Finanza

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"La crisi non è nata solamente dall'avidità delle banche o della finanza, ma anche da quella dei risparmiatori" (Luigino Bruni)

 

Introduzione

La finanza è la disciplina che studia processi con cui si gestiscono i flussi monetari. Gli attori sono diversi; individui, imprese, enti, organizzazioni e stati operano decisioni riguardo l’allocazione e i movimenti di denaro, attività bancarie, investimenti, e in generale gestione dei capitali. In particolare si fa riferimento a tutte quelle azioni che si distinguono dalle attività produttive e che non implicano un trasferimento di beni e servizi. L’accezione di finanza è molto ampia e non nettamente delimitabile. Qui si farà riferimento in particolare al fenomeno della globalizzazione finanziaria ovvero alla libertà di movimento dei capitali che nell’ultimo secolo, e in particolare negli ultimi decenni, ha subito una importante accelerazione.

 

Cenni storici

I primi strumenti finanziari di gestione dei capitali risalgono al medioevo, alle lettere di cambio emesse dai banchieri genovesi nel XII secolo che permettevano di trasferire fondi tra varie città d’Europa evitando di trasportare fisicamente il denaro.

Ma la vera prima accelerazione degli scambi grazie allo sviluppo della finanza si ha alla fine del XIX secolo con l’avvento del gold standard, la parità dei tassi di cambio tra un gran numero di stati che garantiva tassi di cambio stabili sulla base delle riserve auree dei singoli paesi. Un sistema reso ancor più stabile dall’egemonia internazionale dell’Impero Britannico.

Dopo la prima guerra mondiale il mantenimento delle parità auree venne reso difficile dallo sconvolgimento dei sistemi produttivi di molti paesi, e in seguito dalla crisi del ’29 e dalla depressione che ne seguì. La sfiducia nei mercati portò ad una gara di svalutazione dei cambi e a restrizioni da parte dei governi dei commerci e degli scambi di valuta. Assieme al frantumarsi del sistema economico e commerciale internazionale scoppiò la seconda guerra mondiale.

Solo con la conferenza delle Nazioni Unite, riunita a Bretton Woods nel 1944, si ristabilisce un sistema monetario internazionale che ristabilisca i rapporti tra mercati e autorità monetarie. A Bretton Woods si riscrivono le regole e si creano istituzioni (Fondo Monetario Internazionale – FMI, e Banca Mondiale - BM) perché si ricrei un sistema basato sulla cooperazione internazionale. Ci si propone di garantire dei tassi di cambio stabili in termini di oro e di dollari e di assicurare il libero scambio internazionale di merci e servizi. Per realizzare questi obbiettivi un paese può introdurre restrizioni sui movimenti di capitale o ricorrere a prestiti del FMI. Con il sistema di Bretton Woods il mercato è quindi condizionato dalle decisioni prese dalle autorità monetarie, a livello del singolo paese e nel contesto internazionale, e l’insieme delle regole e degli strumenti per tenerlo sotto controllo appare esauriente ed efficace.

La liberalizzazione degli scambi commerciali mette però in moto potenti stimoli all’investimento estero e all’internazionalizzazione delle imprese e dei sistemi economici e finanziari. Le restrizioni dei movimenti di capitali consentite e auspicate a Bretton Woods per garantire la stabilità dei cambi appaiono come un ostacolo al finanziamento del commercio e alla crescita dell’economia. Iniziano così forti pressioni per la liberalizzazione dell’attività bancaria e finanziaria e allo stesso tempo i primi spostamenti verso basi operative estere non regolamentate per aggirare le restrizioni nazionali.

Nell’agosto del 1971 il presidente statunitense Nixon decide di sospendere la convertibilità in oro del dollaro smantellando il primo pilastro di Bretton Woods, il sistema di cambi fissi. Il secondo pilastro, i controlli sui movimenti di capitale, subirà una graduale erosione durante tutti gli anni ’70, accelerando a seguito delle crisi petrolifere che mettono in circolazione grandi quantità di “petrodollari” da dover in qualche maniera “riciclare”. Di fatto molti di questi dollari sono stati prestati ai paesi in via di sviluppo a tassi in quel momento molto bassi ma che sarebbero cresciuti negli anni a seguire causando la cosiddetta crisi del debito, di cui decine di paesi sono ancora vittime.

La piena legittimazione della liberalizzazione finanziaria si avrà con l’avvento al potere di Margaret Thatcher e Ronald Reagan all’inizio degli anni ottanta.

Alle motivazioni di carattere economico e politico si devono necessariamente aggiungere quelle di carattere tecnico: lo sviluppo delle tecnologie di elaborazione dei dati e di trasmissione delle informazioni portano al decollo del processo di innovazione e globalizzazione finanziaria. Principali elementi di tale processo sono:

· la cartolarizzazione, ovvero la possibilità di trasformare ogni tipo di operazione finanziaria in uno strumento negoziabile sul mercato

· i derivati, strumenti che permetto una gestione separata dei rischi relativi alle fluttuazioni dei cambi, dei tassi d’interesse e del credito

· lo sviluppo di operatori non bancari nelle operazioni di intermediazione

· il consolidamento internazionale degli intermediari bancari e finanziari che a seguito di acquisizioni e fusioni ha drasticamente ridotto il numero di attori presenti sul mercato accrescendone al contempo le dimensioni e le capacità operative.

 

Mercato primario e mercato secondario.

Distinzione importante per comprendere il meccanismi della finanza è quella tra mercato primario e mercato secondario.

Il primo è quello di contatto tra l’economia reale e l’economia finanziaria. Quando un’impresa emette delle azioni per finanziare i propri investimenti vende una quota del proprio capitale; chi la compra diventa proprietario di una parte dell’impresa ed ha diritto ad una quota degli eventuali profitti che l’impresa distribuisce a fine anno tra gli azionisti (i cosiddetti dividendi). In questo modo la finanza funge da canalizzatore dei risparmi per lo sviluppo di attività produttive. Lo stesso ruolo che hanno le banche, che da un lato raccolgono i risparmi nei conti correnti e dall’altro prestano denaro alle imprese.

Una volta che si hanno in mano dei titoli (azioni, titoli di stato, obbligazioni o qualunque operazione finanziaria cartolarizzata) è possibile rivenderla a terzi sul mercato secondario. Attualmente sul mercato secondario avviene la grandissima maggioranza delle transazioni e la Borsa è il mercato secondario per eccellenza. Qui molta dell’attenzione dell’operatore finanziario è diretta non più alla scelta di un’impresa di cui diventare parzialmente proprietario, bensì nel cercare di ottenere profitti di breve o brevissimo periodo attraverso combinazioni di acquisto e vendita di titoli.

 

I prodotti derivati

Sono il cuore del sistema finanziario globalizzato. Si tratta di titoli o contratti il cui valore è basato su quello di un qualsiasi altro titolo o bene detto sottostante. Ad esempio i future sono titoli con i quali il compratore e il venditore del derivato si impegnano a scambiarsi una data quantità di un prodotto a un prezzo e a una data futura prefissati. Per chiarire, comprando un future a sei mesi sul cotone (il sottostante), mi impegno con la controparte ad acquistare, tra sei mesi, questo cotone a un prezzo deciso al momento della sottoscrizione del contratto, mettiamo 100. Se alla scadenza dei sei mesi il prezzo del cotone sui mercati è 110, il future mi permette di comprarlo comunque a 100, realizzando un profitto. Se il cotone è invece quotato sotto i 100, sarò costretto ad acquistare a un costo superiore al prezzo di mercato, subendo una perdita.

I derivati sono nati come strumenti di copertura dei rischi commerciali, ma sono anche soggetti a una forte spinta speculativa. Permettono infatti di scommettere sull’andamento futuro di un dato prodotto o titolo finanziario, sperando poi che il mercato vada come previsto. I derivati danno inoltre la possibilità di controllare grandi quantità di strumenti finanziari con somme ridotte, sfruttando l’effetto leva o leverage. Si possono comprare combinazioni di future di valore 1 che impegnano a comprare e vendere tra sei mesi delle azioni per un valore di 100. In questo modo aumentano i possibili profitti e in pari misura i rischi. Si riescono cioè a muovere sui mercati somme di denaro molto elevate senza bisogno di averle in tasca. Va notato che i future sono il derivato più semplice, ne esistono decine di tipi che definiscono contratti molto complessi. La maggior parte delle operazioni sui derivati avvengono inoltre su piattaforme elettroniche al di fuori della borsa (il cosiddetto mercato Over the counter) e dei suoi controllori. Queste operazioni sono caratterizzate da una scarsissima regolamentazione e dalla mancanza di trasparenza.

 

La speculazione

Speculare, “stare alla specola”, etimologicamente significa andare su un luogo elevato per godere di un orizzonte più ampio, dal latino specula, vedetta. In questa accezione ogni operatore del mercato che raccoglie informazioni per decidere come investire è uno speculatore. Nell’accezione corrente si parla di speculazione finanziaria quando si compra e vende titoli e prodotti finanziari con l’obbiettivo di guadagnare sulle oscillazioni dei prezzi.

Ad esempio il mercato dei contratti outright forward, che permettono di comprare una valuta per rivenderla in futuro- uno strumento per ridurre il rischio derivante dalle oscillazioni dei tassi di cambio - nel 42% dei casi prevede le due transazioni in meno di 7 giorni. Nel caso dei derivati swap (pdf), che hanno praticamente la stessa funzione, oltre il 77% delle transazioni avviene nell’arco di una settimana.

Questi esempi aiutano a chiarire la distinzione che esiste tra l’uso originario della finanza, quale strumento di supporto all’economia reale (raccolta di capitale per sostenere grandi investimenti, copertura dei rischi, gestione dei risparmi ecc.) e il mondo della finanza speculativa che in molti casi perde il contatto con la realtà basandosi solo parzialmente su cosa stia succedendo nell’economia reale (quali siano ad esempio le condizioni e le prospettive dell’impresa di cui si possiedono azioni) e molto di più sulle aspettative delle oscillazioni di breve periodo dei titoli.

 

I rischi: la finanziarizzazione dell’economia e le crisi finanziarie

Alla fine del 2007 il Pil mondiale risultava pari a 54 trilioni di dollari e la capitalizzazione delle borse mondiali a 61 trilioni. Tra il 1980 e il 2005, gli asset complessivi della finanza sono passati dal 109% al 316% del valore della produzione mondiale. Le banche fanno sempre meno distinzione tra il ruolo commerciale e quello di banche d’investimento e le imprese sono controllate dai grandi attori della finanza: fondi pensione, grandi banche d’investimento, hedge funds e fondi di private equity. La prima conseguenza di questo controllo sta nel tipo di attenzione che gli azionisti hanno per le attività dell’impresa. L’azionista, attento alla massimizzazione del proprio profitto immediato, esige dalla dirigenza di ottenere risultati nel breve periodo. È interessato alla rivalutazione delle azioni e non dal successo industriale che normalmente ha bisogno di scelte di medio e lungo periodo. Peraltro le stesse imprese tendono ad avere quote spesso importanti dei propri capitali investite sui mercati finanziari anziché sull’attività propria dell’impresa, privilegiano la rendita finanziaria alla reale creazione di occupazione, ricchezza e benessere.

Le dinamiche dei mercati finanziari sono poi caratterizzate da due fenomeni. Il primo è noto come herd behavior, comportamento da gregge. Quando si diffonde l’idea che un emittente di titoli sia in una fase particolarmente favorevole o difficile, gli operatori finanziari tendono a spostarsi tutti insieme, sopravvalutando il potenziale delle imprese (come successe nel caso della bolla della new economy) nel migliore dei casi, o mettendo in ginocchio imprese o interi paesi (come l’Argentina) quando si perde la fiducia. La capacità finanziaria degli operatori, grazie all’effetto leverage, è esageratamente superiore a quella di qualsiasi impresa o governo. Tali comportamenti di massa portano il sistema finanziario globale ad essere estremamente instabile e volatile.

Il secondo fenomeno è quello del contagio. Le economie nazionali sono strettamente interconnesse e la crisi di un paese può colpire direttamente paesi economicamente vicini attraverso i canali dell’economia reale. Ma è più probabile che tale aspettativa si auto-realizzi a causa dei comportamenti degli operatori finanziari che a seguito della crisi, prevedendo le difficoltà del paese vicino, disinvestano anche in quello propagando la crisi.

La crisi diventa così elemento strutturale del sistema finanziario attuale. Solo negli ultimi dieci anni abbiamo osservato la crisi finanziaria del sud-est asiatico nel 1997-98 con la conseguente recessione in alcuni importanti paesi limitrofi, la crisi russa del 1998, quella dell’America latina del 1999, quella argentina del 2001 e l’esplosione della bolla della new economy nel 2002 fino ad arrivare alla crisi delle materie prime e dei prodotti agricoli degli ultimi tre anni e alla crisi dei subprime che ha portato alla drammatica situazione che stiamo vivendo in questi mesi.

I paradisi fiscali

Buona parte della finanza non regolamentata e il riciclaggio dei capitali provenienti da operazioni illegali si muovono sui cosiddetti paradisi fiscali. Si tratta di solito di micro-stati che garantiscono condizioni fiscali particolarmente vantaggiose per gli individui e le imprese che vi stabiliscono la propria sede o vi depositano i loro capitali. Nel 2003 il Fondo monetario internazionale identificava oltre 60 paradisi fiscali o centri offshore, molti dei quali appartenenti o sotto la giurisdizione di Paesi europei.

Circa la metà del commercio mondiale passa da questi paesi, mentre questi territori non rappresentano che il 3% del PIL mondiale. Tale anomalia è legata in primo luogo proprio al fatto che i paradisi fiscali sono utilizzati dalle imprese per eludere il fisco. Ma per questi paesi passa anche gran parte della finanza non regolamentata e la quasi totalità dei proventi da attività illecite che grazie mercati non regolamentati e segreto bancario possono essere ripuliti e rimessi in circolazione. Secondo una stima del Tax Justice Network ogni anno vengono a mancare agli erari nazionali circa 255 miliardi di dollari a causa dell’esistenza dei paradisi fiscali, dove sono depositate e registrate proprietà per 11.000 miliardi di dollari.

La Finanza Etica

La più rilevante risposta della società civile alla perdita di controllo degli stati e dei cittadini sui mercati finanziari è la creazione di un sistema finanziario attento all’impatto sociale delle proprie azioni e non solo alla massimizzazione del profitto. In passato l’Associazione Finanza Etica ha redatto un Manifesto della finanza etica che ne riassume i principi fondamentali.

La finanza etica in Italia è presente fondamentalmente attraverso gruppi di autogestione del risparmio, la cosiddette Mag, attive dalla fine degli anni ‘70 con la nascita di MagVerona, e dalla decennale esperienza di Banca Etica. Fondi etici vengono inoltre proposti da molte banche commerciali. Essi appaiono però più come strumenti di marketing che non come scelte d’indirizzo degli istituti che le propongono.

 

La finanza islamica

Un forma di finanza etica destinata ad avere un ruolo importante in futuro, visti i ritmi vertiginosi a cui sta crescendo è la finanza islamica. Formalizzata in Malaysia a seguito della crisi del 1997 si basa sui dettami della sharia: sul divieto del riba, il tasso d’interesse, e del gharar, qualsiasi forma di speculazione. Il Corano cioè impone un uso della finanza solo per attività produttive, considerando il guadagno di denaro per mezzo del denaro come immorale. A questo si aggiunge uno dei cinque pilastri dell’islam, la zhakat¸ l’aiuto che ogni mussulmano deve annualmente ai poveri. La finanza islamica ha dimostrato di essere più resistente di fronte alla crisi grazie ad una bassa esposizione nei mercati speculativi e promette di crescere sempre più negli anni a venire.

 

Finanza per lo sviluppo: la Tobin tax e le tasse globali.

La più importante campagna italiana per mettere sotto controllo i mercati finanziari globali è stata quella per l’introduzione della cosiddetta Tobin tax. Nel 2004 l’organizzazione ATTAC è riuscita a raccogliere le firme necessarie a presentare una legge d’iniziativa popolare per l’introduzione di una tassa sulle transazioni valutarie (Tobin tax, dal nome del Nobel per l’economia che per primo la propose, o CTT acronimo inglese di currency transaction tax). Si tratta di una tassa molto piccola (0,1% o meno) sulle operazioni di cambio. Una tassa così ridotta non avrebbe nessun impatto sui commerci e sull’economia reale in generale, ma andrebbe a colpire solo la speculazione finanziaria, essendo rilevante solo quando i margini di profitto sono molto piccoli, ovvero quando sono dati dalle oscillazioni dei tassi di cambio. Peraltro gli speculatori tendono ad effettuare numerose transazioni al giorno, moltiplicando l’effetto della piccola imposta. Un “granello di sabbia” negli ingranaggi della finanza fuori controllo che permetterebbe di ridurre la volatilità dei mercati, di difendersi da attacchi speculativi contro le monete, di tracciare tutte le transazioni che entrano ed escono dal paese e non ultimo di raccogliere risorse (nella proposta originale da utilizzare per gli aiuti allo sviluppo).

Sulla scia della Tobin tax sono state proposte numerose forme di fiscalità internazionale. Strumenti per mettere sotto controllo i mercati finanziari e allo stesso tempo per garantire il mantenimento dei beni pubblici globali (global public goods) che i singoli paesi non sono in grado di difendere da soli. In questa ottica la stabilità finanziaria deve essere considerata un bene pubblico globale da preservare. Numerose proposte di uso virtuoso della finanza per promuovere lo sviluppo sono presentate nel volume “Perché il mondo ha bisogno di tasse globali”.

A livello istituzione la discussione su un uso della finanza regolamentato e dedicato allo sviluppo dei paesi più poveri si è tenuta in due vertici internazionali a Monterrey e a Doha ed è raccolta in un sito dedicato ai temi della finanza per lo sviluppo (FfD).

 

Documenti

- Carta Europea per la finanza etica

 

(Scheda realizzata con il contributo di Tommaso Rondinella)

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Video

Report: Paradisi fiscali 10/05/2009 (parte 1/7)