Armi Nucleari

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“Mentre i Governi si riuniscono per discutere come affrontare molte delle sfide che stanno di fronte all’umanità, persiste una totale mancanza di strategia comune nell’affrontare quello che è probabilmente il maggior pericolo in assoluto: le armi nucleari.” (Kofi Annan, Segretario Generale dell’ONU, 22 novembre 2006)

 

Introduzione

La deflagrazione atomica a Hiroshima uccise all’istante 45.000 persone, 19.000 morirono poi entro quattro settimane per sindrome da irradiazione acuta. Alla fine del 1945 la cifra salì a 140.000 persone. Nell’esplosione di Nagasaki, su 174.000 abitanti, 22.000 persero subito la vita, 17.000 nel mese successivo; alla fine dell’anno si contavano 70.000 morti. A questi si aggiunsero quanti, investiti dalle radiazioni, hanno sviluppato nel tempo malattie.

È nelle pagine della rivista Naturwissenschaften nel 1939 che inizia la storia delle armi nucleari responsabili di questo orrore. Gli scienziati tedeschi Hahn e Strassman annunciarono in un articolo che il nucleo di un atomo di uranio poteva frammentarsi. In risposta, Lise Meitner e Otto Frisch a loro volta descrissero sulla rivista inglese Nature il processo della “fissione”. Nell’ottobre dello stesso anno il presidente americano Roosevelt ricevette una lettera firmata da Albert Einstein, probabilmente redatta in realtà dal collega Leo Szilard, che incoraggiava ad avviare un programma di armamento atomico prima dei nazisti. Fu così che prese avvio il “Progetto segreto di ricerca Manhattan”, che portò alla prima bomba atomica. Dopo gli orrori del 1945, questi ordigni, il cui potenziale distruttivo deriva dalle reazioni di fissione o fusione nucleare, sono divenuti uno dei terreni di confronto fra Usa e Urss.

Come riporta Manlio Dinucci nel libro “Il potere nucleare”, durante la Guerra fredda (dal 1945 al 1991) sono state fabbricate oltre 128.000 testate nucleari: 70.000 dagli Stati Uniti, 55.000 dall’Unione Sovietica. In questo scenario apocalittico di minaccia di distruzione planetaria, con la crisi dei missili a Cuba, si arrivò sull’orlo del precipizio. Già movimenti di società civile alzavano la voce contro la follia della corsa alle armi, ma dopo il pericolo scampato a Cuba anche molti Stati iniziarono seriamente a capire l’urgenza del disarmo nucleare. Nel 1968 l’ONU riuscì finalmente a elaborare il "Trattato di Non Proliferazione" (TNP), entrato poi in vigore nel 1970, che bloccò la proliferazione a nuovi stati.

La corsa alle armi da parte delle due superpotenze continuò fino al 1987, quando fu firmato il primo trattato di riduzione delle armi nucleari strategiche da Reagan e Gorbaciov. Dopo il 1991, nel mondo degli antinuclearisti, si diffuse la sensazione di aver vinto la lotta contro le armi nucleari. A partire dal 2001, però, il ruolo degli arsenali nucleari nelle strategie militari ha ripreso vigore, a dispetto dei numerosi trattati internazionali, tornando a essere una minaccia tangibile per l’umanità.

 

Geografia atomica

Al momento sono almeno 9 i paesi nel club nucleare. Oltre a USA (1945) e Unione Sovietica (1949), si sono dotati di armi nucleari Gran Bretagna (1952), Francia e Israele (1960). A seguire Cina (1964), India e Pakistan (1998), e Corea del Nord. Un arsenale mondiale che raggiunge i 15.000 megaton, equivalenti a oltre un milione di bombe di Hiroshima. Altri 44 paesi hanno la potenzialità tecnologica e militare per produrre armamenti nucleari o hanno sul proprio territorio armi nucleari.

Solo in Europa, oltre alle atomiche francesi e inglesi, sono dislocate circa 240 armi nucleari statunitensi in sei paesi Nato: Germania, Olanda, Turchia, Belgio e Italia. Con un calcolo approssimativo si può parlare di 26.000 o 28.000 testate pronte a esplodere sulla terra. Altrettanto significativo è il numero di sommergibili “a propulsione nucleare”, che solcano i mari, Mediterraneo compreso, con il conseguente rischio di incidenti o, addirittura, attacchi deliberati.

 

L'impatto nucleare

Il termine bomba atomica (bomba A) indica una prima categoria di ordigni in cui l’energia è prodotta dal fenomeno della fissione, che avviene in forma “incontrollata” e rapidissima in una massa di uranio 235 o di plutonio 239 altamente concentrati. Un secondo tipo di reazione nucleare, la fusione dei nuclei di elementi leggeri, è alla base delle bombe H o bombe all'idrogeno (armi termonucleari). In entrambi i casi la quantità di energia prodotta è milioni di volte superiore alle reazioni chimiche che si generano nelle armi convenzionali [ARMI], da cui si distinguono anche per il rilascio di radiazioni. Prima sopraggiunge l'onda termica: il calore crea una palla di fuoco la cui temperatura raggiunge internamente un milione di gradi centigradi ed esternamente 4.000 gradi. Segue l'esplosione che travolge tutto ciò che trova nel raggio di chilometri.

Gli effetti distruttivi dell’irradiazione termica e dell’onda d’urto di un’arma di media potenza, come una bomba nucleare da un megaton (pari a un milione di tonnellate di tritolo) si estendono circolarmente fino a 14 chilometri, 60 km nel caso di una bomba da 20 megaton. Agli effetti della “tempesta di fuoco” e dell’onda d’urto si sommano, infine, le radiazioni. Nell'esplosione della bomba atomica su Hiroshima, la zona nel raggio di un chilometro dall'epicentro fu investita da radiazioni che raggiunsero 4 Sievert (i danni agli esseri umani iniziano alla soglia di un milli-Sievert). Le persone che si trovavano a 100-200 metri dall'epicentro furono colpite da 17 Sievert, cioè 17.000 volte il livello di soglia minima di pericolo per il corpo umano. Il maggior numero di vittime è provocato da questa ricaduta radioattiva, il “fall out”. Dopo lo scoppio di una bomba da 1 megaton, si registrano dosi mortali di radiazioni in un’aera di circa 2.000 chilometri quadrati e dosi pericolose in un’area di circa 10.000 chilometri quadrati contaminati dai raggi gamma. Nel tempo la radioattività si attenua, ma può permanere a livelli pericolosi, rendendo la zona inabitabile.

 

Genocidi e ecocidi

Oltre ai morti bruciati all’istante, spazzati via dall’onda d’urto o travolti dalla distruzione, le conseguenze delle radiazioni si sentono nel tempo. Negli anni successivi alle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki si sono susseguite morti di persone colpite da tumori causati dalla radioattività. Non è semplice effettuare una contabilità precisa: certo è che ne sono affette anche le generazioni successive, figli e nipoti di persone che furono investite dal fall-out delle due bombe. Le radiazioni ionizzanti ledono il patrimonio genetico: la prima malattia che si manifesta è la leucemia, mentre in un secondo momento si sviluppano tumori maligni solidi, malattie cardiovascolari come l’infarto del miocardio, l’ictus, o, ancora, epatite cronica e cirrosi epatica. Alle vittime si aggiungono i danni all’ambiente collegati al rilascio di radioattività.

Per considerare l’inquinamento nucleare è necessario ricordare che, dopo Hiroshima e Nagasaki, la guerra fredda e l’escalation militare hanno moltiplicato le sperimentazioni atomiche. A partire dalla prima esplosione nucleare nel luglio del 1945 ad Alamogordo in New Mexico e dalla prima detonazione termonucleare nel novembre del 1949 nei pressi dell’atollo di Eniwetok nel Pacifico, Greenpeace nell’aprile 1996 contava circa 2.044 test condotti, dei quali 711 nell'atmosfera o in aree marine, per una potenza complessiva di 438 megatoni (l'equivalente di 29.200 bombe di Hiroshima). Esplosioni nucleari sono state realizzate praticamente ovunque nel mondo, con una dispersione di circa 3.830 kg di plutonio nell'ambiente e circa 4.200 kg nell’atmosfera. In molti casi questi test sono stati condotti nelle vicinanze di aree popolate, o hanno visto la partecipazione di truppe terrestri o forze navali, con un livello nullo di salvaguardia dagli effetti immediati e di lungo periodo delle radiazioni. Nella valutazione della perdita della vivibilità di un territorio non si può tralasciare la valutazione dei depositi di scorie nucleari e gli incidenti che hanno coinvolto porti e sottomarini nucleari. Contrariamente alle rassicurazioni fornite sulla sicurezza di questi sofisticati ordigni, l’elenco degli incidenti negli ultimi decenni, con dispersione di materiale radioattivo e irraggiamento, è impressionante.

 

Proliferazione orizzontale e verticale

Accanto alla proliferazione orizzontale, ossia all’ingresso di nuovi membri nel gruppo nucleare, si parla anche di proliferazione verticale, cioè l’aumento e l’ammodernamento degli arsenali. Oltre alle bombe A e H, sono state sviluppate la bomba al neutrone (bomba N), che sprigiona la maggior parte della sua energia sotto forma di radiazioni, e la bomba al cobalto (bomba gamma o G), in cui, al momento dell’esplosione, i neutroni prodotti si uniscono al cobalto, forte emettitore di raggi gamma. Sono state poi progettate le bombe sporche (o armi radiologiche), costituite da materiale radioattivo non fissile (che quindi non può esplodere) trattato in modo da essere molto volatile e associato a una carica esplosiva per disperdere il materiale radioattivo nell'ambiente, contaminando cose e persone.

Accanto a queste è già in sperimentazione l’utilizzo di bombe atomiche miniaturizzate, una nuova generazione di testate nucleari di bassa potenza (low yield warheads o mini-nukes) o, ancora, ordigni altamente penetranti (Epw), capaci di penetrare in profondità nel terreno prima di esplodere, in modo da distruggere rifugi sotterranei rinforzati “senza causare danni alla popolazione civile”. Come messo in evidenza dalla federazione dell’Internazionale Medici per la Prevenzione della Guerra Nucleare (IPPNW), si tratta di un proposito irrealistico finalizzato essenzialmente alla fabbricazione di armi di “quarta generazione” che cancellano la distinzione fra armamento nucleare e convenzionale, che si potrebbero sviluppare senza violare formalmente il Bando ai test nucleari, come mette in luce Angelo Baracca, professore di Fisica presso l'Università di Firenze, da anni impegnato sul tema. Si è parlato della produzione di queste nuove testate dal 2012 nell’ottica di una ristrutturazione dell’arsenale statunitense.

L’apparato nucleare è una struttura articolata che assorbe anche risorse, intelligenze tecnico-scientifiche, logistica e aree sottratte all’uso civile: porti di approvvigionamento e armamento atomico, sottomarini e navi a propulsione nucleare; sistemi di caricamento, allarme e lancio; sistemi missilistici; aerei, satelliti e sistemi di rilevazione; basi militari, servitù militari, poligoni di sperimentazione e depositi di bombe atomiche. Zoccolo duro di questa realtà è una lobby industriale che sostiene la proliferazione nucleare. Quali interessi ruotino intorno al nucleare lo dimostra un calcolo effettuato negli Stati Uniti: solo in armamenti nucleari, gli USA hanno speso, tra il 1940 e il 1996, una cifra pari a 5.821 miliardi di dollari (al valore costante del dollaro 1996).

 

Confronto internazionale

A partire dagli anni ‘60 è fiorita una nuova sensibilità contro le armi nucleari e, con essa, i primi pronunciamenti della comunità internazionale. Nel 1963 è stato firmato il Partial Test Ban Treaty che proibiva test nucleari in atmosfera, seguito nel 1968 dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare. In vigore dal marzo del 1970, questo accordo multilaterale è considerato la pietra miliare della storia della non proliferazione, del disarmo nucleare e dell’uso pacifico della tecnologia nucleare: i paesi che non possedevano armi nucleari si impegnavano a non produrne o acquisirne (art. II), in cambio dell’impegno dei paesi con armi nucleari (i cinque stati “nucleari” prima del 1967) a condividere la tecnologia civile e “concludere in buona fede trattative […] per il disarmo nucleare […] sotto stretto ed efficace controllo internazionale” (art. VI).

Nel 2009, il trattato conta 188 firme (ne sono fuori India, Israele, Pakistan e la Corea del Nord, ritiratasi nel 2003) (non mi è chiara la segnalazione). Il regime di non proliferazione stabilito, supportato dai controlli effettuati sul nucleari civile dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea), è rimasto però disatteso, non impedendo che gli arsenali nucleari aumentassero durante la Guerra Fredda. Sono poi seguiti alla fine degli anni ’80 gli accordi internazionali Start (Strategic Arms Reduction Treaty), tesi a limitare o diminuire gli arsenali di armi di distruzione di massa, come le armi nucleari: il complesso trattato di controllo sulle armi atomiche ha comportato l'eliminazione dell'80% delle armi nucleari.

Altra tappa fondamentale è stato il trattato bilaterale US-Russia INF del 1991 per l’eliminazione di tutte le armi nucleari strategiche in Europa, eccetto, per gli Stati Uniti, la componente aerea. Infine, negoziato fra il 1994 e il 1996, il Trattato per la totale interdizione degli esperimenti nucleari (CTBT), fino a oggi firmato da 148 stati ma non ancora entrato in vigore per la mancata della ratifica di 10 Stati, tra cui la Cina e gli USA. La Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito nel 1996 che l’uso e la minaccia dell’uso di armi nucleari violano il Diritto internazionale, il Diritto umanitario e le norme di rispetto dell'ambiente, e ha ribadito che tutti gli Stati hanno l’obbligo di negoziare i buona fede il disarmo nucleare totale.

Dopo la firma del Tnp accordi internazionali hanno istituito zone Libere da armi nucleari: America Latina, Pacifico del Sud, Sud Est Asiatico e, seppur non ancora entrati in vigore, Africa e Asia centrale. A queste si aggiungono Austria e Mongolia e, infine, in base a specifici trattati internazionali, atmosfera, fondali marini e Antartide. Nelle diverse conferenze di riesame del TNP è stata proposta, e sostenuta da una grande maggioranza di Stati, la creazione di Zone libere da armi nucleari in Medio Oriente e in Europa.

 

Una pericolosa involuzione

Nel frattempo si è verificata un’inversione di tendenza, che ha toccato nel 2005 uno dei momenti più rischiosi, con il fallimento della Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione e lo stallo del poliedrico quadro di disarmo internazionale (in .pdf). Come spiega il professor Baracca, “le dottrine relative alle armi nucleari hanno subito, in primo luogo negli Usa, un’evoluzione a dir poco allarmante, che ne prevede l’uso anche contro stati a cui si attribuisca l’intenzione di usare armi di distruzione di massa (anche chimiche e biologiche), e anche a scopo preventivo (in violazione del Tnp)”.

Si sta delineando una strategia sempre più chiara: “La “partnership tecnologia nucleare” lanciata dagli Stati Uniti con l’India (in funzione anticinese - con il riconoscimento di uno Stato nucleare fuori dal Tnp – che ha incontrato il rifiuto di circa una ventina di governi), tende a vanificare il trattato, facendone un pezzo da museo”. L’attenzione internazionale si sofferma, con ipocrisia, su Corea del Nord e Iran interessate a costruire ordigni nucleari, come ha osservato Mohammed ElBaradei, direttore generale dell’Aiea, mentre altri 20 o 30 paesi possiedono le capacità di raggiungere la bomba.

Nel frattempo i paesi nucleari stanno modernizzando i propri arsenali: Usa e Russia sono impegnati nella produzione di nuovi ordigni; Gran Bretagna persegue un programma di ammodernamento dei sottomarini nucleari Trident; il presidente francese Sarkozy ha rilanciato il ruolo della “force de frappe” nucleare; la Cina, infine, sperimenta nuovi missili intercontinentali capaci di caricare testate atomiche. Come ha sintetizzato il Segretario generale uscente delle Nazioni Unite, Kofi Annan, in un discorso nel novembre del 2006: “Le potenze nucleari esigono che la priorità sia data alla lotta contro la proliferazione; gli altri stati invece chiedono che si cominci con il disarmo degli stati nucleari. Ciascuno chiede che siano gli altri ad agire per primi. Ci troviamo come su un grande aereo, senza alcun pilota ai comandi, diretti a velocità supersonica verso il disastro”.

Sottoprodotto di questo quadro di instabilità internazionale è il terrorismo nucleare, che annovera, fra le ipotetiche possibilità, il furto e uso di ordigni già confezionati, la produzione di una bomba rudimentale e l’uso di una cosiddetta bomba sporca. Segnalano i rischi di una ripresa della proliferazione nucleare su scala mondiale le simboliche lancette dell’orologio di Doomsday, sono di nuovo posizionate a 5 minuti prima della "mezzanotte atomica" come ai tempi della Guerra Fredda. Negli ultimi mesi del 2008 si sono avvertite nuove speranze di schiarite internazionali, animate anche dalla dichiarata volontà del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di dare priorità al disarmo nucleare (video). Nel 2008 si è costituita una Commissione internazionale per il disarmo nucleare, promossa dall’Australia e dal Giappone, che mira a rilanciare e rafforzare i trattati internazionali. A questa iniziativa si affiancano numerose campagne promosse dalla società civile e gruppi non governativi. Fra questi, l’associazione Mayors for Peace, in vista dell’occasione dell’Assemblea Generale del 2010 ha predisposto un documento che lancia il processo detto Protocollo di Hiroshima e Nagasaki, che ha già ottenuto il consenso di alcuni paesi dell’Onu.

 

Unione europea e Italia

Recentemente anche l’Unione Europea si è attivata nell’assistenza al disarmo e la non proliferazione. In particolare, la creazione della Coalizione globale contro le armi e i materiali di distruzione di massa del gruppo del G8 è stata l’occasione per contestualizzare questi interventi in un’ottica di consolidamento della sicurezza europea, esplicitatosi anche nel Piano di Azione contro la proliferazione sviluppato dalla Commissione Ue Politica e Sicurezza nel 2003.

Ciò non toglie che non esista una politica integrata e sia difficile definire una chiara posizione europea, come sottolinea Lisa Clark, coordinatrice della campagna “Un futuro senza atomiche”, citando le numerose occasioni sfumate ai tavoli internazionali (in .pdf): “Le risoluzioni del Parlamento europeo sono molto in sintonia con quelle della rete 'Abolition Now!', mentre il Consiglio riflette le posizioni dei governi forti, tra cui le due potenze nucleari, Francia e Regno Unito, per non parlare della sudditanza alla Nato”.

Programmi e progetti vengono sviluppati a livello nazionale: Francia, Gran Bretagna e Germania prendono parte alla proliferazione nucleare in corso, mentre diversi paesi, in base al principio Nato del “nuclear sharing”, ospitano basi militari americane con ordigni nucleari, di cui in tempi recenti, è stata evidenziata l’alta pericolosità.

In questo contesto l'Italia, ufficialmente uno stato non nucleare aderente al TNP, mantiene schierate sul proprio territorio le basi statunitensi con 90 testate nucleari e conta 11 "porti nucleari". Questa ingombrante presenza ha mobilitato diverse campagne, così come avvenuto recentemente in Germania e in Belgio sull’esempio di Canada, Grecia, Islanda e Danimarca che hanno smantellato le basi nucleari nel loro territorio. Fra le iniziative sul suolo italiano si distingue la proposta di legge d’iniziativa popolare per dichiarare l’Italia "Zona Libera da Armi Nucleari", promossa dal movimento “Un futuro senza atomiche” nel settembre del 2007, assegnata alla Commissione Esteri della Camera il 22 maggio 2008 e oggi in attesa di discussione.

 

Mappe e tabelle con i principali dati

Mappa interattiva mondiale con luoghi e numero dei test nucleari condotti

Stato ratifiche Trattato di messa al bando delle sperimentazioni nucleari

Grafico sviluppo Test Nucleari 1945-2006 (in .pdf)

The World's Nuclear Arsenals: aggiornato al 30 luglio 2008, fonte Center for Defense Information

 

Documenti utili

Inchiesta di RaiNews24: Quelle imbarazzanti novanta atomiche in giardino

Testimonianza di Seiko Ikeda, Hibakusha – sopravissuta

Trattato di non proliferazione nucleare (in .pdf)

 

Bigliografia essenziale

Navarra A., La guerra nucleare spiegata a Greta, EMI, 2007.

Baracca A., A volte ritornano. Il Nucleare, Jaca Book, 2005.

Boulle P., Il pianeta delle scimmie, Oscar Mondadori, 2005.

Caldicott H., La follia nucleare, Edizioni di Red, 1981.

Dinucci M., Il potere nucleare, Fazi Editore, 2003.

Drago T., Scienza e guerra, Edizioni Gruppo Abele, 1983.

Thompson E., Opzione zero, Giulio Einaudi Editore, 1983.

 

Video

RaiNews24: Quelle imbarazzanti novanta atomiche in giardino

Nijuman no borei (200.000 Phantoms) di Jean-Gabriel Perito, Francia 2007 (10’)

Hiroshima 1914-2006: Japan Media Arts Festival 2007 Art Division Grand Prize

 

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni)

 

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Video

RaiNews24: Hiroshima