontariato e professionismo e il rapporto con i militari. Mentre per la prima questione sembra che la soluzione mediana possa soddisfare tutti, sia quando la si pone in termini quantitativi (un terzo di professionisti con ruolo di coordinamento e gestione e due terzi di volontari con ruoli più operativi) che in termini qualitativi (volontario sì ma “professionale” e professionista e solo se “fortemente motivato”), per il nodo cruciale del rapporto tra i civili e militari sul campo le posizioni si differenziano ancora moltissimo.

 

Studi, ricerche e formazione sperimentale sui Corpi Civili di Pace

Questi punti controversi sono stati recentemente discussi in un convegno organizzato alla fine di novembre 2007 dalla Provincia Autonoma di Bolzano insieme all’Associazione IPRI – Rete CCP e alla Fondazione Alexander Langer. Il convegno è stato il punto di arrivo di una lunga sperimentazione che si è intrecciata negli anni con il dibattito in corso sia nelle Istituzioni che nella società civile. Quando ancora in Italia la formazione agli operatori internazionali, sia della cooperazione e dell’umanitario che della sicurezza, (formazione alla cooperazione) era ancora appannaggio delle Ong da un lato e delle Forze Armate dall’altro, una serie di enti cominciarono a riflettere sulla formazione e sull’impiego degli “operatori di pace – mediatori nei conflitti”.

Capofila di questo percorso sperimentale, non ancora terminato, è la Formazione Professionale in Lingua Italiana della Provincia Autonoma di Bolzano. Le altre regioni aderenti sono la Campania, le Marche, il Piemonte, l’Umbria, la Toscana e la Sardegna. In tre di questi territori (Bolzano, Senigallia, Napoli e Caserta) sono stati sperimentati corsi di formazione professionali per “operatori di pace – mediatori nei conflitti” e in particolare quello della Provincia Autonoma di Bolzano, ripetuto per due edizioni, dal terzo anno in poi è diventato un Master grazie alla collaborazione dell’Università degli Studi di Bologna.

Al termine delle sperimentazioni dei percorsi formativi le Regioni hanno affidato ad un gruppo di organizzazioni (sia associazioni che centri universitari) una ricerca che prendesse in esame la figura professionale del mediatore – operatore di pace, gli standard formativi e il mercato del lavoro. Una parte di questa ricerca si è concentrata sul settore internazionale e su quegli interventi, sia di carattere prettamente umanitario che di mediazione e peacebuilding, che dovrebbero essere appannaggio di un contingente o di professionisti cosiddetti “corpi civili di pace”. Dalla ricerca, dunque, è emerso che in Italia queste professioni si stanno gradualmente delineando ed affermando sempre di più in ambito non governativo e trovano sempre maggiore corrispondenza con un mercato del lavoro internazionale e globalizzato.

 

Bibliografia

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Berruti D. – Rossi A., Civilian Conflict Management, Prevention and Transformation in International Organisations strategies; Fondazione Alexander Langer, Bolzano 2003.

Drago A. (a cura di), Peacekeeping e peacebuilding. La difesa e la costruzione della pace con mezzi civili; Edizioni Qualevita; Torre dei Nolfi (AQ) 1997.

Drago A. – Soccio M. (a cura di), Per un modello di difesa nonviolento; Editoria Universitaria; Venezia 1995.

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Robert P., Vilby K., Aiolfi L., Otto R., Feasibility Study on the establishment of a European Civil Peace Corps (ECPC); Channel Research; Ohain 2005.

 

Documenti utili

Documento finale del Convegno di Bolzano/Bologna

Riflessione preliminare ad un progetto di fattibilità per l’istituzione del Corpo Civile di Pace

Servizio Civile di Pace in Italia

Enti Locali e caschi bianchi. Un modo concreto di fare la pace

I Corpi civili di pace e la collaborazione tra Difesa civile e Difesa militare: esperienze formative a confronto

Civilian Conflict Management, Prevention and Transformation in International Organisations strategies

 

(Scheda realizzata con il contributo di Davide Berruti)

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