Tobin tax, è la volta buona?

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Fermiamo il Monopoli della finanza! – Foto: businessinsider.com

Si continua a discutere di Tobin tax. Piano piano. Comunque sia chi, come Unimondo, è stato da sempre favorevole alla tassa sulle transazioni finanziarie, comincia a intravedere una piccola luce in fondo al tunnel. Se ne parla ai vertici europei, l’argomento approda anche all’aula della Camera, il presidente francese Sarkozy, in perfetta solitudine, la vuole introdurre. Il premier inglese Cameron la giudica una sciocchezza. Il Vaticano la suggerisce. Insomma finalmente la Tobin tax è entrata in agenda.

C’è però una grande avvertenza da fare anche per chi da anni sostiene l’introduzione della tassa: essa funziona soltanto se è condivisa a livello regionale se non a livello globale. Scriveva alcuni mesi fa Romano Prodi: “La questione dell’azione delle istituzioni finanziarie internazionali interessa sempre più concretamente la nostra vita quotidiana. Occorrerebbe fare grandi riforme a livello globale, ma sappiamo quanto è difficile. Per esempio io sono stato sempre favorevole alla Tobin tax, quella sulle transazioni finanziarie, però come economista devo dire che devono adottare tutti questa tassa altrimenti diviene un gioco che alimenta ulteriormente gli squilibri. Perché chi non impone questa tassa e possiede gli ingranaggi economici più veloci, finisce per essere avvantaggiato”.

Allora non se ne fa nulla? Addentriamoci nello scenario delle ultime settimane. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha annunciato la sera del 29 gennaio in diretta tv la creazione di una tassa dello 0,1% sulle transazioni finanziarie in Francia a partire dal mese di agosto. Vuole così, ha detto, “dare un colpo forte” e trascinare gli altri paesi europei nella stessa direzione. “Il mondo è in tempesta da tre anni perché la finanza senza regole si è comportata in modo folle - ha detto il capo dell’Eliseo - è normale che ora la finanza partecipi al rimborso dei deficit”.

“Il mondo è in tempesta da tre anni perché la finanza senza regole si è comportata in modo folle ed è normale che ora la finanza partecipi al rimborso dei deficit”, ha sottolineato l’inquilino dell’Eliseo.

Peccato che la promessa di applicare la Tobin tax era già stata fatta più di 10 anni fa dal governo socialista guidato da Jospin. Come ricorda Lettera43 di questa disposizione non se ne fece nulla, in quanto l’effettiva entrata in vigore del provvedimento era stata subordinata al varo di una analoga iniziativa in sede europea. Che ovviamente non arrivò mai. L’annuncio di Sarkozy, nell’aria da qualche settimana, era già stato letto con grande scetticismo dall’opposizione parlamentare e anche dagli osservatori esterni, e ora viene visto come una mossa da campagna elettorale.

Anche la Chiesa cattolica, in un documento della Commissione Iustitia et pax del 24 ottobre 2011, si era detta d’accordo con l’istituzione, a livello globale, della tassa sulle transazioni. Peccato che dallo stesso Vaticano si sono levati mille distinguo. Tuttavia dal mondo cattolico continuano a risuonare voci in favore del provvedimento.

“La Tobin Tax di cui si discute oggi in UE, e cioè una tassa sulle transazioni di azioni e derivati, è del tutto fattibile e sarebbe un segno importante della volontà di disincentivare l’utilizzo speculativo del trading a breve termine delle ingenti risorse finanziarie che circolano sui mercati”. È l’opinione dell’economista Leonardo Becchetti, docente all’Università di Tor Vergata a Roma, intervistato dalla Radio Vaticana, il 9 gennaio scorso.

“Non è affatto vero che una tassa solo continentale sulle transazioni potrebbe portare a un deflusso di attività finanziarie dall’Europa”, spiega Becchetti. “Lo dimostra il fatto che il Regno Unito, che ha un mercato finanziario floridissimo, la applica in modo rilevante su tutti coloro che comprano e vendono titoli di azioni inglesi. È una tassa che esiste già ed è applicata da 23 paesi, compreso il Regno Unito, senza provocare nessuna fuga di capitali. Ciò prova che applicarla a livello europeo non provocherebbe nessuna fuga”.

“Gli Stati Uniti e le potenze asiatiche non vogliono sentir parlare di Tobin Tax - spiega l’economista - perché in questo momento non sono sotto attacco speculativo e non subiscono la pressione dell’opinione pubblica che sa come la grave crisi economica sia originata proprio dai mercati finanziari. In Italia e in Europa il consenso verso questa tassa nasce proprio da questo principio di restituzione. Se la scintilla della crisi che ha portato gravi danni e costi per tutti noi, dalle pensioni al lavoro, nasce nei mercati finanziari, non si vede perché questo settore debba essere esentato dal pagarne i costi”.

“Come ha ricordato il Papa parlando al Corpo diplomatico - spiega il prof. Becchetti - la crisi economica che stiamo vivendo deve essere un’opportunità per capire che il mondo finanziario attuale non è il migliore dei mondi possibili”. “Se pensiamo al modo con cui vengono sprecate enormi risorse di liquidità, parcheggiate presso la Banca centrale europea o utilizzate per giochi speculativi di breve periodo, ci rendiamo conto di come questi soldi potrebbero essere meglio utilizzati per migliorare le condizioni della gente”. “Basterebbe applicare tasse sulle transazioni, regolamentazioni dei mercati OTC, separazioni dell’attività di banca di credito e attività trading speculativo per quanto riguarda le grandi banche”. “In sostanza va penalizzato l’uso del denaro a livello internazionale per motivi speculativi e non per motivi di costruzione del bene pubblico, finanziamenti delle imprese e di beni e servizi pubblici erogati dallo Stato”.

Le associazioni che si battono per la Tobin tax, come per esempio Attac, fanno ragionamenti analoghi, benché con accenti diversi. Scrive Andrea Baranes della campagna zerozerocinque: “Il dibattito europeo intorno alla tassa sulle transazioni finanziarie (TTF) è emblematico degli attuali rapporti di forza tra la sfera finanziaria e quella politica. Da una parte innumerevoli studi e ricerche che ne chiariscono la fattibilità anche nella sola Unione Europea o nella zona euro, appelli di centinaia di economisti, posizione favorevole della maggioranza dei cittadini, e, a parole, delle istituzioni. Dall’altra la potentissima lobby finanziaria che si oppone a ogni nuova normativa”.

Baranes spiega poi la natura e il funzionamento della tassa. “La TTF è un’imposta molto ridotta, tipicamente dello 0,05% su ogni compravendita di strumenti finanziari. Il tasso minimo non scoraggerebbe gli investimenti sui mercati, mentre chi specula comprando e vendendo titoli nell’arco di pochi secondi o addirittura di millesimi di secondo dovrebbe pagare la tassa per ogni transazione. La TTF rappresenta quindi uno strumento di straordinaria efficacia per frenare la speculazione senza impattare l’economia reale. La dimensione della finanza è tale per cui anche un’imposta dello 0,05% permetterebbe di generare un gettito di 200 miliardi di euro nella sola Europa e di 650 miliardi di dollari su scala internazionale.

Le ricadute positive non si fermano al contrasto alla speculazione e al gettito. La TTF è uno strumento di redistribuzione delle ricchezze e obbliga la finanza a pagare almeno una parte del costo della crisi. Viene diminuito il volume complessivo delle attività finanziarie, liberando risorse che si possono investire nell’economia reale. La TTF rappresenta inoltre uno dei sistemi più efficaci per implementare dei controlli sui flussi di capitale in entrata e in uscita dai Paesi, un’altra misura fondamentale per riscrivere le regole che sovrintendono la finanza globale.

La TTF non è sicuramente la panacea dei mali della finanza, ma permetterebbe di contribuire a una “definanziarizzazione” dell’economia, anche nella misura in cui sposterebbe il peso del fisco dal lavoro alla finanza. … Al di là di questi vantaggi, la TTF rappresenterebbe un segnale della volontà di restituire alla sfera politica degli strumenti di controllo su quella finanziaria. Il primo passo di un percorso che deve prevedere la separazione di banche commerciali da quelle di investimento, la chiusura del sistema bancario ombra, la regolamentazione dei derivati, la fine dei paradisi fiscali, la diminuzione della leva finanziaria e via discorrendo”.

In fin dei conti è in gioco il ruolo stesso della politica. “Dopo i disastri combinati negli ultimi anni la finanza-casinò rialza la testa. Oggi prova a bloccare anche una proposta in sé limitata e di buon senso come la TTF o in alternativa a farne approvare una versione talmente diluita da essere inefficace. Una situazione inaccettabile per le reti e organizzazioni che da anni si battono per una sua introduzione su tutti gli strumenti finanziari, derivati in testa, con lo scopo principale di frenare la speculazione.

Per questo è oggi necessario un potere di “contro-lobby” da parte dei cittadini. Fare sentire con forza la nostra voce nel momento in cui con piani di austerità e tagli alle spese pubbliche si cerca una volta di più di fare ricadere il costo di una crisi provocata da una finanza fuori controllo sulle classi più deboli e che non né hanno alcuna responsabilità”.

Si attende dunque una coraggiosa azione politica. Merce rara di questi tempi. La società civile deve avere allora la consapevolezza che il suo ruolo “vicario” di una classe dirigente poco lungimirante durerà ancora a lungo. [PGC]

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