Conflitti

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“La guerra è una sciagura così immane, il suo esito così incerto e le conseguenze, per un paese, così catastrofiche, che i sovrani non avranno mai riflettuto abbastanza prima di intraprenderla”.(Federico il Grande)

 

Introduzione

Il termine conflitto indica di per sé un contrasto che può assumere diverse accezioni (un conflitto personale, sociale ecc.) ma ciò non implica necessariamente che si generi uno scontro violento, al contrario molti conflitti possono essere risolti senza il ricorso alla forza oppure rimanere latenti per molti anni. Ormai, però, tale termine viene sempre più spesso interpretato nella sua accezione di conflitto armato, per cui è divenuto nell’uso corrente un sinonimo in tutto e per tutto della parola guerra.

Dalla fine della seconda guerra mondiale si è purtroppo assistito allo scoppio di centinaia di conflitti armati, benché l’espressione “guerra fredda” potrebbe portare qualcuno a pensare che la seconda metà del XX secolo sia stata caratterizzata da una certa staticità. In realtà il terrore atomico ha sì impedito che le due superpotenze si affrontassero in un conflitto aperto, ma non ha certo proibito loro di confrontarsi attraverso “guerre per procura” sull’intero scacchiere mondiale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo che proprio negli anni ’60 e ’70 iniziavano il loro problematico percorso di decolonizzazione.

È difficile stimare quante guerre siano state combattute dal 1945 ad oggi o quante siano state le vittime militari e civili. Questo innanzitutto perché la prassi di dichiarare ufficialmente le ostilità è stata abbandonata da tempo, ma soprattutto perché negli ultimi decenni sembra essersi modificata la natura dei conflitti: la maggioranza delle guerre non può più infatti essere considerata interstatale ma intrastatale. Secondo il programma di ricerca statunitense Correlates of War negli ultimi sessant’anni andrebbero conteggiate almeno 25 guerre tra Stati e ben 127 conflitti civili, i quali in totale sono costati circa 20 milioni di morti, per la maggior parte appartenenti alla popolazione civile.

Questo dato sull’escalation delle guerre civili porta purtroppo con sé anche un altro elemento, ossia la diminuzione delle possibilità di intervento di qualunque sistema internazionale di sicurezza, come può essere quello delle Nazioni Unite, spesso ostacolato nella sua azione dal divieto di ingerenza negli affari interni di un Paese.

Oggi si contano nel mondo almeno 25 conflitti armati, la maggior parte dei quali concentrati in Asia e in Africa e su cui si hanno così scarse informazioni da parte dei media, che ormai vengono definite “guerre dimenticate”. Del resto molti Paesi in via di sviluppo soffrono ancora le conseguenze della colonizzazione (che per molti aspetti economici è tutt’altro che terminata), e del successivo processo di decolonizzazione, che di fatto ha obbligato diversi popoli a un’organizzazione statale sulla base del modello occidentale a prescindere dalle loro tradizioni e a dei confini del tutto artificiali che hanno spesso causato conflitti sia al loro interno che con gli Stati vicini.

 

La natura dei conflitti armati

La letteratura relativa alla natura dei conflitti armati è in costante aggiornamento, basti pensare all’emergere sulla scena internazionale, negli ultimi anni, di nuove tipologie di guerre come quelle “umanitarie” (Kosovo, 1999) o “preventive” (Iraq, 2003). I conflitti si possono differenziare, però, anche in funzione di altre peculiarità come i soggetti contendenti o i mezzi impiegati. Si possono quindi distinguere, innanzitutto, i conflitti internazionali e le guerre civili a seconda che si scontrino due o più Stati oppure le parti siano appartenenti allo stesso Paese; mentre si può distinguere tra guerre convenzionali o meno a seconda che i contendenti siano in possesso o no di armi di distruzioni di massa (bombe nucleari comprese) e non escludano la possibilità di utilizzarle.

Molte, naturalmente, possono essere anche le cause di una guerra e perciò ricercare limitate e ben determinate motivazioni per spiegarle sarebbe superficiale e riduttivo. Gli stessi conflitti sociali, in diverse aree del pianeta, si sono trasformati e si continuano a trasformare in conflitti armati. Parecchi esperti e studiosi, però, tendono a ridimensionare il ruolo svolto dai vari fattori di carattere ideologico, religioso, etnico o culturale per additare come prima responsabilità dei molteplici conflitti la proprietà e il controllo delle risorse naturali: petrolio, acqua, gas, minerali. Sarebbero poi le fazioni in lotta per tale potere a strumentalizzare le tensioni che possono essere originate da una base nazionalistica o religiosa per inasprire o ampliare, a seconda del proprio interesse, il conflitto stesso.

Dispute o linee di frattura culturali o religiose forniscono dunque un prezioso materiale per la legittimazione della mobilitazione violenta, ma assai raramente ne sono il fattore determinante, che invece può essere rintracciato nell’aspetto economico. Non va poi dimenticato che gli enormi guadagni associati alle risorse costituiscono un potente incentivo anche per i governi stranieri o le diverse imprese transnazionali, che spesso quindi intervengono nei conflitti armati locali o addirittura li provocano. Basti pensare alla guerra decennale in corso nella Repubblica Democratica del Congo, non a caso il paese più ricco del mondo a livello di risorse minerarie di ogni tipo, nel quale tutte le fazioni coinvolte sono appoggiate più o meno direttamente da potenze straniere o multinazionali. Nell’era della globalizzazione non è dunque errato parlare anche di guerre globalizzate poiché la dimensione locale e quella globale si confondono sempre più, dal momento che i teatri di scontro sono spesso gestiti e finanziari anche da soggetti lontani.

Se volessimo individuare alcune peculiarità dei conflitti contemporanei, potremmo definirli “privatizzati” per il fatto che molte volte i soggetti in azione non sono statali, “contro la popolazione” dal momento che ormai la popolazione civile rappresenta il 90% delle vittime di guerra, e “asimmetriche”, per indicare la differenza che intercorre spesso tra i due contendenti sul piano della tecnologia bellica, del potenziale distruttivo e dei capitali da investire. È il caso ad esempio di molti conflitti civili, dove da un lato troviamo lo Stato e dall’altro guerriglieri o ribelli, ma anche di diverse guerre interstatali, come quelle combattute dagli Stati Uniti contro l’Iraq o l’Afghanistan.

 

Il diritto tradizionale dei conflitti armati

Fin dal XIX secolo anche i conflitti armati sono sottoposti a particolari norme di diritto internazionale, il cui contenuto essenziale venne codificato nella Conferenza di Bruxelles del 1874 e successivamente sviluppato in quelle dell’Aja del 1899 e del 1907..

Certo la natura delle guerre del tempo era molto diversa da quella attuale, così le stesse norme giuridiche che regolano i conflitti hanno subito negli ultimi cento anni una rapida evoluzione. All’inizio, infatti, il diritto tradizionale disciplinava soltanto i conflitti armanti tra Stati, applicava la clausola si omnes (ossia ciascuna convenzione poteva trovare applicazione solo se tutti i belligeranti erano parti contraenti), considerava legittimi combattenti esclusivamente i membri degli eserciti regolari, mentre le milizie, i corpi volontari e la popolazione civile che spontaneamente imbracciava le armi all’avvicinarsi del nemico, per essere considerati tali dovevano soddisfare alcuni requisiti fondamentali, come quello di portare un distintivo di riconoscimento o essere sottoposti a un capo.

Soprattutto dalla seconda guerra mondiale in poi l’inadeguatezza e la limitatezza delle norme codificate all’Aja sono emerse in tutta la loro gravità ed è divenuto indispensabile aggiornare la disciplina internazionale. Sono infatti diventati sempre più frequenti i conflitti civili rispetto a quelli interstatali, ma soprattutto sono apparsi sulla scena mondiale nuovi soggetti combattenti come i partigiani o i guerriglieri, nuove categorie di guerra (come quelle di liberazione nei territori coloniali) e nuove tipologie di armi sempre più sofisticate e devastanti. Il risultato più evidente e drammatico di questa evoluzione è il coinvolgimento sempre più diretto della popolazione e di conseguenza l’aumento esponenziale delle vittime civili in ogni conflitto armato contemporaneo.

 

Le Convenzioni e i Protocolli di Ginevra

Il processo di revisione e aggiornamento del diritto umanitario ebbe inizio nella Conferenza di Ginevra del 1949, durante la quale vennero approvate quattro Convenzioni sulla protezione delle vittime di guerra, alle quali si aggiunsero, nel 1977, due fondamentali Protocolli relativi ai conflitti armati internazionali e a quelli interni, i quali, come le convenzioni del 1949, non rispettano più la clausola si omnes.

Nonostante gli enormi progressi rappresentati dalle Convenzioni di Ginevra il diritto internazionale dei conflitti armati rimane ancora molto debole e spesso carente o ambiguo dal momento che soprattutto le grandi potenze militari hanno sempre cercato di impedire che si approvassero limitazioni troppo restrittive.

Per quanto riguarda i conflitti internazionali le norme attuali attribuiscono lo status di combattente ai partigiani e ai guerriglieri ma non ai mercenari (utilizzati soprattutto in Africa) e specificano chiaramente una serie di armi il cui utilizzo è vietato, come ad esempio le armi chimiche e batteriologiche (già proibite da una convenzione del 1925),o le mine di terra e antiuomo (quest’ultime proibite solo nel 1997), o ancora determinate armi non in quanto tali, come ad esempio quelle incendiarie, ma solo se utilizzate in maniera indiscriminata o per attaccare civili. Se da un lato la formulazione di divieti così specifici ha di fatto eliminato il rischio di diverse interpretazioni frutto di norme troppo generiche e vaghe, dall’altro ha però facilitato l’aggiramento delle disposizioni attraverso la fabbricazione di armi più sofisticate, che proprio per le loro nuove caratteristiche non rientrano più nei parametri dei divieti.

Con le convenzioni e i protocolli di Ginevra il diritto contemporaneo ha compiuto importanti progressi sia sul piano della protezione delle vittime della guerra che riguardo alla condotta delle ostilità. In merito a queste ultime non solo sono stati ribaditi i tre principi cardine che devono regolare i metodi di combattimento, ossia il divieto di attaccare obiettivi civili, l’obbligo di prendere tutte le precauzioni del caso per evitare di colpire tali obiettivi, la necessità che le uccisioni o le distruzioni di obiettivi civili non siano mai sproporzionate ai vantaggi militari che si acquisiscono con un determinato attacco, ma soprattutto sono stati definiti chiaramente quei termini, come “obiettivo militare” o “attacco indiscriminato”, che il diritto tradizionale descriveva troppo genericamente lasciando spazio alle più diverse interpretazioni.

L’elemento più debole del diritto tradizionale, e che purtroppo si è mantenuto tale anche nel nuovo diritto, riguarda invece gli strumenti atti a garantire l’osservanza delle norme stesse. Oggi essi sono costituiti soprattutto dalle rappresaglie belliche (che però le Convenzioni di Ginevra hanno proibito contro “persone protette”), dal sistema delle potenze protettrici (che però è sostanzialmente fallito) e dalla repressione penale delle violazioni del diritto umanitario attraverso tribunali nazionali e internazionali, sicuramente lo strumento più appropriato.

Per ciò che riguarda i conflitti armati interni le lacune del diritto internazionale sono ancora più marcate, dal momento che i governi hanno cercato di mantenere la maggior libertà possibile nei confronti dei diversi gruppi ribelli, ai quali ad esempio non è concesso lo status di legittimi combattenti. È però altrettanto vero che negli ultimi anni si stia estendendo la tendenza a giudicare le norme che disciplinano i conflitti intestatali altrettanto valide per quelli interni. Nella sentenza del 2 ottobre 1995 sul caso Tadic si può leggere infatti che “ciò che è disumano e quindi vietato nelle guerre internazionali non può che essere altrettanto disumano e inammissibile nelle guerre civili.”

 

Conclusioni

La fine dell’equilibrio bipolare, l’ascesa di nuovi attori non politici, il rafforzamento del terrorismo internazionale, le nuove conquiste tecnologiche in campo militare sono tutti elementi che impongono di ripensare nuovamente, e profondamente, il tema della guerra. Come sostenuto da Galtung, uno dei maggiori autori di studi sulla risoluzione pacifica dei conflitti e direttore della rete Trascend, questo ripensamento può aprire la strada a soluzioni pacifiche basate sulla creatività, ossia la ricerca di un vantaggio per tutte le parti.

Secondo lo studioso, infatti, riuscendo a “trascendere” la contraddizione sottostante al conflitto, tramite appunto un processo creativo in grado di far emergere qualcosa di inaspettato, è possibile trasformare gli scopi inizialmente incompatibili di due o più contendenti con una soddisfazione per tutti gli attori. Nel suo libro "La pace con mezzi pacifici" Galtung dichiara infatti “Il conflitto può essere trasformato se le persone lo gestiscono creativamente, se trascendono le incompatibilità, e se agiscono nel conflitto senza ricorrere alla violenza”.

 

Bibliografia:

- Galtung, J. Pace con mezzi pacifici, Milano, Esperia, 2000

- Galtung, J. Affrontare il conflitto, trascendere e trasformare, Pisa, ed. Plus, 2008

- Kaldor, M. Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale Carocci, 1999

- Ronzitti, N. Diritto internazionale dei conflitti armati Torino, Giappichelli, 2006

- Sciortino, A. L’Africa in guerra. I conflitti africani e la globalizzazione Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2008

- Strazzari, F. in Caritas Italiana Guerre alla finestra Bologna, Il Mulino, 2005

 

(Scheda realizzata con il contributo di Emanuela Limiti)

 

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