Unimondo risponde alla BPER, banca delle card “etiche” di Emergency

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Carta di credito "etica" della BPER col logo Emergency - Foto: BPER

A seguito dell'articolo di Giorgio Beretta «Due aprile: pacifisti in piazza col “conto armato”?», pubblicato il 31 marzo scorso su Unimondo, Emergency ha replicato con una lettera della presidente, Celicia Strada, allegando una lettera a firma del dott. Eugenio Garavini degli Uffici della Direzione Generale della Banca Popolare dell’Emilia Romagna - BPER (in allegato a fondo pagina). Dopo la risposta ad Emergency, Giorgio Beretta risponde ora alla banca.

Ringrazio la presidente di Emergency, Cecilia Strada, per avermi portato a conoscenza della lettera a lei inviata dagli Uffici della Direzione Generale della Banca Popolare dell’Emilia Romagna – banca con la quale Emergency ha sviluppato importanti progetti tra cui due carte "etiche", ma che da alcuni anni compare nella lista della Relazione della Presidenza del Consiglio tra gli istituti di credito che forniscono servizi all’esportazione di armamenti italiani. Essendo presenti nella lettera della Direzione Generale della banca a firma del dott. Eugenio Garavini sia informazioni non complete sia espressioni che si prestano ad essere interpretate in modo fuorviante ritengo opportuno precisare a Emergency, alla Direzione Generale della BPER e ai nostri lettori quanto segue.

1. Il “processo alle intenzioni” e le banche

1.1. Chi fa il “processo alle intenzioni”?

Nel primo paragrafo il dott. Eugenio Garavini della Direzione generale della BPER sostiene che una mia affermazione (che riporto in seguito per intero come da me scritta) «manifesta un atteggiamento di “processo alle intenzioni” (…)», senza spiegare in cosa consisterebbe tale “processo”. Segnalo che nel mio articolo ho scritto quanto segue:

  • “Il Gruppo BPER offre da tempo servizi al commercio legale di armi sia con la capogruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna sia, soprattutto attraverso la controllata Banco di Sardegna e per importi minori anche la Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila”: questo non è stato smentito e sarebbe impossibile farlo visto che si tratta di operazioni autorizzate dal Ministero dell’Economia delle Finanze agli Istituti di credito inerenti le esportazioni di armamenti di ditte italiane come riportato nella Relazione annuale della Presidenza del Consiglio.
  • Ho precisamente riportato il valore complessivo autorizzato a tutte le banche del Gruppo BPER dal 2004 al 2009 (cioè dell’anno della loro comparsa nella suddetta Relazione all’ultima disponile): anche questo non è stato smentito dalla banca.
  • Ho puntualmente documentato diverse di queste operazioni e nello specifico alcune di quelle autorizzate e svolte dalla BPER per conto della ditta Simmel Difesa: nemmeno questo è stato smentito dalla banca.
  • Ho infine scritto che “Pur a fronte di un ammontare relativamente contenuto, la mancanza di una precisa direttiva e di una trasparente comunicazione mantengono il Gruppo BPER in una posizione di potenziale referente per qualsiasi tipo di operazione per l’esportazione di armamenti italiani”. La BPER afferma ora nella sua lettera che il 26 ottobre 2010 “il Consiglio di Amministrazione della BPER (…) ha deliberato di definire una specifica Policy finalizzata a disciplinare i finanziamenti del Gruppo BPER nei confronti dell’industria bellica” e quindi la banca non è dotata di tale policy o direttiva e, di conseguenza permane – come ho scritto e ribadisco – in una posizione di potenziale referente per qualsiasi tipo di operazione per l’esportazione di armamenti italiani. In cosa consiste, dott. Garavini, il “processo alle intenzioni”?

1.2. Le “cinque o sei banche” dotate di una policy per il settore dell’industria degli armamenti?

Sempre nel primo paragrafo, la Direzione Generale della BPER sostiene che sarebbero “cinque o sei” le banche italiane “che si sono date delle regole, a seguito del rilascio di un’apposita Policy”. Non ho lo spazio di documentare nel dettaglio l’elenco di tutte le banche (tuttora esistenti, incorporate o fuse in nuovi gruppi) che – a seguito di specifiche domande di trasparenza sollevate dai loro stessi correntisti su invito di diverse campagne di pressione – a partire dall’anno 2000 hanno messo in atto precise direttive per definire e limitare la propria partecipazione, finanziamento e offerta di servizi all’industria militare e al commercio degli armamenti: l’ho fatto nel già citato volume da me curato con Chiara Bonaiuti, al quale rimando la banca per un utile approfondimento. Segnalo inoltre un agevole e recente dossier (in .pdf) da me curato per il mensile Missione Oggi nel quale si può trovare una sintetica valutazione delle diverse policy e delle operazioni svolte negli ultimi dieci anni dalle principali banche e ricordo che sul sito www.vizicapitali.org si possono reperire ulteriori informazioni. Comunico quindi sinteticamente al dott. Garavini che nel corso di questi dieci anni si sono dotati e/o hanno perfezionato o rivisto le proprie policy seguenti gruppi bancari italiani:

  • Monte dei Paschi di Siena (MPS): con tempestività già dall’agosto del 2000, la Direzione Centrale ha emanato a tutte le banche del Gruppo “precise istruzioni tendenti a evitare operazioni riconducibili alla produzione ed al commercio di armi ai sensi della Legge 185/1990”. (Bilancio Sociale 2001, p. 21) Tale decisione veniva successivamente riconfermata nel “Codice Etico” (in .pdf) del Gruppo. La direttiva è stata estesa nel 2009 anche all’acquisita Banca Antonveneta come riportano i chiari Bilanci Sociali del gruppo.
  • IntesaSanpaolo: dapprima come Intesa (si veda il Bilancio Sociale 2005 p. 64) poi come intero gruppo (si veda la Policy settore Armamenti qui in .pdf) ha stabilito già dal luglio 2007 – cioè a pochi mesi dalla nascita del nuovo gruppo – “la sospensione della partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma, pur consentite dalla legge 185/90”. Se ne può trovare notizia e commento in questo articolo.
  • UniCredit Group: prima come Gruppo Unicredito Italiano e poi come UniCredit Group ha definito e successivamente modificato la proprie direttive riguardo al settore dell’industria militare e al commercio di armamenti: ne può trovare succinta documentazione con rimando alle fonti in questo mio articolo.
  • UBI Banca: già all’indomani della nascita del gruppo, nel 2007, ha predisposto delle “Linee Guida” e nel giugno 2009 ha pubblicato una dettagliata policy (qui in .pdf) riguardo al settore armamenti: qualche mio iniziale commento lo si può reperire in questo articolo ed in altri successivi. La banca inoltre fornisce annualmente un resoconto sulle operazioni svolte nei suoi Bilanci Sociali.
  • Banco Popolare: il “Bilancio Sociale 2007” - cioè il primo del gruppo – riporta che “Tutte le nuove operazioni proposte al Gruppo da e per l’estero, che coinvolgano merci soggette alla dichiarazione di cui alla Legge 185/90, vengono declinate totalmente, ciò al fine di ridurre drasticamente la quota di partecipazione del Gruppo a tali tipologie di operazioni. Vengono gestite solo le vecchie operazioni in essere, retaggio delle realtà bancarie confluite in Banco Popolare” (p. 66).
  • Banca Popolare di Milano (BPM): a seguito di diversi incontri tra rappresentati di Banca Etica e di BPM, alcuni dei quali con la partecipazione di rappresentanti di associazioni e ong clienti di BPM, il 6 febbraio 2007, il presidente della Banca Popolare di Milano, Roberto Mazzotta, in una lettera indirizzata al presidente della Banca Etica, Fabio Salviato confermava la precisa intenzione “di proseguire nell’uscita dalle attività riguardanti l’appoggio alle aziende del settore degli armamenti”. Ho commentato la notizia in questo articolo.
  • Credito Valtellinese: nel dicembre del 2008 la banca ha emesso un comunicato stampa nel quale, in coerenza con i valori enunciati nel proprio Codice Comportamentale, “ha adottato una policy contraria allo svolgimento di operazioni connesse alla produzione ed al commercio di armi e sistemi d'arma ad uso militare”. Lo si può trovare sul sito della banca. 

Siamo già a sette e diverse sono le maggiori banche italiane. Altre banche minori hanno svolto operazioni ma non hanno reso noto le proprie direttive mentre altre ancora, pur non avendo espresso impegni in materia, non hanno svolto operazioni relative all’esportazione di armamenti. Segnalo, infine, che la Banca Nazionale del Lavoro (BNL) incorporata nel febbraio 2006 nel gruppo BNP Paribas, già dal 2003 ha reso pubblica la decisione di “limitare le proprie attività relative alle operazioni di esportazione e importazione di materiale d’armamento unicamente a quelle verso Paesi dell’Unione Europea e della NATO nell’ambito delle rispettive politiche di difesa e sicurezza” (si veda il Bilancio della Responsabilità Sociale 2002, p. 9).

Non è questa la sede per addentrarci in un’analisi delle suddette direttive e della loro effettiva applicazione. Ma credo ci sia materiale sufficiente per rammentare al dott. Garavini che se c’è una banca che spicca per non aver reso noto in dieci anni alcuna policy in materia questa è proprio la Banca Popolare dell’Emilia Romagna. O sbaglio?

2. La legge 185/90 e le “regole di trasparenza

2.1. E’ solo mera “passività” delle banche?

Al secondo punto della sua lettera la Direzione Generale della BPER volge due considerazioni sulla legge 185/90 che regola l’intera materia delle esportazioni di armamenti. Utile tenerle distinte. Innanzitutto – secondo la banca – la normativa “presenta alcuni limiti” in quanto “non fa distinzioni tra la partecipazione attiva di un istituto di credito (che ad esempio ha specificatamente approvato un finanziamento ad una società per l’export di armamenti) rispetto ad una mera attività di incassi e pagamenti indistinti che transitano per così dire passivamente su un conto di un’impresa produttrice aperto presso la stessa banca”.

Fermiamoci qui. Secondo la Direzione della BPER esisterebbe una “partecipazione attiva” (cioè finanziamenti all’export di armamenti) e una “attività passiva” (mera attività di incassi per conto della ditta produttrice/esportatrice). Nella prima vi si esprimerebbe la decisione (e quindi la volontà) della banca a “finanziare” l’export di armi, nella seconda solo quella di “rendere un servizio” ad una ditta produttrice di armi che ne è cliente. Se è cosi, nulla vieta che la banca nei suoi resoconti pubblici (Bilanci sociali ecc.) scriva a chiare lettere quali sono le attività di esportazione di armamenti che ha direttamente finanziato (a quale ditta, per quale valore e per che tipo di esportazione) e per quali invece ha solo “incassato passivamente” pagamenti di esportazioni di armamenti per conto di quale ditta, per quale valore e per che tipo di esportazione. E il problema sarebbe risolto. Perché la BPER non l’ha fatto in questi anni pur avendo offerto servizi all’esportazione di armamenti?

E soprattutto, la prossima policy prevede che venga specificato in un documento accessibile al pubblico quanto sopra (e cioè che per ogni operazione venga specificata la tipologia, la ditta esportatrice, il valore dell’esportazione, il sistema d’arma esportato dalla ditta e il paese destinatario) compresi gli eventuali “compensi di intermediazione bancaria” richiesti dalla banca per la fornitura di servizi all’export di armi? (per inciso, la BPER potrebbe intanto spiegare a cosa si riferiscono gli oltre 400mila euro di “compensi di intermediazione” assegnati al Banco di Sardegna per le operazioni autorizzate a Simmel Difesa nel 2006 come da allegato tratto dalla Relazione della Presidenza del Consiglio). Sarebbe un utilissimo contributo alla trasparenza che fugherebbe ogni possibile fraintendimento. O dobbiamo pensare che la banca attenda un cambiamento della legge 185/90 per poterlo fare visto che ora non è richiesto per legge? Se fosse così, ci aspetteremmo la banca in prima fila a perorare un miglioramento della normativa che, invece, in questi anni ha visto notevoli peggioramenti, tra cui la sottrazione dell’Elenco di dettaglio delle operazioni autorizzate alle banche dal quale si poteva ricavare non solo gli importi totali autorizzati agli istituti di credito, ma il dettaglio delle singole operazioni autorizzate: e non ricordo proteste da parte delle banche – e nemmeno della BPER – per questa indebita sottrazione di trasparenza, primo atto (non legislativo ma fattivo) dell’attuale Governo Berlusconi (che non l’ha più ripristinata nonostante le reiterate e ufficiali richieste). O mi sono perso qualche atto pubblico della banca, dott. Garavini?

2.2. E’ solo “una piccola parte dei flussi finanziari verso le imprese”?

Nel secondo capoverso la BPER afferma: “Inoltre la legge 185/90 intercetta solo una piccola parte dei flussi finanziari verso le imprese del settore bellico, per cui formulare un giudizio solo sui dati legati all’export risulta fuorviante”. Innanzitutto va specificato che non è compito della legge 185/90 documentare tutti i “flussi finanziari” (finanziamenti) verso le imprese del settore bellico ma solo di riportare il numero e il valore delle “operazioni autorizzate” alle imprese produttrici e agli Istituti di Credito relative alle singole esportazioni di materiali militari. Ne consegue - e in questo concordo con la banca – che “formulare un giudizio solo sui dati legati all’export risulta fuorviante”.

Ma detto questo, se una banca intende davvero esser trasparente ed accettare un giudizio “non fuorviante” dovrebbe anche impegnarsi a rendere noti tutti i tipi di finanziamenti (fidi, linee di credito, azioni, partecipazioni…) che concede/ha in atto con le industrie militari e a specifici progetti del settore (ricerca e sviluppo, esportazioni ecc). In questo modo il giudizio sarebbe basato su più elementi e sicuramente più congruo. Ma anche a questo riguardo non ricordo, dott. Garavini, pubblicazioni della BPER accessibili al pubblico che offrano un quadro esaustivo dell’intera materia dei finanziamenti concessi dalla banca alle industrie militari. Mi auguro, pertanto, che la prossima policy lo preveda come modalità di trasparenza e di formazione di un appropriato giudizio da parte del pubblico.

3. Sono “operazioni marginali” rispetto ai crediti verso la clientela?

Nel terzo capoverso la BPER riporta le operazioni autorizzate alle banche del gruppo relative alle esportazioni di armamenti. Segnalo innanzitutto la dimenticanza nel 2007 di un importo autorizzato alla CARISPAQ SPA – che è parte del Gruppo BPER – per € 375.335,65: una piccola svista, nessun problema, ma la riporto per completezza d’informazione. (Colgo l’occasione per ricordare alla banca che tutte le Tabelle Ufficiali dalla Relazione della Presidenza del Consiglio per gli anni dal 1996 al 2008 sono scaricabili sul sito della Campagna di pressione alle “banche armate” e qui in formato formato .zip sul quale, appena disponibili, saranno accessibili anche le più recenti). Quindi, commentando l’ultimo dato disponibile, la banca afferma che l’importo “risulta del tutto marginale rispetto ai crediti alla clientela erogati dal Gruppo”.

In questo delicato e controverso settore non è, ovviamente, solo una questione di cifre (quantità), ma del tipo di operazioni (qualità): l’incasso bancario per l’esportazione da parte di una ditta come Simmel Difesa per “munizioni, ordigni e cariche esplosive” verso un paese del Sud del mondo è sicuramente diverso da quello ad esempio per “software per la simulazione” per un paese dell'Unione Europea. Ma detto questo, rimane una riflessione: se si tratta di operazioni “del tutto marginali” non dovrebbe essere difficile regolamentarle con chiarezza o – come hanno già fatto altri Istituti di credito – porvi definitivamente fine. Finora la banca non l’ha fatto, e sorge spontanea la domanda sul perché, data l’affermata marginalità di questo settore rispetto ai crediti concessi alla clientela. Una domanda alla quale l’annunciata prossima policy potrebbe rispondere.

4. La prossima policy del Gruppo BPER sui finanziamenti all’industria bellica

Dalla lettera apprendiamo che 26 ottobre 2010 “il Consiglio di Amministrazione della BPER (…) ha deliberato di definire una specifica Policy finalizzata a disciplinare i finanziamenti del Gruppo BPER nei confronti dell’industria bellica”. Crediamo che questo passo, seppur tardivo, sia di grande importanza per la banca, per i suoi correntisti, per le associazioni come Emergency che con la banca hanno sviluppato iniziative e per tutto l’ampio settore dei cosiddetti stakeholders. Vorrei segnalare alla banca che da anni le campagne impegnate nel controllo del commercio di armamenti e nel disarmo hanno instaurato un positivo confronto e dialogo con le banche proprio nel merito della valutazione delle differenti policy: ne può trovare riscontro in diverse dichiarazioni sopra riportate riguardo alle direttive emesse da altri istituti di credito.

Inoltre mi permetto, sommessamente, di far notare che il vantare “specifiche competenze in materia” non sempre è garanzia di totale attendibilità. Se, giusto come esempio, la Società di consulenza “Avanzi” di Milano – a cui la lettera di BPER si riferisce – è la stessa società che “ha coadiuvato i partner nello svolgimento di alcune attività distinte e complementari della redazione del bilancio di sostenibilità 2007, il primo per Finmeccanica” (a proposito del più recente ho espresso qualche osservazione in questo articolo) o è la stessa società che, dopo aver perfezionato nel 2006 la fusione con Vigeo (adesso Vigeo Italia) ha ritenuto nel 2010 di classificare l’ENI come prima azienda per la trasparenza nel reporting di sostenibilità, mi permetto di far notare che – sulla base di quanto affermano Amnesty International e la stessa Fondazione culturale Responsabilità etica (FCRE) di Banca Popolare Etica – forse la “sostenibilità” e la “trasparenza” dell’ENI andrebbero valutate su altri parametri rispetto a quelli individuati da Avanzi/Vigeo Italia.

Mi sia concesso, infine, di manifestare alla BPER il sincero auspicio che l’annunciata policy non si risolva “in una mera dichiarazione d’intenti” ma che possa – come annunciato dalla banca – “essere allineata, se non migliore, rispetto alle ‘best practices’ correnti”. I migliori auguri anche per l’Assemblea degli azionisti di domani nella quale credo che qualche associazione azionista della banca possa sollevare anche per via telematica alcuni degli interrogativi qui indicati.

Cordialmente,

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

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