168 milioni di ragioni per lottare e riflettere sul lavoro minorile

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“Se non lavoro, non mangio né studio” – Paraguay Foto: ea.com.py

Nella Giornata mondiale contro il lavoro minorile che oggi coinvolge 168 milioni di bambini, c’è di che riflettere tanto sulle cause di estrema povertà che ne originano il fenomeno quanto sui mezzi per garantire per lo meno dignità e condizioni di salubrità e sicurezza sul lavoro.

Wilmer lavorava per meno di due dollari all’ora nella sua casa-fabbrica a San Raymundo in Guatemala per costruire fuochi d’artificio quando un’esplosione improvvisa gli ha bruciato il volto, polverizzandogli le palpebre. Wilmer aveva sette anni.

Liu aveva fatto letteralmente “carte false”, che ne attestavano la maggiore età, per poter lavorare alla Yinchuan Electronic Company, azienda cinese che produce le schede madri per i computer della Asus a Dongguan; lo hanno trovato morto “per stanchezza” nel dormitorio dell’azienda, nel suo letto. Liu aveva 14 anni.

Shaukat Ali si spacca la schiena dall’alba al tramonto per costruire mattoni nel quartiere Waycantt di Taxila, in Pakistan. Scherza dinanzi alla richiesta di una possibile alternativa a livello educativo o lavorativo: “Questo non è un lavoro part-time,” dice con un sorriso ironico. “Se mi piace, posso venire al lavoro la sera e lavorare fino al mattino. Se vengo al mattino, posso lavorare fino alla notte. Tutto dipende da me”. Shaukat Ali ha 10 anni.

Ibrahim lavora in una piccola miniera d’oro della Tanzania. Uno dei suoi compiti principali è quello di estrarre il prezioso utilizzando il mercurio, un metallo tossico: mescola a mani nude il mercurio alla terra per creare un amalgama di mercurio-oro, poi brucia la colonnina di mercurio fuori per recuperare l’oro grezzo. Ibrahim ha 12 anni.

Joseph, Emelyne e Jean-Claude sono impiegati come domestici nelle case di famiglie benestanti a Bujumbura, la capitale del Burundi; pagati poco o nulla, e trattati come schiavi, subiscono minacce e, in alcuni casi, abusi. Joseph ha 7 anni, Emelyne 8 e Jean-Claude 9.

Aly lavora nelle piantagioni di cacao di Daloa, in Costa d’Avorio. Il compenso stipulato verbalmente al momento del reclutamento consiste in una bicicletta e 150 dollari l’anno da poter inviare alla sua famiglia in Mali. Quello ricevuto realmente è fatto di vessazioni quotidiane con la catena di una bicicletta o coi rami di un albero di cacao secondo la più bieca legge del contrappasso. Aly ha 12 anni.

Grace lavora nelle piantagioni di tabacco del North Carolina, negli Stati Uniti. Al pari di altri suoi colleghi impiegati nello stesso settore in Kentucky, Tennessee e Virginia (dove si raccoglie il 90% della produzione nazionale), è esposta alla nicotina, ai pesticidi e al caldo estremo per 10, anche 16 ore al giorno. Paradossale che non abbia però i requisiti per acquistare il tabacco raffinato: le sigarette non sono vendute ai minorenni. Grace ha 15 anni.

Claudia lavora per una parrucchiera a Bari, in Italia: mescola tutto il giorno le tinture chimiche, raccoglie i capelli e pulisce il negozio per appena 15 euro a settimana. Claudia ha 14 anni.

Le infanzie di Wilmer, Liu, Shaukat Ali, Ibrahim, Joseph, Emelyne, Jean-Claude, Aly, Grace e Claudia avremmo voluto immaginarle in un contesto diverso, di istruzione, di gioco, di crescita sana e graduale in nome della salvaguardia del loro diritto di vivere a pieno la fanciullezza prima di affacciarsi all’età adulta. Un’utopia per i 168 milioni di minori lavoratori nel mondo, circa il 10% dei bambini tra i 5 e i 17 anni. Un sistema che peraltro genera un circolo vizioso, in quanto i bambini che entrano prematuramente nel mercato del lavoro non potranno ricevere l’istruzione o la formazione necessarie a tirarsi fuori dalla sacca di povertà nella quale si trovano.

Per questo il 12 giugno di ogni anno ricorre la Giornata mondiale contro il lavoro minorile promossa dall’Organizzazione Internazionale per il Lavoro (ILO), che mira nell’edizione 2014 a creare un evento “social” con l’adesione alla campagna #redcard contro il lavoro minorile. Alla soddisfazione di partecipare a un movimento globale “per una giusta causa” si aggiunge la possibilità di fare il download della canzone “‘Til Everyone Can See, scritta e suonata ad hoc dal chitarrista e dalla violinista degli Incubus, Mike Einziger e Ann Marie Simpson, con altri artisti del panorama musicale statunitense, Pharrell Williams, Hans Zimmer, Dominic Lewis, Travis Barker, LIZ, e Minh Dang.

La povertà non lascia però molto spazio all’infanzia, quando il lavoro rappresenta un’esigenza vitale perché in ballo c’è la sopravvivenza del fanciullo o della propria famiglia. Nelle storie accennate poc’anzi sono anche e soprattutto le condizioni in cui si svolge lo stesso impiego a suscitare indignazione. La sicurezza e la salubrità di determinati impieghi, fondamentali per ciascun lavoratore, dovrebbero esserlo ancor di più nel caso dei bambini, al pari di quanto avvenne a fine Ottocento, all’indomani della Rivoluzione industriale, con le prime norme di salvaguardia dei bambini e delle donne che lavoravano. Non è dunque solo il lavoro dei minori in sé ad essere condannato ma lo sfruttamento e la violenza che lo accompagnano. “Una combinazione di misure concernenti condizioni di lavoro dignitose, sistemi di protezione sociale attenti all’infanzia e l’estensione dei servizi di base ai più vulnerabili”, come ha dichiarato la responsabile per la Protezione dell’infanzia all’UNICEF, Susan Bissell, appare la risposta più efficace e coerente al lavoro minorile.

In alcune realtà sono i bambini stessi che rivendicano il loro protagonismo come attori sociali e soggetti economici, e dunque il diritto al lavoro. Le organizzazioni di ragazzini lavoratori esistenti in tutto il mondo sono sorprendenti per il livello di organizzazione e per la consapevolezza che attraverso la loro unione possano migliorare la propria condizione lavorativa, ma anche di salute e istruzione. Racconta il presidente dell’associazione Little Hands “Nel mondo del commercio equo, infatti, non eravamo per nulla consapevoli della realtà dei Nats (Niños Adolescentes Trabajadores, bambini adolescenti lavoratori). Avevamo sempre organizzato campagne contro il lavoro minorile, mentre ora mi trovavo di fronte bambini che ci chiedevano di dire no allo sfruttamento, ma di sostenere il lavoro dignitoso: quello adeguato all’età, equamente retribuito e che salvaguardi tutti i loro diritti, a cominciare da quello alla scolarizzazione”. Se l’esistenza di bambini lavoratori può creare scandalo e ancor più sorpresa quella di organizzazioni di Nats, non lo è affatto pensare che in contesti di estrema povertà ognuno è chiamato a fare la sua parte per quanto piccolo sia: pascolare le greggi, effettuare lavori domestici e prendersi cura della famiglia, realizzare piccoli lavori di artigianato, sono solo esempi di una realtà che superficialmente, o forse ipocritamente, tende a non vedersi. Come spiegavano alcuni Nats “Se i nostri papà realizzano tappeti per le Botteghe del Commercio equo e solidale, voi dovete riconoscere il ruolo di noi bambini che andiamo sulle Ande a pascolare le pecore o il lama da cui si ricava la lana”. Che il lavoro dignitoso svolto da bambini e adolescenti possa costituire un valore, uno strumento di auto-affermazione nella società? Al momento esso rappresenta solo un’opportunità e una speranza di un miglioramento delle condizioni di vita di alcuni bambini, contrapponendosi allo sfruttamento o alle alternative di mendicare o prostituirsi.

Miriam Rossi

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