Decrescita

Stampa

“A rigor del vero, più che di 'decrescita' bisognerebbe parlare di 'a-crescita', utilizzando la stessa radice di 'a-teismo', poiché si tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del progresso e dello sviluppo. (Serge Latouche)

Introduzione

Il paradigma dello sviluppo e della crescita è insostenibile sia a livello ambientale che sociale. La decrescita si sviluppa a partire da una critica al modello economico ma non solo. Mira ad una riduzione complessiva delle quantità fisiche prodotte e delle risorse impiegate nei cicli di produzione di beni e sevizi rispettando i limiti posti dalla natura (in primo luogo per quanto riguarda il consumo delle sue fonti non rinnovabili). Parallelamente punta ad una complessiva trasformazione della struttura socio economica politica e dell'immaginario collettivo, verso assetti sostenibili. In definitiva verso un maggiore benessere sociale. L'obiettivo è quello di costruire una "società della decrescita", una società conviviale autonoma e sobria. Trattasi non solo di un modello di produzione più efficace ed efficiente ma di una società diversa.

 

La storia della decrescita

Il termine "decrescita" è stato introdotto solo di recente all'interno del dibattito economico, politico e sociale, nonostante il progetto di una società paragonabile sia stato formulato alla fine degli anni sessanta da teorici come Ivan Illich, Andrè Gorz, François Pertant, Gregory Bateson e Cornelius Castoriadis. Per vedere comparire il vocabolo "decrescita", bisognerà però attendere fino al 1979 quando Nicholas Georgescu-Roegen, nato in Romania e docente prima in statistica e poi in economia in Francia e negli Stati Uniti, pubblica "Demain la décroissance: entropie, écologie, économie". Ed è proprio Georgescu-Roegen nella sua teoria bioeconomica, che critica le basi dell'analisi economica occidentale e riformula la descrizione del processo economico e delle sue relazioni con l'ambiente, il primo a presentare la decrescita come una conseguenza inevitabile dei limiti imposti dalle leggi di natura.

In precedenza venivano già utilizzate alcune espressioni apparentemente simili, quali "crescita zero", "stato stazionario" e "stagnazione", ma facevano riferimento a concetti profondamente diversi. Mentre infatti le espressioni di cui sopra si mantenevano all'interno del paradigma della "crescita" descrivendone alcuni correttivi particolari ritenuti compatibili, quello della decrescita è uno scenario radicalmente alternativo a quello in voga. Inoltre, come detto, le trasformazioni previste dalla teoria della decrescita investono anche le dimensioni sociali e politiche, mentre gli altri concetti riguardavano esclusivamente la dimensione economica.

Il concetto di decrescita può essere considerato per certi aspetti l'erede del concetto di "sviluppo sostenibile", molto più diffuso a livello politico ed economico, ma considerato dai teorici della decrescita inadatto, se non addirittura dannoso, a produrre quel cambiamento a livello sociale ed economico, ritenuto necessario per garantire la "soddisfazione dei bisogni dell’ attuale generazione senza compromettere il soddisfacimento dei bisogni delle future generazioni” (come riporta la stessa definizione di "sviluppo sostenibile" contenuta nel rapporto Brundtland del 1987). In particolare viene messo in discussione il fatto che muovendosi all'interno di una teoria di riferimento centrata sulla crescita e la massimizzazione del profitto, sia possibile concepire uno "sviluppo" che non comporti anche "crescita quantitativa" e dunque aumento del consumo di risorse e di energia, e aumento dei rifiuti. Di conseguenza, essendo considerata la crescita insostenibile, "sviluppo sostenibile" viene considerato un termine in sé stessa contraddittorio.

A distanza di trent'anni dalla sua prima comparsa, quella della decrescita non può ancora essere considerata una teoria economica o un modello di società 'compiuti'. Gli stessi studiosi che ne rappresentano attualmente la punta più avanzata (fra i quali Serge Latouche, professore di economia all'università di Paris-Sud; Mauro Bonaiuti, professore di "Istituzioni di economia" presso l'Università di Modena e Reggio e Maurizio Pallante, esperto di politiche energetiche e tecnologie ambientali) la definiscono di volta in volta nei propri scritti come una "scommessa", un "appello", un "obiettivo", una "parola d'ordine", o nella migliore delle ipotesi "una matrice attraverso cui è possibile un vortice, un circolo virtuoso di alternative". La descrizione più chiara di ciò che attualmente è la decrescita, è forse quella di Latouche, che nel suo libro "La scommessa della Decrescita", la definisce come "uno slogan che raccoglie gruppi e individui che hanno formulato una critica radicale dello sviluppo e interessati ad individuare gli elementi di un progetto alternativo per una politica di doposviluppo".

 

Idee per la decrescita

Benché lo stesso Latouche affermi che "in quanto tale, la decrescita non è realmente un'alternativa concreta", è possibile individuare alcune idee considerate dai teorici della decrescita come più efficaci per preparare o costruire un nuovo modello sociale, ambientale ed economico basato su questo modello.

 

L'internalizzazione delle esternalità negative

Una "esternalità negativa" è un danno provocato dall'attività di un soggetto che ne fa pagare i costi alla collettività. Ad esempio, il trasporto su gomma crea una serie di danni in termini di malattie respiratorie, incidenti e consumo di fonti non rinnovabili, i cui costi non vengono conteggiati nel costo del trasporto o del carburante, ma rimangono a carico della comunità. I teorici della decrescita sostengono che se i costi delle esternalità negative venissero fatti ricadere sulle aziende, tutte le attività dannose per l'uomo e per l'ambiente smetterebbero di essere redditizie e dunque rimarrebbero sul mercato solo quelle realtà in grado di ridurre al minimo tali costi.

 

L'aumento dei beni e la riduzione delle merci

Se si considera un "bene" come qualcosa che offre dei vantaggi, e una "merce" come un prodotto scambiato con denaro, ne consegue che non tutti i "beni" sono "merci". Ad esempio la verdura prodotta nel proprio orto è utile a sfamare le persone, ed è dal punto di vista ambientale "migliore" di quella acquistata al supermercato perchè non utilizza imballaggi e non richiede il consumo di fonti non rinnovabili e la produzione di inquinamento per arrivare in casa, ma non viene scambiata con denaro. Allo stesso modo la cura dei figli o l'assistenza ai parenti anziani, è spesso qualitativamente migliore di quella che può essere fornita da un istituto, e non richiede la circolazione di denaro. La riduzione della quantità delle merci nella propria vita, attraverso una maggiore sobrietà ed un maggiore ricorso all'autoproduzione dei beni e agli scambi non mercantili, permette, a parità di benessere, di limitare l'impatto ambientale del proprio stile di vita e di ridurre la necessità di reddito monetario per soddisfare i propri bisogni. L'aumento dei beni autoprodotti non solo è in grado di sostituire la riduzione del potere d'acquisto di merci, ma costituisce un miglioramento qualitativo non altrimenti ottenibile.

 

L'abbandono del PIL (Prodotto Interno Lordo)

Vengono ritenute sbagliate due affermazioni che stanno alla base delle attuali politiche economiche: il fatto che il PIL sia un indicatore del benessere di un paese e il fatto che se il PIL aumenta l'occupazione, mentre se cala anche i posti di lavoro diminuiscono.

La prima confutazione è basata sul fatto che la valutazione della quantità di merci scambiate con denaro misurata dal PIL, non dà alcuna indicazione sul fatto che tali merci abbiano realmente aumentato il benessere della popolazione. Rimanere fermi per due ore in tangenziale a causa del traffico riduce sicuramente la qualità della vita, ma fa aumentare il PIL a causa della benzina che nel frattempo viene consumata, così come un terremoto, disastroso per il benessere di una popolazione, aumenta notevolmente il PIL, grazie al gran numero di merci necessarie a far fronte all'emergenza e alla successiva fase di ricostruzione.

La mancanza di correlazione fra aumento del PIL e aumento dell'occupazione è invece dimostrata prendendo in esame le statistiche disponibili. Fra il 1960 e il 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplicato, ma il numero di occupati è rimasto pressoché costante in termini numerici, mentre è diminuito considerando la percentuale di occupati sul totale della popolazione, che è nel frattempo aumentata.

Condizioni necessarie per l'affermarsi di una "società della decrescita" sono considerate anche alcune profonde trasformazioni a livello sociale e politico, come l'aumento di consumo di beni relazionali (come i servizi alla persona, e quelli culturali, artistici e religioso/spirituali) la cui produzione non richiede il consumo di materie prime ed energia, e instaurano una relazione diretta fra chi offre e chi domanda, lo sviluppo di forme politiche partecipate e conviviali, l'affermarsi di nuovi valori, come il piacere di vivere, l'armonia con la natura, la lentezza, l'equità, la partecipazione.

 

Le critiche e le risposte alle critiche

Le critiche che vengono mosse alla teoria della decrescita sono sostanzialmente di due tipi: quelle sulla sua utilità e quelle sulla sua efficacia.

Le prime possono essere riassunte nella dichiarazione di George W. Bush del 14 febbraio 2002: "La crescita è la chiave del progresso dell'ambiente, poiché fornisce le risorse che permettono di investire nelle tecnologie pulite: rappresenta dunque la soluzione e non il problema". Secondo questa scuola di pensiero, ampiamente maggioritaria sia a livello accademico che politico, il progresso tecnologico fornirà tutti gli strumenti per risolvere le criticità ambientali ed energetiche. Il problema della limitatezza delle risorse non viene riconosciuto come tale, e dunque un approccio basato sulla decrescita non viene tanto criticato quanto destituito di ogni fondamento.

La risposta a queste critiche è basata sull'osservazione che le economie più efficienti, come quelle degli Stati Uniti o della Norvegia, dimostrando la correttezza della teoria dell'"effetto rimbalzo", che afferma come l'efficienza e il progresso tecnologico siano strettamente legati all'aumento dei consumi e quindi allo 'spreco' di risorse, tra cui le fonti non rinnovabili.

Il secondo tipo di critiche parte invece da un riconoscimento dei limiti dell'attuale modello economico di riferimento, ma ritiene che la "ricetta" della decrescita non sia adatta a risolvere i problemi. In particolare la critica si concentra sul fatto che una generale riduzione dei consumi si tradurrebbe in una drastica riduzione dei posti di lavoro, con conseguenze drammatiche sulla società.

Le risposte a questo tipo di critiche si muovono su tre piani differenti: lungo, medio e breve periodo, considerati complementari. Sul lungo periodo si rimanda alla necessità di costruire un quadro di riferimento completamente differente da quello attuale. Dice infatti Latouche "Come non vi è nulla di peggio di una società del lavoro senza lavoro, non c'è nulla di peggio di una società della crescita senza crescita. La decrescita può essere prospettata solo all'interno di una "società della decrescita". In altre parole, senza una radicale modifica dell'attuale sistema produttivo, una politica economica incentrata su una drastica riduzione dei consumi porterebbe effettivamente ad un aumento significativo della disoccupazione e del disagio sociale.

Sul medio periodo la risposta riprende la necessità già riportata di internalizzare le esternalità negative. Oltre alla riduzione del consumo di materie prime ed energie non rinnovabili infatti, tale intervento porterebbe ad una crescita dell'occupazione, in quanto metterebbe in moto un trasferimento di denaro dall'acquisto di fonti energetiche e materie prime sempre più costose, al pagamento di redditi monetari in lavori che ne permettono la riduzione (ad esempio nel momento in cui l'internalizzazione dei costi causati dall'inquinamento non rendesse più convenienti i riscaldamenti a gasolio, si creerebbero posti di lavoro nel miglioramento dell'isolamento termico delle case).

Sul breve periodo, il maggior ricorso all'autoproduzione di beni e allo scambio non mercantile ridurrebbe come detto la necessità di reddito monetario e dunque di un lavoro retribuito.

 

Un'alternativa concreta?

Le parole più chiare in questo senso sono ancora una volta quelle di Latouche, nel libro già citato: "La critica radicale richiede soluzioni non meno radicali e certo non bisogna rinunciarci semplicemente perché l'audacia della prospettiva sostenuta rende difficilmente realizzabili le necessarie misure concrete e le loro implicazioni. Il problema è che queste misure non rappresentano un modello pronto all'uso come le famose 'strategie di sviluppo', ma sono vere e proprie utopie che mettono in movimento e creano nuove dinamiche in grado di riattivare prospettive bloccate e aprire la via a possibilità precedentemente ostruite. Inoltre, la costruzione di una società della decrescita sarà necessariamente pluralista. Si tratta di cercare modalità di realizzazione collettiva che non privilegino il benessere materiale distruttivo dell'ambiente e delle relazioni sociali".

Maurizio Pallante, rispondendo ad Alberto Castagna di Polemos (in .doc), afferma che la decrescita è come uno sgabello con tre gambe. Se ne togli una lo sgabello cade. Le tre gambe sono: 1) la tecnologia; 2) gli stili di vita; 3) la politica.

La più sorprendente quando si parla di decrescita è la tecnologia. Quando parli di decrescita molti pensano che si fondi su una diffidenza verso la tecnologia. Ma tale processo non si può realizzare se non attraverso tecnologie specifiche. Intendo dire, attraverso tecnologie che non hanno la finalità di aumentare la produzione, ma di risparmiare energia, materia prima e rifiuti. Esiste anche un movimento di industriali per la decrescita. Sono tecnologie che consentono l’uso degli oggetti, invece che il consumo. Consumo e consumatori, sono espressioni che confermano il paradigma della crescita. Ma gli esseri umani non consumano i beni, li usano. E quando smettono di usarli, l’oggetto usato contiene comunque beni riutilizzabili. Le tecnologie sono necessarie per riutilizzare tali beni, ad esempio.

Quando parliamo di stili di vita parliamo di sobrietà, che è una virtù e non coincide con la taccagneria. Sobrietà vuol dire semplicemente ridurre la propria impronta ecologica, ridurre la dipendenza dal mercato. Fare questo non vuol dire abolire il mercato. Non puoi autoprodurre tutto. Vuol dire semplicemente valorizzare lo scambio sotto forma di dono e di reciprocità. Mi riferisco ai criteri del M.A.U.S.S. (Movimento Anti Utilitarista nelle le scienze sociali - ndr): 1) Obbligo di donare; 2) Obbligo di ricevere; 3) Obbligo di restituire più di quello che hai ricevuto. Il dono e la reciprocità consentono cioè di creare legame sociale, la comunità, nel senso di cum munus (dono). Dono e reciprocità non riguardano naturalmente solo gli oggetti, ma spesso si tratta di scambio di servizi, fatto attraverso lo scambio di tempo e di competenze. In un contesto simile la dimensione mercantile è una parte del tutto e nemmeno la più importante.

Infine la terza gamba, la politica che ora è tutta in funzione della crescita. Veda Chiamparino, quando esprime la necessità di costruire la TAV parla di crescita economica, non dei bisogni e delle domande che dovrebbe soddisfare. Nello stesso tempo però, sarebbe possibile già oggi fare dei regolamenti edilizi come in Alto Adige, che impongano alle case di nuova costruzione o ristrutturate di consumare meno.

In Italia "cantieri della decrescita" come le Reti di Economia Solidale, i Gruppi di Acquisto Solidale, i Bilanci di Giustizia, le filiere corte, i progetti di economia delle relazioni nelle 'aree fragili', il 'movimento dell'acqua pubblica', possono essere considerate prime sperimentazioni concrete di questa logica.


(Scheda realizzata con il contributo di Dario Pedrotti)

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Decrescita" di Unimondo: www.unimondo.org/temi/economia/decrescita

Istituzioni e Campagne

Associazioni in Italia

  • Associazione per la Decrescita: è il soggetto nato per costruire una struttura di servizio con personalità giuridica di supporto alla "Rete per la decrescita serena, pacifica e solidale", che è costituita da una decina di nodi locali della decrescita. Pubblica periodicamente una rivista dal titolo "Le Decrescita - per una società serena, pacifica e solidale".
  • Movimento per la Decrescita Felice: fondato da Maurizio Pallante, che sulla base di proposte concrete, di cui è molto noto l'esempio dell'autoproduzione dello Yogurt, ha costituito proprie realtà in molte regioni italiane.
  • Partigiani per la decrescita
  • Strumenti per la decrescita

Video

Latouche: Praticare la decrescita