Lavoro

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“La crisi internazionale del lavoro è uno dei maggiori fattori che minaccia la sicurezza”.(Juan Somavia, Direttore Generale dell'ILO)

 

Introduzione

La divisione internazionale del lavoro è dovuta alla specializzazione produttiva dei vari paesi. Ogni paese si specializza nelle produzioni in cui le proprie capacità produttive (anche quelle dei lavoratori) sono più alte. Detti paesi non producono ciò che gli è necessario ma ciò che viene loro richiesto dal mercato e si procurano il necessario scambiando le eccedenze di beni e servizi con quelle degli altri paesi. La divisione internazionale del lavoro sta producendo un nuovo dumping sociale a livello planetario.

 

Tappe fondamentali nella divisione internazionale del lavoro

La divisione internazionale del lavoro si può definire come la ripartizione della produzione mondiale di beni e servizi tra i diversi paesi o aree economiche, specializzate in determinati tipi di attività. La specializzazione riferita alla produzione di beni e servizi destinati allo scambio internazionale, di cui David Ricardo teorizza la convenienza, deriva dal fatto che i vari paesi differiscono tra di loro per la dotazione di risorse possedute. Le risorse naturali non sono le stesse da paese a paese: alcuni paesi non possono produrre determinati beni, ad esempio per mancanza di materie prime o per l'incompatibilità di determinate colture con le caratteristiche del suolo ecc..

Ogni paese ha un determinato patrimonio di mezzi di produzione, può possedere un rilevante patrimonio industriale o un patrimonio agricolo o zootecnico, capacità imprenditoriali, qualificazione dei lavoratori, rispetto più o meno alto dei diritti sindacali, controlli più o meno rigidi contro l’inquinamento industriale. Quando i rapporti tra la produttività dei singoli paesi sono divergenti, diventa conveniente ricorrere al commercio internazionale, così come indica la teoria dei vantaggi comparati secondo la quale gli scambi tra paesi favoriscono la specializzazione produttiva, permettono una maggior produzione a livello mondiale, consentono un miglioramento del tenore di vita delle popolazioni. Per ottenere tali vantaggi, non è necessario che un paese goda di un vantaggio assoluto rispetto ad un altro paese, nella produzione di un determinato bene, ma è sufficiente che il vantaggio sia comparato, cioè che il paese sia relativamente più efficiente.

Quando poi, tra il XVI e il XVIII secolo è avvenuto l'ingresso nel mercato di due dei tre fondamentali fattori produttivi (capitale- terra – lavoro), quali la terra e il lavoro, si sono verificati fenomeni sociali sconvolgenti per la portata dei cambiamenti avvenuti. Il lavoro comincia a diventare merce durante la rivoluzione industriale in Inghilterra e continua ad esserlo ovunque si applichi il modello tecnico amministrativo dell'impresa capitalistica. Per tutto il corso del novecento, con una forte accelerazione nella seconda metà del secolo, lo spazio materiale e immateriale del mercato si allarga fino a diventare globale.

La struttura tradizionale del commercio mondiale si basava fino ai primi anni '80 sugli scambi di materie prime con prodotti agricoli e prodotti industriali, in una divisione internazionale del lavoro, che stabiliva un modello di specializzazione tra paesi dei Sud del mondo e paesi ricchi, come se fossero divisi tra produttori di beni primari e produttori industriali ed agricoli sovvenzionati. I progressi nei mezzi di comunicazione e la riduzione dei costi di trasporto hanno favorito l’integrazione dei mercati anche se il commercio mondiale, per alcune produzioni, è ancora ostacolato da politiche protezionistiche dei paesi ricchi.

Per esempio, il settore agricolo risulta particolarmente protetto nei paesi sviluppati e beneficia di un massiccio sostegno pubblico, con sussidi alla produzione ed all’esportazione. Secondo i dati dell'Organizzazione Cooperazione e Sviluppo Economico (in .pdf) circa un terzo delle entrate lorde delle imprese agricole nel 2003 risulta da trasferimenti legati alle politiche agricole. Queste politiche, quando applicate dai paesi più ricchi, danneggiano lo sviluppo dei paesi poveri e ne ostacolano le loro esportazioni. Secondo le politiche che vedono nell'export uno dei fattori più importanti della crescita economica, i paesi dei Sud del mondo non dovrebbero produrre per se stessi - con tutte le implicazioni che ciò comporta - ma continuare a dipendere dal mercato estero anche per i beni essenziali.

Anche la diffusione di blocchi regionali, in forma di aree di libero scambio o unioni doganali fra paesi con diversa forza economica, crea rapporti squilibrati e scambi commerciali poco efficienti. I dati del World Economic Prospect delle Nazioni Unite (in .pdf) dicono che alcuni paesi sono diventati sempre più marginali nell’economia mondiale, come l'Africa sub sahariana, mentre altri paesi dei Sud del mondo hanno assunto una nuova e rilevante dimensione economica internazionale.

 

La divisione internazionale del lavoro nell’era dell’interdipendenza

Da una ventina d’anni, le imprese multinazionali o transnazionali europee hanno iniziato a trasferirsi in Europa orientale, in Africa settentrionale e successivamente in Cina, India e nel sud est asiatico, mentre le imprese americane realizzavano gli stessi movimenti verso l'America centrale e soprattutto in Messico, infine quelle giapponesi si installavano nel Sud Est Asiatico.

La delocalizzazione delle holding nei diversi territori avviene per convenienza. Appena un Paese rivendica maggior tutela dei lavoratori (più previdenza, più salario, meno orario) le holding trasferiscono le proprie industrie laddove vi sono minori costi e maggiori utili per i loro azionisti.

La finanza speculativa è pronta ad investire in queste riallocazioni geografiche. Per contrastare le politiche neoliberiste e “disarmare i mercati” nel 1998 nasce ATTAC (Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l'Aiuto ai Cittadini) e si fa promotrice con la società civile della applicazione seppur modificata, della cosiddetta Tobin Tax proposta dal Nobel per l'economia Jeames Tobin da cui prende il nome, per tassare le transazioni finanziarie creando un fondo da utilizzare per lo sviluppo dei paesi dei sud del mondo.

La divisione internazionale del lavoro ha creato tre grandi aree nel mondo: L’Africa e Medio Oriente appaiono sempre più come fonti per l’estrazione delle risorse (si pensi al coltan, ai diamanti o al petrolio), l’Asia per l’elaborazione delle stesse (si pensi alla fabbrica cinese) e l’Occidente per lo smercio. Questo è lo scenario sotto i nostri occhi ma l’attuale crisi planetaria sta ridisegnando la geografia economica del pianeta. Cina, India e Brasile non vogliono più essere considerate come le “fabbriche del mondo” ma cercano di avere propri centri di ricerca per affinare la qualità dei loro prodotti.

Lo scenario internazionale vede, nel passaggio di millennio, questi nuovi attori emergenti insediarsi nei mercati dei sud e dei nord del mondo scalzando i concorrenti occidentali. Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione ha infatti favorito l’abbattimento dei costi e la diffusione di nuove attività imprenditoriali da parte di economie emergenti. Secondo proiezioni ottimistiche della Banca Mondiale è probabile che la globalizzazione entri in una nuova fase di accelerazione. La crescita degli scambi in servizi potrebbe triplicare il volume globale degli scambi. Il peso delle esportazioni provenienti dai Sud del mondo crescerà sensibilmente. In questi paesi si localizzerà circa il 97% della crescita della popolazione mondiale che, partendo dai 6,5 miliardi di oggi dovrebbe arrivare a 8 miliardi nel 2030 (proiezioni ottenute con il Linkage model della Banca Mondiale).

Prima dell’attuale crisi economica il mercato globale sembrò avere un effetto positivo sulla crescita economica mondiale, anche se nei paesi OCSE dagli anni '80 in poi vi è stato un aumento della disoccupazione, modesti tassi di crescita del PIL, stasi della produttività e riduzione dei salari reali. Secondo i dati aggregati OCSE e UE invece vi sono forti dubbi che il mercato globale favorisca una più equa distribuzione dei redditi. Inoltre, la finanziarizzazione di tutti i mercati e l'elevata mobilità dei capitali (esclusa nel modello ricardiano a cui tutt'ora si fa riferimento) hanno determinato la trasmissione di ripetute crisi finanziarie da un paese all’altro, sfociate nell’attuale profonda crisi globale, prima finanziaria della portata di 600 miliardi di dollari (pari a 14 volte il Pil globale del mondo) e successivamente economica.

 

La delocalizzazione del lavoro e il Lavoro Dignitoso

Attualmente l'insieme dei fenomeni analizzati supera la semplice logica continentale, per cui imprese di piccole e di medie dimensioni hanno sviluppato capacità organizzative e manageriali tali da consentirne l’internazionalizzazione, ossia la presenza diretta all’estero di parti significative della propria attività. La delocalizzazione produttiva - di singole fasi di lavorazione o della totalità delle attività produttive - è avvenuta verso paesi caratterizzati da bassi standard sociali, bassi livelli retributivi, sistemi di welfare inesistenti, modelli di sicurezza inadeguati, sistemi legislativi carenti e, generalmente, comunque meno avanzati rispetto a quelli occidentali. “Non ogni lavoro è un buon lavoro: solo un Lavoro Dignitoso permette alle persone di soddisfare il proprio diritto ad avere una vita dignitosa”.

Il concetto di Lavoro Dignitoso è un concetto elaborato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ed ha il sostegno di sindacati, delle Ong e di altre organizzazioni della società civile. Esso prende in considerazione la quantità del lavoro offerto (cioè numero di posti di lavoro creati) e la sua qualità (cioè le effettive condizioni di lavoro). Gli obiettivi principali del Lavoro Dignitoso sono la creazione di occupazione, il rispetto dei diritti dei lavoratori, la protezione e il dialogo sociale. Attualmente il Lavoro Dignitoso viene indicato come la via d’uscita dalla povertà per milioni di persone. Nonostante la crescita economica globale la maggior parte della popolazione del mondo non sta vedendo miglioramenti nella propria vita. Molti sono i disoccupati, i sotto-occupati, i sotto-pagati.

Secondo i dati ISCOS -CISL, metà dei lavoratori del mondo guadagnano meno di 2 dollari al giorno, 12,3 milioni di donne e uomini lavorano in condizioni di schiavitù, 200 milioni di bambini sotto i 15 anni lavorano e non vanno a scuola, 2,2 milioni di persone muoiono ogni anno per incidenti sul lavoro o malattie professionali. Nei Sud del mondo ed anche nei paesi ricchi, ormai si lavora di più e con minori retribuzioni, e sempre più persone - in maggioranza donne - sono costrette a guadagnarsi da vivere nella cosiddetta economia informale, senza protezione sociale o diritti e con lavori precari. E intanto le aziende usano la minaccia della delocalizzazione per tenere giù i salari e combattere i diritti dei lavoratori, come il diritto di sciopero o di contrattazione collettiva.

 

La global governance

A fronte degli effetti perversi del “mercato globale” avanza l’ipotesi di una global governance ossia di un insieme di regole stabilite attraverso accordi bilaterali e multilaterali a tutti i livelli: locale, nazionale e internazionale. Negli anni '90 c'è stata la costituzione di una apposita commissione dell'ONU, voluta dal suo ex Segretario Generale Boutros-Ghali, denominata Commission on Global Governance che nel 1995 pubblicò il suo primo rapporto intitolato "Our Global Neighborhood" (Il nostro vicinato globale). Un'altra risposta agli effetti negativi della globalizzazione venne nel 1998 dalla Conferenza Internazionale del Lavoro degli Stati membri dell'ILO, con l’adozione di una Dichiarazione sui principi e sui diritti fondamentali del lavoro (in .pdf). La Dichiarazione impegna gli Stati membri dell’ILO a rispettare e promuovere i diritti riferibili a quattro problematiche: libertà d’associazione e diritto di contrattazione collettiva, eliminazione del lavoro forzato, abolizione del lavoro minorile, eliminazione delle discriminazioni sul lavoro.

Gli standard sociali sono alla base degli accordi quadro internazionali e delle raccomandazione dell’OCSE per le imprese multinazionali. Alla fine degli anni '90 si sviluppò un variegato movimento di contestazione alla globalizzazione come risposta alla caduta delle barriere economiche tra gli stati. Venne criticata la delocalizzazione dei comparti produttivi delle imprese, lo sfruttamento della manodopera dei sud del mondo, il rafforzamento dei monopoli e del potere delle multinazionali, la progressiva perdita di controllo politico da parte dei cittadini sul mondo economico finanziario.

Questo malcontento si manifestò con tutta la sua forza sulla scena mondiale per la prima volta a Seattle nel novembre 1999 in occasione del vertice del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) ove si propose di abolire o ridurre le barriere tariffarie al commercio internazionale per i beni e i servizi, e la protezione dei diritti della proprietà intellettuale. A partire da Seattle la società civile si è sempre più organizzata; non solo proteste ma anche proposte durante eventi partecipati come il Forum Sociale Mondiale il cui primo incontro si è tenuto a Porto Alegre nel 2001 in contrapposizione al Forum Economico Mondiale di Davos. Il primo Forum ha un’organizzazione orizzontale mentre il secondo un’organizzazione verticale che gli permette una comunicazione senza precedenti.

 

Il consumo critico e il lavoro

Contemporaneamente al risveglio della cosiddetta società civile nasce una maggiore sensibilità per il consumo critico. Nascono campagne mondiali di boicottaggio dei prodotti delle multinazionali che violano i diritti dei lavoratori (ma anche degli animali o che non rispettano l'ambiente), e si diffonde sempre di più il commercio equo e solidale. Da segnalare è l'attività della Clean Clothes Campaign, la più grande alleanza di sindacati e delle Ong, che si occupa del miglioramento delle condizioni di lavoro nelle industrie di abbigliamento e articoli sportivi, e opera con una rete di partner di oltre 250 organizzazioni in tutto il mondo. In Italia la Campagna internazionale di Clean Clothes chiamata Abiti Puliti è rappresentata da quattro organizzazioni: Centro nuovo modello di sviluppo, Coordinamento Lombardo Nord/Sud del mondo, FAIR e Mani Tese.

Il rapporto annuale Social Watch – giunto alla sua decima edizione – attua un monitoraggio sugli impegni assunti a livello internazionale per la lotta alla povertà e l'equità di genere. Esso rappresenta una delle analisi sullo sviluppo sociale più riconosciute al mondo ed è spesso considerato il “rapporto ombra” della società civile rispetto a quello dell'UNDP (il Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite).

Nel febbraio del 2002, su iniziativa del Direttore Generale dell’ILO, Juan Somavia, nacque la Commissione mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione. Venne istituita dal Consiglio di Amministrazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro per affrontare in modo adeguato ed esauriente la questione sociale e i vari aspetti della globalizzazione. Nel 2004 venne pubblicato un dettagliato rapporto dal titolo "A fair globalization. Creating opportunities for all" in cui si legge :“Quello che cerchiamo è un processo di globalizzazione a forte dimensione sociale fondato sui valori universalmente condivisi, sul rispetto dei diritti umani e della dignità dell’individuo; una globalizzazione giusta, inclusiva, governata democraticamente e che offra opportunità e benefici tangibili per tutti i paesi e per tutti i popoli”.

 

Conclusioni

L'attuale profonda crisi economico finanziaria che il mondo sta attraversando, suggerisce un ripensamento del modello di sviluppo applicato finora e mette in discussione la cosiddetta globalizzazione. Il Rapporto di Gennaio 2009 dell'ILO (in .pdf) sulle tendenze dell'occupazione globale non lascia ben sperare per il prossimo futuro, prevede fino a 50 milioni di disoccupati in più nel mondo nel corso del 2009, anche a causa della flessibilità, sempre più sinonimo di precarietà, del lavoro stesso. Appare difficile pensare a una ripresa in tempi brevi.

Secondo il premio Nobel per l'economia Joseph E. Stiglitz: “Il problema non è la globalizzazione ma com’è stata gestita. Parte della questione è ascrivibile alle istituzioni economiche internazionali: FMI, Banca Mondiale e WTO - che contribuiscono a stabilire le regole del gioco e i cui metodi, molto spesso, hanno servito gli interessi dei paesi industrializzati più avanzati, e interessi particolari al loro interno, anziché quelli dei paesi del Terzo mondo (…) L'occidente deve fare la propria parte per riformare le istituzioni internazionali che governano la globalizzazione”.

 

Bibliografia

Valerio Castronovo, Le rivoluzioni del capitalismo, Editori Laterza, 1998

Michel Chossudovsky, La globalizzazione della povertà, Edizioni gruppo Abele,1999

Luciano Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze, Editori Laterza, 2007

Joseph E.Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi 2006

Antonio Parenti, Il WTO, Il Mulino, 2007

 

(Scheda realizzata con il contributo di Gabriella Corona)

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