Finanza e armi

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“Non solo la natura letale degli armamenti, ma soprattutto la debolezza dell’odierna legislazione internazionale sul loro commercio, la poca trasparenza delle operazioni e la documentata storia di corruzione e illegalità connessa al settore richiedono a tutti gli attori finanziari direttive chiare e restrittive”. (Dal Rapporto “Ending harmful investments” dell’ong Netwerk Vlaanderen)

 

Introduzione

Il complesso delle attività finanziarie che riguardano l’ampia sfera della produzione e del commercio di armamenti va considerato, innanzitutto, tenendo presente una distinzione sostanziale: la liceità o meno, in base alle normative nazionali e internazionali, delle diverse operazioni finanziare per ciò che concerne lo sviluppo, la produzione e i trasferimenti di armi. Questo criterio si applica sia ai sistemi di armamento ad uso convenzionale, comprese le piccole armi ad uso civile, che a quelli di tipo “non-convenzionale” (come le armi nucleari, chimiche, batteriologiche ecc.); ci limiteremo qui a considerare le attività finanziarie inerenti gli armamenti ad uso convenzionale, militare e civile.

Per quanto riguarda le attività finanziarie connesse alla produzione e commercializzazione di armamenti, le agenzie preposte al controllo indicano tre diverse tipologie:
1) attività lecite e legalmente autorizzate dagli organi preposti;
2) attività chiaramente illegali e illecite e, infine,
3) attività che appartengono ad una “zona grigia” in cui in talune fasi del processo risultano essere contrarie, se non in aperta violazione, alle normative nazionali o internazionali.

 

Finanza e traffici illeciti di armi

Tra le attività chiaramente illecite vanno considerate tutti i trasferimenti di armamenti verso paesi o gruppi armati nei cui confronti è in vigore un embargo di armi stabilito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o in violazione delle normative nazionali: si tratta di attività che vengono propriamente definite come “traffico e contrabbando di armi” (arms trafficking e arms smuggling). Tra le attività illecite vanno annoverate anche quelle che riguardano il settore industriale come la cessione illegale di licenze, progetti e modelli militari, di software per il funzionamento e la modifica di determinati sistemi di armamento ecc.

L’operazione finanziaria collegata a questi trasferimenti illegali, anch’essa chiaramente illecita, può in diversa misura coinvolgere operatori finanziari pubblici e privati del settore (come le istituzioni finanziarie e le banche) o investire realtà ad esse collegate (come sedi e controllate in paradisi fiscali o off-shore) oppure caratterizzarsi specificamente come operazione di “mercato nero” (black market), ma successivamente coinvolgere anche istituzioni finanziarie pubbliche e private per attività di riciclaggio (money laundering).

Similmente, un’operazione di vendita di armamenti da una ditta ad un paese acquirente può essere legalmente autorizzata da parte del paese della ditta produttrice e rispettare le normative internazionali, ma essere successivamente posta sotto indagine per attività di corruzione (corruption e bribery): secondo il Department of Commerce degli Stati Uniti, nel periodo 1994-1998 all’incirca la metà di tutte le tangenti (bribes) mondiali hanno riguardato contratti collegati al settore militare e degli armamenti mentre la CIA (Central Intelligence Agency) stima la percentuale tra il 40 e il 45 percento.

Infine, l’eventuale utilizzo di “fondi neri” (slush funds) può veder coinvolti anche istituti di credito o agenzie finanziare ad essi connesse o intermediatori implicati in attività illecite (illicit brokering). La triplice ripartizione di attività legale, illegale e “illecita” (zona grigia) va perciò applicata sia ad ogni momento dei numerosi passaggi che caratterizzano la produzione di armi e la loro commercializzazione sia a tutte le operazioni finanziare ad esse collegate.

Per quanto concerne le attività illegali, data la natura delle operazioni, le cifre sono alquanto scarne e incerte: è stato stimato che all’incirca un quarto dei trasferimenti internazionali annuali di tutti i sistemi di armamenti convenzionali sia in qualche modo riconducibile a traffici illeciti per una somma complessiva di circa 10 miliardi di dollari. Relativamente più attendibili sono le cifre sui traffici illeciti delle cosiddette “armi leggere e di piccolo calibro” (Small arms and light weapons – Salw) che, secondo le stime di Small Arms Survey del Graduate Institute of International Studies di Ginevra, costituirebbero anch’essi un quarto dei trasferimenti internazionali di queste armi, e cioè all’incirca 1 miliardo di dollari all’anno (in .pdf).

Queste attività possono vedere coinvolti sia gli stati e i rispettivi governi, sia le aziende produttrici di armi o sistemi militari, sia attori non statali appartenenti alla criminalità organizzata e alle mafie, al terrorismo internazionale, a gruppi armati insurrezionali e a brokers e intermediari. A seconda delle diverse tipologie i reati vengono perseguiti da varie agenzie nazionali e internazionali: tra quest’ultime, seppur con compiti e finalità diversi, vanno annoverati l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (United Nations Office on Drugs and Crime - UNODC), l’Interpol (International Criminal Police Organization – ICPO) e l’Europol (European Police Office, Ufficio di Polizia Europeo).

Sebbene non sia stato ancora definito un trattato internazionale sui trasferimenti di armi – attualmente in discussione alle Nazioni Unite - poiché gran parte dei traffici di armi si interseca con numerose altre attività illecite (traffici di esseri umani, preziosi e diamanti, stupefacenti, materiali radioattivi, rifiuti ecc.) gestite sia dalla criminalità organizzata che da formazioni terroriste o insurrezionali – le cui attività sono spesso tra loro interconnesse – l’attenzione da parte degli organi statali e internazionali è andata crescendo così come le attività di controllo, prevenzione e repressione soprattutto per il riciclaggio dei proventi di reato.

La Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale sottoscritta nella Conferenza di Palermo del 2001 ed entrata in vigore nel settembre del 2003 ha istituito presso l’UNODC un sistema interno completo di regolamentazione e controllo delle banche e degli istituti finanziari non bancari e di altri organismi particolarmente esposti al riciclaggio di denaro al fine di scoprire ed impedire il riciclaggio di denaro. Va ricordata al riguardo, anche l’attività dell’Unità Anti-riciclaggio (Anti-Money-Laundering Unit – AMLU) dell’UNODC col compito di attuare il “Global Programme against Money-Laundering” (GPML) stabilito nel 1997 e ampliato a tutte le attività criminali dall’Assembla dell’Onu del 1998.

 

Finanza, produzione e commercio legale di armi

Le attività finanziarie a sostegno della produzione e del commercio di armi sono state poste al centro dell’attenzione di numerose associazioni e campagne della società civile non solo per quanto concerne le violazioni delle normative nazionali e internazionali, cioè per le operazioni illegali e illecite, ma anche per quelle autorizzate dagli organi preposti e svolte nel rispetto delle diverse normative.

Le crescenti interconnessioni tra industria degli armamenti – le cui cento principali aziende hanno registrato nel 2006 vendite di sistemi militari per oltre 315 miliardi di dollari, cifra che equivale al prodotto interno lordo dei 61 Paesi più poveri del mondo – e istituzioni finanziarie preoccupano infatti le associazioni che promuovono il disarmo sia per la poca, se non nulla, trasparenza dei finanziamenti all’industria militare – si tratta infatti di operazioni coperte nella maggior parte degli stati da un “doppio segreto”, militare e bancario – sia soprattutto per l’ampliarsi di quel complesso militare-industriale da cui il presidente americano Dwight D. Eisenhower metteva in guardia gli Stati Uniti e che oggi, in regime di globalizzazione, va sempre più configurandosi come complesso militare-finanziario-industriale internazionale a sostegno di quella che viene definita “economia di guerra”.

Inoltre, l’incessante sviluppo di sistemi d’arma sempre più sofisticati e di tecnologie dual-use (militare e civile) portano l’industria degli armamenti – che nei Paesi Occidentali, dopo essere stata per lungo tempo sottoposta all’amministrazione statale, si va oggi caratterizzando per processi di privatizzazione sempre più diffusi – a cercare risorse al di fuori dei finanziamenti statali e dei budget per la spesa militare – che nel 2007 ha sfiorato nel mondo i 1400 miliardi di dollari – per trovare risorse in istituzioni finanziarie private come istituti di credito, banche d’affari, assicurazioni e agenzie finanziarie off-shore.

Circa il finanziamento va notato però che i prestiti bancari – solitamente considerati la prima fonte di finanziamento per le imprese – per diverse delle maggiori alle aziende del settore degli armamenti non rappresentano che una componente marginale rispetto ad azioni e obbligazioni. Non per questo, però, l’apporto del settore bancario al settore è minore perché buona parte delle operazioni di vendita e acquisizione di questi titoli avviene proprio attraverso l’intermediazione bancaria.

Oltre a quelle collegate allo sviluppo e alla produzione, anche le attività finanziarie legali connesse al commercio di armi sono sottoposte a critica: spesso, infatti, pur trattandosi di operazioni autorizzate dai diversi governi, i trasferimenti di armamenti sono diretti a governi accusati di violazioni dei diritti umani e civili, a paesi altamente indebitati che devolvono ingenti risorse all’apparato militare, a stati in zone di tensione e di crescente conflittualità o a rischio di “triangolazioni”.

Questi trasferimenti, pur autorizzati dai rispettivi governi e non soggetti a embarghi internazionali – che sono estremamente rari e circostanziati – vengono spesso definiti come “irresponsabili” dalle associazioni della società civile. Si tratta di operazioni rese possibili attraverso la fornitura di servizi da parte di istituzioni finanziarie pubbliche e private – come le agenzie di credito all’esportazione (Ace) e gli stessi istituti privati di credito – verso i quali si è andata sempre più rivolgendo l’attenzione delle associazioni e delle campagne di monitoraggio del commercio di armamenti.

 

Le banche e il commercio di armi

Il ruolo degli istituti bancari nel commercio internazionale delle armi non è secondario o puramente accessorio. La necessità per produttori, commercianti e paesi compratori di armamenti di appoggiarsi alle banche, meglio se grandi ed efficienti, deriva da normali esigenze commerciali: presenza internazionale, fluidità e sicurezza nei pagamenti, possibilità di anticipi e crediti. Come detto, non si tratta qui di operazioni illegali, ma delle stesse operazioni legali e autorizzate che però sono contestate dalle campagne della società civile sia per la già evidenziata mancanza di trasparenza collegata al segreto militare e bancario, sia in riferimento ai paesi destinatari di queste operazioni sia, infine, per l’incongruenza di queste operazioni con le politiche di responsabilità sociale e d’impresa (Corporate Social Responsibility - CSR) definite in questi ultimi anni da numerosi e importanti istituti di credito internazionali.

La responsabilità sociale e d’impresa impegna infatti le banche ad assumere regole di gestione e di operatività che devono rispondere non solo alle normative nazionali e internazionali – in altre parole ad un criterio di “legalità” e di “liceità” – ma anche e soprattutto ad una più ampia domanda di “responsabilità” sociale ed etica nei confronti della collettività in generale e delle generazioni future. Nello specifico ciò significa per le banche porre in primo piano non tanto il profitto economico che può derivare dall’investimento in operazioni di finanziamento e appoggio all’industria militare e al commercio di armamenti, bensì le aspettative di pace, sicurezza e sostenibilità sociale avanzate dalla società civile.

Come mettono in evidenza le campagne della società civile, la fornitura di servizi bancari al commercio di armi se sembra infatti rispondere alle esigenze di sicurezza e di difesa va invece più propriamente considerata nell’ambito dell’attuale contesto internazionale in cui – come dichiara la Risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite che ha dato il via ai lavori verso il ‘Trattato internazionale sul commercio di armi’ (ATT) – “l’assenza di uno standard comune internazionale sull’importazione, l’esportazione e il trasferimento di armamenti convenzionali è un fattore che contribuisce ai conflitti, allo sfollamento di persone, al crimine e al terrorismo e di conseguenza minaccia la pace, la riconciliazione, la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo sostenibile” (Risoluzione Onu 61/89 del 6 Dicembre 2006: in .pdf).

 

Le campagne internazionali e europee

E’ a questa domanda di “responsabilità sociale ed etica” che le campagne promosse a livello internazionale e nazionale invitano sia le agenzie di credito all’esportazione (Ace - Export Credit Agencies) sia gli stessi istituti di credito a rispondere definendo direttive (policy) adeguate, verificabili e trasparenti (responsibility, accountabiility e transparency) e promuovendo nei loro confronti azioni di denuncia di pressione sociale e di boicottaggio.

A seguito della campagna internazionale azionariato critico e di disinvestimento (disinvestment), iniziata nella seconda metà degli anni ottanta, nei confronti delle banche - soprattutto statunitensi e britanniche - che appoggiavano il regime dell’apartheid in Sudafrica, diverse campagne in Europa hanno iniziato a rivolgere l’interesse verso quelle banche che finanziano la produzione di sistemi d’arma considerati particolarmente brutali, come le mine antipersona e le bombe a grappolo (cluster bombs), o che appoggiano il commercio di armi verso governi responsabili di violazioni dei diritti umani e verso paesi del Sud del mondo altamente indebitati che spendono ingenti risorse in armamenti ecc.

A questo riguardo vanno segnalate le azioni delle diverse associazioni e campagne appartenenti al network ENAAT (European network against arms trade), la rete europea stabilita nel 1984 e oggi presente in 13 nazioni, che oltre a monitorare l’attività dei rispettivi governi sull’esportazione di sistemi militari ha prodotto rapporti e promosso azioni anche nei confronti delle diverse istituzioni finanziarie coinvolte in operazioni di finanziamento e appoggio al commercio di armi. In particolare tra i rapporti promossi dalla rete europea vanno ricordati “Financing misery with public money – European Export Credit Agencies and the financing of arms trade” (in .pdf), una ricerca pubblicata da ENAAT nel 2007 che fa il punto sui rapporti tra le Agenzie di Credito all'Esportazione dei Paesi europei e il commercio di armi e due rapporti dell’ong belga Netwerk Vlaanderen che trattano il primo, “Explosive Investments” (in .pdf), delle istituzioni finanziarie coinvolte nella produzione di cluster bombs e il secondo, “Ending harmful investments” (in .pdf), che affronta tra l’altro il tema degli investimenti nell’industria militare.

 

Le campagne in Italia

Per quanto riguarda l’Italia, è da segnalare l’attività della Campagna di pressione alle “banche armate” – promossa dal gennaio del 2000 da tre riviste del mondo cattolico e pacifista (‘Missione Oggi’ dei missionari Saveriani, ‘Nigrizia’ dei missionari Comboniani e ‘Mosaico di Pace’ dell'associazione Pax Christi) particolarmente attente fin dagli anni ottanta nel monitoraggio dell’esportazione di armamenti italiani. Scopo della campagna è quello di favorire un controllo attivo dei cittadini sull’operato delle banche riguardo al commercio delle armi promuovendo un’azione di pressione sugli istituti di credito affinché definiscano e attuino direttive rigorose e trasparenti in merito al finanziamento e all’appoggio al commercio di armi.

Grazie all’adesione di numerose associazioni, movimenti e di singoli correntisti e ad un costante impegno di monitoraggio, informazione e sensibilizzazione pubblica sull’operato delle banche nazionali e estere connesso all’esportazione di armi italiane – un’attività favorita anche dalla normativa italiana, la legge 185 del 1990, che richiede al Presidente del Consiglio di presentare annualmente una relazione dettagliata sulle operazioni di esportazione di armamenti italiani specificando gli istituti di credito italiani ed esteri che svolgono operazioni in materia – la campagna è riuscita a far pressione su buona parte degli istituti di credito italiani portandoli a definire direttive più trasparenti e rigorose e, in taluni casi, a sospendere del tutto i servizi al commercio di armi.

Nel contempo la campagna insieme con numerose associazioni tra cui la Rete di Lilliput nel 2003 ha dato vita anche alla campagna ‘Tesorerie disarmate’ invitando gli Enti locali ad assumere tra i criteri di responsabilità sociale ed etica nel capitolato e nella convenzione della propria tesoreria anche quelli che riguardano la promozione della pace e il non finanziamento e appoggio alla produzione e al commercio di armi.

Va ricordata infine l’azione di monitoraggio e di denuncia della Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM) – particolarmente attenta soprattutto all’attività di finanziamento delle istituzioni internazionali e delle Agenzie di credito (ACE) alla produzione e commercio di armamenti.

 

Conclusione

Oltre al costante monitoraggio, alla denuncia dei traffici di armi e all'impegno per la promulgazione di un trattato internazionale sul commercio di armamenti, oggi alle campagne nazionali ed europee si presenta un duplice compito: da un lato la promozione a livello europeo di una regolamentazione comune e vincolante di tutte le attività finanziarie connesse al commercio di armi che comprenda anche le cosiddette “piccole armi” e le attività di intermediazione (brokers); dall’altro – in considerazione anche delle continue fusioni ed acquisizioni tra gruppi bancari – la mobilitazione di una specifica pressione su tutti gli istituti di credito attivi in Europa affinché assumano direttive restrittive e trasparenti in materia di finanziamento alla produzione e al commercio di armi.

Per quanto riguarda l’Italia, infine, vanno al riguardo segnalate le attività promosse dalla Rete Italiana Disarmo - un coordinamento di circa trenta associazioni della società civile - sia a livello di confronto istituzionale per migliorare la trasparenza dell'informazione, la legislazione vigente e promuovere maggior rigore nell'applicazione della normativa italiana, sia per la sensibilizzazione pubblica sui diversi aspetti connessi alla produzione e al commercio di armi. Di notevole interesse anche le recenti iniziative di azionariato critico promosse dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica di Banca Etica – che seppur al momento rivolte solo al settore energetico – potrebbero espandersi anche al settore dell’industria militare e degli armamenti.

 

Bibliografia essenziale

In inglese

N. John, "The Campaign against British Bank Involvement in Apartheid S. Africa", African Affairs vol. 99, 2000, pp. 415-34.

Enaat, "Financing misery with public money – European Export Credit Agencies and the financing of arms trade" (in .pdf), una ricerca pubblicata da nel 2007 che fa il punto sui rapporti tra le Agenzie di Credito all'Esportazione dei Paesi europei e il commercio di armi.

Netwerk Vlaanderen, "Explosive Investments" (in .pdf), , sulle istituzioni finanziarie coinvolte nella produzione di cluster bombs

Netwerk Vlaanderen, "Ending harmful investments" (in .pdf), che affronta tra l’altro il tema degli investimenti nell’industria militare.

In italiano

C. Bonaiuti e G. Beretta (a cura di), Finanza e armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilità sociale, Edizioni Plus - Pisa University Press, Pisa 2010, pp. 304.

G. Beretta, C. Bonaiuti e F. Vignarca, L'economia armata. La produzione e il commercio di armi: conoscerne i meccanismi per promuovere un’economia di pace, Edizioni Altreconomia, 2011.

C. Bonaiuti e A. Lodovisi (a cura di), Sicurezza, controllo e finanza: le nuove dimensioni del mercato degli armamenti, Jaca Book, Milano, 2009.

C. Bonaiuti e A. Lodovisi (a cura di), L'industria militare e la difesa europea: rischi e prospettive, Jaca Book, Milano, 2008.

Giorgio Beretta, "Dalle ‘banche armate’ alle tesorerie etiche", Dossier di Missione Oggi, febbraio 2007 (disponibile sul sito www.banchearmate.it).

Andrea Baranes, Responsabilità e Finanza: guida alle iniziative in campo socioambientale per gli istituti di credito e le imprese finanziarie, pubblicazione in proprio della CRBM.

Centro Nuovo Modello di Sviluppo: “Guida al risparmio responsabile: informazioni sul comportamento delle banche per scelte consapevoli”, Emi, 2002, pp. 352. Anche se un po’ datata è attualmente la pubblicazione più comprensiva e sintetica.

Provincia di Roma, Atti del Convegno 2007: “Dalle ‘banche armate’ alle tesorerie etiche”, pubblicazione della Provincia di Roma, anno 2007.

(Scheda realizzata con il contributo di Giorgio Beretta)

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