Adista: la Cei continua a fare affari con le 'banche armate'

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Dal sito dell’Istituto per il sostentamento del clero della CEI

Tra i conti correnti aperti in 33 istituti di credito dall'Istituto per il sostentamento del clero della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) si trovano ben 13 banche che - in base ai dati dell'ultima Relazione del governo sulle esportazioni di armi italiane nel mondo - collaborano attivamente al commercio di armi italiane. Lo rivela un'inchiesta di Adista, il settimanale di "fatti e notizie del mondo cattolico", curata da Luca Kocci e disponibile online.

Il settimanale ha "spulciato" la lista delle banche in cui la Cei ha aperto conti correnti per l'invio di offerte a sostegno dell'attività dei sacerdoti e, confrontandolo con l'elenco delle banche che - in base alla Relazione ufficiale della Presidenza del Consiglio - forniscono servizi in appoggio al commercio di armi italiane (qui l'elenco 2007 in .jpg) ha scoperto che 13 banche indicate dalla Cei fanno parte della lista delle cosiddette "banche armate".

Tra gli istituti in questione ci sono quelli del gruppo Intesa-San Paolo (Banca Intesa, San Paolo Imi e Cassa di Risparmio di Bologna) che nel corso del 2006 hanno movimentato oltre 495 milioni di euro, cioè un terzo dell'intero volume di affari dell'export di armi italiane autorizzato dal governo, pari a 1.492 milioni. "Va detto - commenta Adista - che nell'estate 2007 il gruppo Intesa-San Paolo ha annunciato di sospendere la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio di armi. la Campagna 'banche armate', pur valutando positivamente la dichiarazione, attende di verificare l'effettivo mantenimento dell'impegno, che potrà essere valutato solo con la prossima Relazione del governo".

"Oppure come Unicredit, al terzo posto della classifica delle "banche armate" con oltre 86 milioni di euro. O come il Banco di Brescia con 83 milioni di euro (che però ora fa parte, del gruppo Unione Banche Italiane il quale, ad ottobre, ha annunciato norme più restrittive in merito alla partecipazione al commercio di armi); la Banca Nazionale del Lavoro (80 milioni), la tedesca Deutsche Bank (78 milioni) e, con 38 milioni di euro, il gruppo Capitalia (Banco di Sicilia e Banca di Roma, che nel 2005 sponsorizzò anche la Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia, con Benedetto XVI). E poi una serie di banche 'minori' (Banca Popolare di Milano, Cassa di Risparmio di Firenze, Banca popolare dell'Emilia Romagna e Banco di Sardegna) che sono tuttavia coinvolte, sebbene con importi più bassi, nell'appoggio al commercio delle armi".

"Probabilmente i procacciatori di fondi della Conferenza episcopale italiana ignorano che da otto anni alcune riviste cattoliche - 'Missione Oggi' dei saveriani, 'Nigrizia' dei comboniani e "Mosaico di Pace, promosso da Pax Christi - conducono una campagna di pressione (e di boicottaggio) contro le "banche armate", cioè gli istituti di credito che collaborano al commercio internazionale di armi" - commenta Adista.

"Ma non leggono con particolare attenzione nemmeno i messaggi papali della Giornata mondiale della pace, compreso l'ultimo di Benedetto XVI: "Si deve registrare con rammarico l'aumento del numero di Stati coinvolti nella corsa agli armamenti" anche per responsabilità dei "Paesi del mondo industrialmente sviluppato che traggono lauti guadagni dalla vendita di armi", scrive il papa, auspicando "la mobilitazione di tutte le persone di buona volontà per trovare concreti accordi in vista di un'efficace smilitarizzazione". Altrimenti, forse, non avrebbero scelto, come partner finanziari della campagna per il sostentamento del clero attraverso le "offerte deducibili", proprio molte banche coinvolte nel mercato degli armamenti - aggiunge Adista.

Il settimanale ha contattatto la CEI, il Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica e l'Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali ma "nessuno intende dare spiegazioni" - commenta laconico.

Ha risposto invece don Fabio Corazzina, coordinatore nazionale di Pax Christi, una delle associazioni impegnate nella Campagna di pressione alle "banche armate" che chiede: "Perché non togliere quel velo di pudore e omertà che spesso accompagna i criteri dell'uso del denaro anche all'interno della Chiesa?". "Sembra a volte - continua don Corazzina - che nella Chiesa valga il criterio del fine che giustifica i mezzi. Si proclama in tutti i modi la necessità del disarmo nei documenti e interventi ufficiali e poi si finge il nulla e ci si appoggia alle maggiori banche armate italiane ed estere. Ma è evangelico per la Chiesa fare profitti investendo nel commercio di armi?". E il sacerdote non manca di denunciare un fatto che spesso le comunità ecclesiali fingono di non conoscere: "Spesso, le banche si rivolgono alle parrocchie o agli organismi della Chiesa, offrendo condizioni particolarmente favorevoli. Crediamo sia moralmente doveroso chiederci come e dove investono questi istituti bancari. Non possiamo accettare il criterio che, avendo dei soldi, li dobbiamo far fruttare al meglio, senza interrogarci sul modo".

Insomma - per parafrasare il messaggio del sito dell'Istituto per il sostentamento del clero - se "i sacerdoti aiutano tutti", non c'è bisogno che aiutino anche le banche che fanno affari con le armi. [GB]

 

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