Armamenti

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“I leader mondiali devono accettare il fatto che non si può lasciare il libero mercato a governare il commercio di armamenti”. (Oscar Arias, Presidente della Costa Rica e Premio Nobel per la Pace)

 

Introduzione

Le questioni legate al tema degli armamenti, quali la loro classificazione, produzione, commercio e le norme che vincolano questi ultimi, spesso non trovano a livello mondiale univocità di comportamenti, di regole e perfino di definizioni. Si possono però sicuramente distinguere due macro-tipologie: i grandi sistemi d’arma e le cosiddette SALW, ovvero le "Small arms and light weapons", cioè le armi leggere. Questa distinzione ne porta con sé una tra i fruitori: la prima categoria di armamenti infatti, necessitando grandi investimenti, coinvolge principalmente gli eserciti e quindi gli Stati, ricadendo perciò nell’ambito delle scelte strategiche e di politica estera, mentre la seconda categoria è più endemica: ha un mercato civile ed un ampio mercato nero, attraverso il quale raggiunge la criminalità organizzata e i gruppi armati e terroristici, è presente in molti scenari di violenza domestica e criminalità urbana.

E' possibile, inoltre, una seconda distinzione all’interno delle armi non leggere: quella tra armi convenzionali ed armi non convenzionali. Rientrano in questa seconda categoria, in particolare, le armi batteriologiche, biologiche, chimiche, nucleari, le mine antipersona e le cluster bombs. Si tratta di particolari tipologie di armamento sulle quali la legislazione internazionale, a seguito di grandi conflitti e a volte della pressione della società civile, si è espressa per limitarne o fermarne la produzione e l’uso.

C’è poi un livello da non trascurare, sovrastante tutto l’impianto di produzione e ad esso necessario: i finanziamenti alle società esportatrici di armamenti (A questo propositosi veda la scheda: Finanza e Armi).

 

La produzione

Quello della produzione di armamenti è un mercato in crescita: l’istituto di ricerca SIPRI di Stoccolma, basandosi principalmente sui trasferimenti di grandi sistemi d’arma finiti e delle loro componenti, afferma che nel 2008 le prime 100 società produttrici hanno registrato un aumento di 39 miliardi di dollari nelle vendite, raggiungendo quota 385 miliardi di dollari, proseguendo il trend degli ultimi anni, e che anche per quanto riguarda il 2009 i primi dati non ancora completi mostrano come la crisi finanziaria e la recessione economica non abbiano intaccato le vendite di molte società del settore. Per inquadrare l’argomento, sottolineiamo il fatto che globalmente la spesa militare (che non include solo il commercio di armamenti) ha raggiunto nel 2009 il picco inedito di 1531 miliardi di dollari, mostrando di essersi del tutto ripresa dalla fine della Guerra Fredda (per maggiori dettagli vedere la scheda Economia di Guerra).

La produzione di armamenti si concentra principalmente nei Paesi industrializzati: nel 2007, 82 delle 100 principali società di questo settore, escludendo le società cinesi per mancanza di dati, avevano infatti i loro headquarters in Paesi membri OCSE (Elaborazione Paolo Bonaiuti da SIPRI Top100). In particolare sono tre le regioni più coinvolte: USA, Russia ed Unione Europea. Quest’ultima, vista come entità unitaria, nel 2006 ha tolto agli Stati Uniti il primato dell’esportazioni di armamenti (Elaborazione Giorgio Beretta da SIPRI Top100).

Va notato però come questo settore produttivo, al pari di molti altri, si sia internazionalizzato in diversi modi. In primis quasi nessuna arma moderna viene prodotta interamente da una sola società: già nel 1994 l’Economist faceva notare come gli USA non potessero mandare in cielo un missile o un aereo senza l’aiuto di almeno tre compagnie giapponesi. Questo accade da una parte perché le società cercano la tecnologia migliore o il costo del lavoro minore, e dall’altra perché i governi non sono esclusivamente interessati all’acquisto di armi, ma anche ad incorporare tecnologie o componenti dall’estero, per poi assemblare in patria il prodotto finito. In secondo luogo le società produttrici non hanno sede in un unico Paese: molte di esse, infatti, soggette alle leggi degli Stati che le ospitano, hanno delle controllate (subsidiaries) in Paesi a legislazione più leggera, come Brasile, India e la stessa Cina. Questo spostamento è dovuto a diversi fattori strategici: dalla ricerca di costi minori all’apertura su nuovi mercati, ma spesso, forse non del tutto casualmente, aiuta le società ad eludere i controlli più rigidi, ma geograficamente limitati, dei Paesi ospitanti gli headquarters. Infatti la maggior parte della legislazione che controlla questo mercato ha carattere nazionale, anche se spesso si basa su Protocolli sovranazionali non giuridicamente vincolanti (Fonti: ControlArms e Archivio Disarmo).

Oltre alle subsidiaries appena citate, sono molte le company a rispondere ad una legislazione poco vincolante: infatti tra le prime 100 società produttrici di armamenti, il numero di quelle con base in un Paese non tradizionalmente esportatore è più che duplicato dal 1990 al 2006. Questi Paesi sono, ad esempio, Brasile, India, Singapore, Sud Africa, Sud Corea e, probabilmente, Cina (Dati: ControlArms). Le società in questione spesso acquistano le licenze di produzione di altre società e ne commerciano i prodotti secondo le norme del Paese in cui risiedono: è il caso ad esempio della cinese Norinco, che ha acquisito dalla tedesca Deutz i modelli di carro armato Type 63, per poi esportarli in Paesi quali Iraq, Nord Corea, Sudan e Repubblica Democratica del Congo, Stati a cui la società tedesca non avrebbe potuto vendere.

Guardando in Italia, la parte del leone la fa Finmeccanica: prima italiana tra le Top100 del SIPRI con 9.8 miliardi di dollari di vendite di armamenti, con prodotti nel ramo dell’aeronautica, degli elicotteri, dei sistemi missilistici, dei veicoli corazzati e più della metà delle proprie vendite nel settore degli armamenti. I suoi membri siedono ai vertici del Consiglio di Amministrazione dell’AIAD, la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza, che nel 2009 si è detta preoccupata dal “problema delle Banche etiche, che professandosi “non armate”, hanno sospeso ogni transazione di esportazione” (dal Report 2009, in .pdf). Le altre italiane della lista SIPRI sono Avio, Fincantieri e Fiat. Quest’ultima è presente principalmente con la sua controllata Iveco a causa della produzione di veicoli ad uso militare.

Per quanto concerne nello specifico il mercato delle armi leggere, l’Italia con 434 milioni di dollari nel 2006 è il secondo maggior esportatore, superata solo dagli Stati Uniti. Seguono Germania, Belgio, Brasile, Austria, Regno Unito, Giappone, Canada, Svizzera, Spagna, Federazione Russa, Repubblica Ceca, Francia e Turchia. Questi sono i 15 maggiori esportatori, sempre escludendo la Cina per mancanza di dati, e rappresentano l’83% del totale delle esportazioni di armi leggere tra il 2000 e il 2006 (Dati: Report 2010 Archivio Disarmo).

 

La regolamentazione delle esportazioni: problematiche, legislazione e campagne

Uno dei due principali ambiti della legislazione nazionale ed internazionale in materia di armamenti, insieme al controllo delle armi non convenzionali, è quello del monitoraggio dell’export. La normativa non è univoca a livello mondiale, sebbene operi su un mercato quanto mai globale e globalizzato, ed è perdipiù datata dal punto di vista delle modalità di spostamento di materiali e tecnologie, limitandosi nella maggior parte dei casi al monitoraggio di sistemi d’arma finiti. Per questi motivi molte campagne, capitanate da ControlArms, chiedono la stesura di un Trattato sul Commercio delle Armi (ATT), che sia vincolante ed internazionale.

Queste campagne criticano principalmente l’incoerenza tra la legislazione relativa alla vendita di armamenti finiti e quella che dovrebbe monitorare gli altri mezzi con cui le armi raggiungono le loro destinazioni: la vendita di licenze, l’azione delle subsidiaries presenti all’estero e l’export della componentistica, specialmente per quanto riguarda i materiali dual-use, ovvero ad uso sia militare che civile. La presenza di questo divario, sottolinea il report Arms Without Borders, rende aggirabile senza difficoltà la rimanente normativa, rendendola inefficace.

Presentiamo a titolo di esempio il caso europeo, per mostrare le lacune in questione. Nell’articolo 223 dell’atto fondativo della Comunità Economica Europea, il Trattato di Roma del 1957, erano escluse dalle competenze comunitarie le questioni relative alla produzione di armamenti: per questo motivo gli Stati membri presentano legislazioni molto differenti tra loro, e l’unico pilastro comune in questo ambito è la Posizione Comune del 2008, che ha sostituito il Codice di Condotta del 1998. Nella Posizione sono presentati otto criteri cui gli Stati membri devono attenersi:

- il rispetto degli impegni internazionali, ed in particolare il rispetto delle sanzioni decretate dal Consiglio di Sicurezza ONU e dall’Unione Europea;

- il rispetto dei diritti umani da parte del Paese di destinazione finale

- l’assenza di conflitti armati o tensioni interne nel Paese di destinazione finale;

- la conservazione della pace, della sicurezza e della stabilità della regione;

- l’attenzione alla sicurezza nazionale degli Stati membri;

- l’atteggiamento del Paese acquirente nei confronti della comunità internazionale, in particolare nei confronti del terrorismo e del rispetto del diritto internazionale;

- l’esistenza del rischio che l’equipaggiamento possa essere deviato all’interno del Paese o verso destinazioni non desiderate;

- la valutazione della compatibilità dell’esportazioni d’arma con le capacità tecnica ed economica del Paese ricevente.

Nonostante il fatto che l’Unione Europea, seguendo queste linee guida, abbia posto delle restrizioni alla vendita di armamenti alla Cina in quanto responsabile di violazioni dei diritti umani, quando la società tedesca Deutz citata poco fa, vende la licenza di produrre carri armati alla cinese Norinco non vìola alcuna legge, poiché le licenze non sono soggette a controlli.

Anche per quanto riguarda il secondo punto della campagna, la questione si pone in termini simili: le leggi nazionali non controllano le subsidiaries con sede all’estero, le quali possono quindi vendere dove la casa madre non può. È un esempio il caso di alcuni mezzi corazzati venduti dalla Land System OMC al governo Ugandese, usati nel 2006 contro i sostenitori dell’opposizione in periodo elettorale. La Land System era già allora controllata al 75% dall’inglese BAE Systems, la quale non avrebbe potuto compiere operazioni di vendita con l’Uganda per via delle ripetute e gravi violazioni dei diritti umani.

La terza questione è più sottile, principalmente a causa della difficile classificazione della componentistica dual-use, soggetta alla richiesta di autorizzazione all’esportazione. Un motore può muovere una jeep corazzata o un’auto, un software può essere utilizzato in un ripetitore per cellulari o essere integrato in un radar: la differenza tra l’uso civile o militare non è nel prodotto ma nella sua destinazione. Ad oggi le liste di prodotti dual-use non sono condivise a livello mondiale, e solo in alcuni casi, tra cui significativamente gli USA, il controllo è anche sul re-export, ovvero su eventuali vendite successive da parte dell’importatore. (Fonte: ControlArms)

Le tre criticità esposte poco fa (licenze, subsidiaries e componentistica) riguardano anche le armi leggere, ma queste presentano alcune specificità in più rispetto ai grandi sistemi: in particolare la diffusione e l’impatto che hanno nel diffondersi di violenza e crimine. Per questo IANSA, International Action Network on Small Arms, movimento mondiale contro le armi da fuoco e membro della campagna ControlArms, nel suo report 2007 (in .pdf) sottolinea l’importanza della tracciabilità e marchiatura secondo un codice univoco. Queste pratiche possono facilitare infatti il controllo sui trasferimenti, sia su larga scala (import-export) che su scala locale, come ad esempio negli scambi tra privati. Queste direttive sono contenute anche nel UN Programme of Action on Small Arms (PoA), un documento del 2001, non vincolante giuridicamente, che i Paesi firmatari si impegnano a rispettare modificando le proprie leggi secondo le best practices contenute nell’accordo.

Non è l’unico documento del genere: nel 1993 i Paesi membri OSCE si accordarono su criteri di trasferimento delle armi convenzionali, nel 1996 i Governi di 39 Paesi tra i maggiori produttori mondiali di armamenti (Cina esclusa) si ritrovarono a Wassenaar, in Olanda, dove sottoscrissero un accordo multilaterale noto come Wassenaar Arrangement, in cui posero le basi per un controllo transnazionale del commercio di armi. È del 1998 il già citato Codice di Condotta dell’Unione Europea, seguito da altri accordi simili, tutti a carattere locale: nel 1997 è la volta degli Stati membri dell’Organizzazione degli Stati Americani con l’Inter-American Convention on Firearms, nel 2004 di quelli del Corno d’Africa e Africa Orientale con il Nairobi Protocol, nel 2005 di quelli del Sistema de la Integración Centroamericana con il Codigo de Conducta, nel 2006 di quelli dell’Africa Occidentale, con l’ECOWAS Convention, l’unico accordo legalmente vincolante qui citato. Di carattere globale e con valore giuridico è invece il UN Firearms Protocol, del 2000, che si occupa di armi leggere e non comprende gli scambi tra Stati.

La mancanza di valore giuridico, la limitatezza geografica, la restrizione dell’ambito di influenza e l’inadeguatezza delle modalità di scambio monitorate sono le carenze delle legislazione esistente che spingono le campagne a chiedere un Arms Trade Threaty (ATT), un Trattato sul Commercio di Armamenti, che sia invece vincolante, internazionale e che copra la totalità degli scambi di merci e tecnologie e delle tipologie di armi. Il processo verso un tale documento è in atto, ed ha avuto il suo primo passo nell’ottobre 2006 con la risoluzione 61/89 delle Nazioni Unite (in .pdf) in cui gli Stati membri riconoscevano l’esigenza di un tale Trattato. Ad ora un gruppo di lavoro e diverse conferenze annuali stanno preparando quello che, nel 2012, dovrebbe essere il Trattato sul Commercio degli Armamenti, che dovrebbe coprire le lacune dell’attuale sistema normativo.

 

Il controllo delle armi non convenzionali

Sono quattro le principali categorie di armamento esplicitamente controllate dalla legislazione internazionale: le armi atomiche, chimiche, biologiche e batteriologiche. Per quanto riguarda le prime, invitiamo alla lettura della scheda Armi nucleari. Per quanto riguarda invece le altre tipologie, già il Protocollo di Ginevra del 1925 ne vietava l’uso, prescrizione corroborata da successivi atti internazionali. In particolare per quanto riguarda le armi chimiche, la Convenzione di Parigi del 1993, che ne proibisce l’uso in ogni circostanza, lo stoccaggio e la produzione, è stata ratificata al luglio 2010 da 188 Stati. Egitto, Corea del Nord, Israele e Siria sono tra i grandi assenti (Fonte: Organization for the Prohibition of Chemical Weapons).

Oltre a queste grandi categorie, tre sono i tipi di arma su cui recentemente si è focalizzata l’attenzione internazionale: le mine antiuomo, le cluster bombs, o bombe a grappolo e le armi all’uranio impoverito. Si tratta in tutti e tre i casi di una tipologia di arma destinata a colpire anche in tempo di pace: le mine antiuomo hanno questa caratteristica per costruzione, ma anche le bomblets, ovvero gli ordigni contenuti all’interno delle cluster bombs e sparsi sul terreno durante il lancio, colpiscono a guerra finita: infatti in molti casi non esplodono a contatto col suolo, costituendo così veri e propri campi minati. Le armi all’uranio impoverito, invece, una volta bruciate o polverizzate in seguito all’impatto o disperse nell’ambiente, rilasciano radiazioni, con un tempo di dimezzamento per decadimento di 4,46 miliardi di anni (Fonte: Wikipedia), e sono ritenuti responsabili dell’aumento di malattie quali il linfoma o il cancro al seno in aree ad alta esposizione come è l’Iraq post-Guerra del Golfo.

L’esempio principale di come le campagne internazionali possano portare effettivi cambiamenti è quello delle mine antiuomo. Infatti il percorso che ha portato alla Convenzione di Ottawa del 1997, che proibisce “l’uso, lo stoccaggio, la produzione e il trasferimento delle mine antiuomo” e ne impone la distruzione, è stato il prodotto combinato dell’azione di ONG, organizzazioni internazionali, agenzie delle Nazioni Unite e Governi. In questa occasione si è vista in particolare la collaborazione tra ONG di Paesi produttori di mine e di Paesi vittime. La principale rappresentante della società civile, con un posto ai tavoli degli incontri diplomatici, era la campagna ICBL, International Campaign to Ban Landmines: lanciata ufficialmente nel 1992 da Handicap International, Human Rights Watch, Vietnam Veterans of America Foundation, Physician for Human Rights, Mines Advisory Group and Medico International, è oggi composta da oltre 1000 associazioni di 60 Paesi, ed è stata insignita nel 1997 del Premio Nobel per la Pace proprio per il ruolo avuto nel cammino verso questo Trattato. Gli Stati firmatari del Trattato sono ad oggi 156 su 195, con alcune assenze significative: si tratta, tra gli altri, di Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, India, Iran, Israele, Libano, Pakistan, USA e Russia. Nonostante queste assenze il Trattato ha sortito comunque un effetto consistente: il commercio legale di mine antiuomo è quasi azzerato e i Paesi produttori sono scesi da 50 nel 1997 ai circa 13 del 2010 (Fonte: Landmine Report).

Più lento è invece il tentativo di messa al bando delle cluster bombs: la Dichiarazione di Dublino porta infatti la data del maggio 2008 ed inizierà ad avere valore legale a partire dal 1 agosto 2010. Sono ancora 88 gli Stati a non averla sottoscritta. Si tratta di un documento che vuole mimare quello di Ottawa: una messa al bando totale, comprensiva della distruzione degli arsenali, della bonifica dei terreni contaminati e del supporto alle vittime e alle comunità. Anche in questo percorso è forte la presenza di rappresentanti della società civile, capitanati dalla campagna CMC, Cluster Munition Coalition), che riunisce al suo interno 350 organizzazioni di 90 Stati. Il principale impegno di questa organizzazione è la pressione affinché gli Stati non firmatari ratifichino il Trattato, per riuscire a raggiungere gli obiettivi entro il 2020. L’Italia, per ora, ha firmato ma non ancora ratificato questo Trattato, e rimane trai Paesi produttori e detentori di bombe a grappolo (Fonte: CMC).

La principale campagna internazionale che si occupa di armi all’uranio impoverito è ICBUW, International Coalition to Ban Uranium Weapons, che prende a modello le succitate ICBL e CMC, nella speranza di riuscire, come queste, a mobilitare la coscienza internazionale ed essere parte attiva del processo verso un Trattato per la messa al bando di tali armi. Per ora l’azione è locale: sui vari Governi affinché venga riconosciuta la pericolosità di tali strumenti, e sulle società affinché smettano la produzione.

 

Il caso europeo

L’8 dicembre 2008 il Consiglio Europeo ha adottato la Posizione Comune 2008/944/PESC sulle esportazioni di armamenti: si tratta di un documento fortemente voluto dalla società civile, che migliora il Codice di Condotta del 1998, e con valore giuridico. Quest’ultima è una caratteristica fondamentale, poiché, come aveva documentato nel giugno 2008 uno studio di numerosi organismi della società civile europea, il documento del 1998 non ha impedito a diversi Stati membri di approvare autorizzazioni non conformi ai criteri esposti, non essendo legalmente vincolante. Rispetto a quanto avveniva con il Codice di Condotta, con la Posizione Comune viene esteso il controllo alle attività di intermediazione (brokering) e ai trasferimenti di beni immateriali, come ad esempio i trasferimenti di tecnologie e vengono introdotte procedure rafforzate per armonizzare le politiche degli Stati membri. L’articolo 3 però “lascia impregiudicato il diritto degli Stati membri di applicare politiche nazionali più restrittive”, come è ad esempio il caso della legge 185/90 in Italia.

Nello stesso dicembre 2008, però, il Parlamento Europeo ha approvato una Direttiva “che semplifica le modalità e le condizioni dei trasferimenti all’interno delle Comunità di prodotti per la difesa”: l’obiettivo è quello di migliorare la competitività delle imprese europee del settore, riducendo i costi e le procedure di controllo. Vengono introdotti tre tipi di licenza, generale, globale e individuale: le prime due, di lunga durata, sostituiscono la terza, usata solo in via eccezionale, e sono finalizzate a sveltire e accorpare la burocrazia dei trasferimenti, riunendo in un’unica pratica molti prodotti e molti acquirenti (per una sintesi della Direttiva, vedi qui). Questa Direttiva, così come tutta la legislazione europea in ambito di armamenti rimanda alle liste dei prodotti dual-usee militari, la cui esportazione è vincolata.

 

Campagne e legislazione in Italia

Le campagne internazionali già citate vedono la partecipazione di molte realtà del nostro Paese: in particolare la Campagna italiana contro le mine, che riunisce molte realtà italiane, aderisce a ICBL e CMC, di cui è membro anche World for World, mentre Peacelink e Osservatorio Militare aderiscono a ICBUW. Da non dimenticare l’apporto delle sedi italiane delle organizzazioni internazionali quali Amnesty International. Presente ed attiva su tutto il panorama delle armi e del disarmo, dal nucleare ai finanziamenti alla spesa militare, è la Rete Italiana per il Disarmo, che svolge attività di informazione pubblica e di pressione sul Parlamento e riunisce al suo interno molte associazioni ed enti.

In Italia campagne di questo tipo, insieme ad alcuni scandali quali il coinvolgimento di una filiale statunitense di una grande banca italiana nella vendita illegale di armi a Saddam Hussein, hanno portato nel 1990 all’emanazione della legge 185/90, che regola il commercio di armamenti. Si tratta di una legge all’avanguardia, che vieta alle imprese di vendere a Paesi sotto embargo, a Paesi responsabili di violazioni di diritti umani ed altri simili vincoli, ma soprattutto impone criteri di trasparenza e di accesso alle informazioni alle banche intermediarie e alle società: la Presidenza del Consiglio è tenuta, entro il 31 marzo, a fornire al Parlamento una relazione delle esportazioni ed autorizzazioni dell’anno passato. Sulla base di questa documentazione è potuta crescere una campagna come la Campagna Banche Armate, che si occupa del coinvolgimento degli istituti di credito nel mercato delle armi. Il fatto che negli ultimi anni tale relazione non è stata presentata rappresenta una grave mancanza nel cammino verso un maggiore controllo ed una maggiore consapevolezza dei problemi legati al commercio di armamenti.

 

Bibliografia

C. Bonaiuti e G. Beretta (a cura di), Finanza e armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilità sociale, Edizioni Plus - Pisa University Press, Pisa 2010, pp. 304.

C. Bonaiuti e A. Lodovisi (a cura di), Sicurezza, controllo e finanza: le nuove dimensioni del mercato degli armamenti, JacaBook, Milano, 2009.

C. Bonaiuti e A. Lodovisi (a cura di), L'industria militare e la difesa europea: rischi e prospettive, Jaca Book, Milano, 2008.

C. Bonaiuti e A. Lodovisi (a cura di), Spese militari nel mondo: il costo dell'insicurezza, Jaca Book, Milano, 2008

C. Bonaiuti e A. Lodovisi (a cura di), Il commercio delle armi: l'Italia nel contesto internazionale, Jaca Book, Milano, 2004.

Giorgio Beretta, "Armamenti italiani: vent'anni di esportazioni", in Aggiornamenti Sociali, luglio-agosto 2010, pp. 491-501, (in .pdf)

Giorgio Beretta, Unione Europea: commerciare armi per essere competitivi, MissioneOggi, dossier gennaio 2010 (in .pdf)

Giorgio Beretta, "Il commercio internazionale di armamenti" (pp. 69-105) e "Le esportazioni italiane di armi" (pp. 106- 160), nel volume sopracitato di C. Bonaiuti e A. Lodovisi (a cura di), Sicurezza, controllo e finanza: le nuove dimensioni del mercato degli armamenti, JacaBook, Milano, 2009.

Archivio Disarmo, Armi leggere, guerre pesanti, 2010 (in .pdf)

ControlArms, Arms Without Borders, 2006 (in .pdf). E' il principale documento della campagna: sono spiegate le carenze e le proposte di modifica dell’attuale sistema legislativo.

Natalino Ronzitti, Diritto internazionale dei conflitti armati, Giappichelli editore, 2006.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Paolo Bonaiuti)

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Armamenti" di Unimondo: www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-pace/Armamenti.

 

 

 

Istituzioni e Campagne

Internazionali e nazionali

Siti ONU

  • UNODA (UN Office for Disarmament Affairs)
  • UNIDIR (UN Institute for Disarmament Research)
  • UNROCA (UN Register of Conventional Arms)
  • ATT (Arms Trade Treaty)
  • PoA-ISS (UN Programme of Action on Small Arms and Light Weapons

Centri di ricerca

  • SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute - Svezia)
  • IISS (International Institute for Strategic Studies - UK)
  • IRIS (Institut de Relations Internationales et Stratégiques - Francia)
  • GRIP (Groupe de Recherche et d’Information sur la Paix - Belgio)
  • PRIO (Peace Research Institute Oslo - Norvegia)
  • CDRPC (Centre de Documentation et de Recherche sur la Paix et les Conflits - Francia)
  • Centre Delas (Centre d'Estudis per a la Pau JM Delàs - Spagna)
  • ROP (Réseau francophone sur les Opérations de Paix - Canada)
  • FAS (Federation of American Scientists - Stati Uniti)
  • ISIS (Institute for Science and International Security - USA)
  • Archivio Disarmo (Italia)
  • Os.C.Ar. - Ires Toscana (Italia)
  • Opal Brescia (Italia)

Reti e Campagne

Video

Control Arms: per un Trattato mondiale sul commercio di armi