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L’illusione della crescita felice
Decrescita
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Serge Latouche - Foto: Ambienteroma
Invitato a Trento per l’ultimo dei “Dialoghi internazionali. Se vuoi la pace prepara la pace”, promossi organizzata dalla Provincia autonoma di Trento insieme al Centro per la Pace del Comune di Bolzano, Serge Latouche, sollecitato da don Achille Rossi, un educatore a contatto quotidiano con i giovani, è stato lucido, impietoso e al tempo stesso ottimista sullo stato di cose presenti del mondo globale in cui tutti siamo immersi.
Ripensare il modello di produzione e di consumo è l’imperativo categorico. Una battaglia politica e culturale che il celebre economista all’Università di Parigi porta avanti da diversi anni, dapprima in solitudine, oggi non più.
Le sue parole d’ordine sono “preservare la terra per le future generazioni”; la constatazione è che “lo sviluppo oggi non è la soluzione ma il problema”; insiste su una società, la nostra, occidentale, pervasa da un “delirio quantitativo”.
Anche un bambino capisce – sostiene Latouche - che è impossibile una crescita senza limiti. Eppure i grandi del mondo non vogliono capire. A Cancun, dove in questi giorni si parla di clima nel mondo globalizzato, non hanno neppure voluto andarci, consapevoli che si sarebbe risolto tutto in un nulla di fatto. Uno scacco.
Se, fino a qualche anno fa, Serge Latouche insisteva sulla necessità della decrescita per evitare la catastrofe, oggi continua a battersi per la decrescita per limitare la catastrofe, per gestirla in qualche modo. Nel momento attuale molte economie occidentali sono a crescita negativa, il calo del prodotto interno lordo si traduce in disoccupazione di massa. “Com’è possibile – si è chiesto - una società della crescita senza crescita?”. E tuttavia “decrescita” è tutta un’altra cosa.
L’invito è ad allargare lo sguardo. Di fronte alla crisi economica e finanziaria ciclica che è anche crisi ecologica (un innalzamento della temperatura del pianeta di due gradi entro il 2050 vuol dire che intere città come Venezia vanno sott’acqua) - si può ben dire: una vera e propria “crisi di civiltà” -, occorre guardare altrove, ai continenti impoveriti, alle loro millenarie civiltà.
Imparare dalla filosofia orientale, saper limitare i bisogni; dal mondo amerindio, la natura e la terra come Pachamama, un approccio di rispetto con la madre-terra, tutto l’opposto di chi vede la natura e l’habitat da sfruttare senza limiti e senza confini.
Parla di “metanoia”, Latouche, di cambiamento di mentalità, di con-versione. Recuperare l’autonomia delle scelte, sapersi accontentare, non essere bulimici di cose, mai sazi, approfondire piuttosto le relazioni. Essere sobri, frugali, limitare, appunto, i propri bisogni. È un “ottimismo tragico” quello dell’economista controcorrente che gira il mondo, invitato ovunque, ad esporre le sue teorie e a presentare i suoi libri. Il fallimento di un modello di sviluppo che poggia tutto sull’avere famelico e sul possedere spasmodico è sotto gli occhi di tutti.
Ma la sua felice constatazione – girando in lungo e in largo l’Europa - è che molti giovani reagiscono e si organizzano. “C’è un fermento alla base che mi fa ben sperare: i comitati per un consumo critico, i movimenti per la decrescita felice, i gruppi di acquisto solidale”.
Questo professore emerito di economia che non è mai stato amato, piuttosto osteggiato, dall’establishment accademico, parla della necessità di dare spazio alla vita contemplativa, di non accontentarsi della dimensione unidimensionale dell’homo faber.
Parla di askesis, ascesa, un anelito capace di andare oltre, di trascendere. Di autodisciplina interiore. Essere capaci di fare a meno, camminare leggeri, coltivare le cose che contano. Un vocabolario - di pensiero e di comportamento - propriamente cristiano.
Roberto Moranduzzo da Vita Trentina






