Quali diritti umani per i popoli indigeni?

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In occasione della Giornata mondiale per i diritti umani, che si è celebrata il 10 dicembre scorso, alcune associazioni per la difesa dei popoli indigeni hanno voluto ricordare come la reale difesa dei diritti umani sia ancora un miraggio almeno alla luce della crescente crisi umanitaria che colpisce molti indigeni in tutto il mondo. Qualche esempio? Per il Direttore generale di Survival International Stephen Corry quella che interessa molti popoli “È una delle crisi umanitarie più urgenti e raccapriccianti del nostro tempo” come dimostrano i cinque casi di leader assassinati nel 2014 mentre lottavano per la loro terra e i loro diritti.

Marinalva Manoel, portavoce dei Guarani del Brasile, è stata brutalmente pugnalata a morte e abbandonata sul bordo di una superstrada lo scorso mese di novembre. Lottava perché i Guarani potessero tornare nella loro terra ancestrale, in gran parte occupata da allevatori. Lo stesso destino è toccato a quattro leader Ashaninka del Perù uccisi in settembre. Gli Indiani erano noti per il loro lavoro contro il disboscamento illegale nella foresta amazzonica e, per questo, erano diventati un facile bersaglio. In giugno, un gruppo di Indiani incontattati è entrato in contatto con una comunità indigena nell’Amazzonia brasiliana, al confine con il Perù. Grazie a una squadra d’interpreti si è appreso che il gruppo era in fuga dai violenti attacchi sferrati da uomini armati (forse al soldo di qualche compagnia interessata alle risorse del luogo), che hanno massacrato i loro parenti più anziani e dato fuoco alle loro case. 

Se dall’America ci spostiamo in Asia ed in Oceania la storia non cambia. “Nelle Chittangong Hill Tracts in Bangladesh, l’attivista jumma Timir Baran Chakma (noto anche come Duran Babu Chakma) è stato ucciso in agosto, dopo aver subito torture mentre si trovava sotto la custodia dell’esercito”. Per Survival non si tratta di un caso. Gli Jumma subiscono da anni la violenta repressione dei militari bengalesi e recentemente si è registrato un drammatico aumento degli abusi sessuali contro le donne jumma, che spesso muoiono a seguito delle violenze. La violenza sistematica sugli indigeni è una triste abitudine anche in Papua Occidentale dove Martinus Yohame, leader indigeno pro-indipendenza è stato ritrovato in mare, in una sacca, legato e crivellato di colpi di proiettile in agosto. “Il suo assassinio - ha spiegato Survival - è stato collegato a Kopassus, una forza militare indonesiana speciale con cui nel 2010 gli Stati Uniti hanno rinnovato dei rapporti militari, dopo 12 anni di sospensione a causa delle gravi violazioni dei diritti umani nel paese. Si calcola che da quando il Papua Occidentale è stato brutalmente occupato dall’Indonesia nel 1963, siano già stati uccisi circa 100.000 Papuasi”.

Quelli ricordati da Survival sono solo alcuni dei terribili casi di indigeni assassinati mentre lottavano per le loro terre. Normalmente ha ricordato l’ong “Gli assassini dei popoli tribali sfuggono quasi sempre alla giustizia” e per questo Survival chiede alla comunità internazionale la fine di questa impunità, un’applicazione più efficace della legge e la protezione di quei popoli indigeni che vengono presi di mira e minacciati per voler rivendicare i loro diritti e la loro terra. “A chi pensa che l’assalto del mondo industrializzato sui popoli indigeni sia terminato, questi tragici casi ci ricordano tristemente che gli omicidi, i massacri, e persino i genocidi, continuano” ha concluso Corry. “Le società industrializzate li sottopongono ancora a violenza genocida, a schiavitù e razzismo per poterli derubare di terre, risorse e forza lavoro nel nome del progresso e della civilizzazione”.

Ma a fare le spese delle decisioni e delle imposizioni di una parte di mondo, industrializzato e guerrafondaio, sono interi popoli, come ha ricordato il 9 dicembre l’Associazione per i popoli minacciati  (Apm) ponendo l’attenzione sulla situazione che da quest’anno coinvolge i Tatari di Crimea.  Si tratta di circa 300.000 persone che costituiscono circa il 15% della popolazione della Crimea. Il loro passato è segnato dal ricordo del 18 maggio 1944 quando Stalin li fece deportare in Asia Centrale. Le loro case furono distrutte e circa il 44% dei Tatari morirono durante la deportazione. I Tatari di Crimea poterono tornare alla loro terra d’origine solamente una trentina di anni fa, alla fine degli anni ‘80. Ora con il nuovo assetto politico e l’annessione della Crimea alla Russia (avvallata da un referendum popolare e dal voto del parlamento Ucraino) i Tatari non potranno più riunirsi nella capitale Sinferopoli in occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani. Le autorità pro-russe della repubblica di Crimea, infatti, hanno loro proibito qualunque assemblea così come avevano già fatto lo scorso 18 maggio in occasione dell’anniversario della deportazione del 1944. Per l’Apm “Il divieto di riunirsi è una chiara violazione della libertà di riunione, ma è in realtà solo la punta di un iceberg che vede i Tatari di Crimea vittime di crescenti violazioni dei loro diritti”.

Infatti, nonostante lo scorso 18 marzo, giorno dell’annessione della Crimea alla Federazione russa, il presidente russo Vladimir Putin avesse assicurato ai Tatari di Crimea il rispetto dei loro diritti di minoranza e il nuovo governo pro-russo del governatore Sergej Valerevic Aksenov garantito con una legge “i diritti del popolo dei Tatari di Crimea e la sua integrazione della società della Crimea”, i Tartari sono sempre più spesso vittime di sparizioni, uccisioni, fermi ingiustificati e giustizia arbitraria. “Si moltiplicano le perquisizioni di moschee, scuole e abitazioni private e le razzie durante le quali vengono controllate in modo mirato tutte le persone di aspetto non-slavoha raccontato l’Apm.  Infine le limitazioni dell’insegnamento in lingua ucraina e tatara nelle scuole e le migliaia di nazionalizzazioni (espropri senza alcun indennizzo) di esercizi commerciali e proprietà hanno contribuito a creare un clima di paura crescente tra la popolazione non-russa della penisola.

Un 10 dicembre amaro, quindi, quello dei popoli minacciati, che ci mette davanti ad una sfida essenziale perché, come ci ha ricordato il nostro direttore in occasione della Giornata mondiale per i diritti umani  “il possesso di diritti umani non deriva da determinate circostanze – che cambiano in continuazione – ma sono innati e auto evidenti a se stessi, sono un “dato” già presente nella coscienza e che, al limite, va scoperto e concretizzato nella storia”. I diritti umani vanno quindi dichiarati e difesi anche quando riguardano i popoli minacciati attraverso un contesto giuridico vincolante, se non vogliamo farli diventare solo un annuale esercizio retorico. 

Alessandro Graziadei

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