Noi la crisi non la paghiamo

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Campagna Non è il nostro debito - foto http://jubileedebt.org.uk/

“Non è il nostro debito quando non siamo stati noi a crearlo. Non è il nostro debito quando non siamo stati consultati. Non è il nostro debito quando i diritti fondamentali vengono violati in nome del suo pagamento. I debiti ingiusti non sono i nostri debiti!”

Questi slogan diffusi principalmente dallo spagnolo Observatorio Deuda y Globalisación, dalla britannica Jubilee Debt Campaign e dall’irlandese Debt and Development Coalition stanno facendo il giro del mondo a suon di comunicati diffusi sul web e amplificati da tutti i social network, taggati su facebook e twittati dai cellulari di mezzo mondo; non mancano poi video su Youtube e foto su Flickr individuati proprio come azioni mirate a incentivare la campagna di contestazione. Ed è proprio ciò che stanno cercando di creare gli animatori dell’iniziativa, ossia il consolidamento di una solida fascia dell’opinione pubblica mondiale che dica di “no” al modo in cui i grandi poteri politici ed economici hanno ideato le politiche di sviluppo. “No” a questo tipo di globalizzazione e un “no” deciso soprattutto alla precedenza che da anni è stata accordata alla finanza rispetto all’economia reale, e soprattutto alla persona, che ha relegato così i cittadini al fondo di questa graduatoria ideale di priorità.

È la cosiddetta Settimana internazionale contro il debito illegittimo, indetta tra l’8 e il 15 ottobre, proprio mentre si riuniranno a Washington i vertici della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per il consueto vertice annuale. Sono infatti proprio i grandi consessi internazionali a essere presi di mira dai movimenti di contestazione, e non solo quelli “elitari” quale il G8-G20. Per quanto l’interfaccia del sito web della Banca Mondiale si sforzi di diffondere l’immagine di un Istituto vicino alle persone e riproduca dati, ricerche e progetti di sviluppo in corso, agli occhi di non pochi contestatori pare del tutto fuori luogo il suo motto “Working for a World Free of Poverty”, traducibile in “Lavorando per un mondo libero dalla povertà”. La Banca Mondiale, come il Fondo Monetario Internazionale, l’una impegnata nella crescita economica attraverso il finanziamento di progetti di sviluppo e l’altro nell’erogazione di prestiti per Paesi che presentano rilevanti deficit di bilancia dei pagamenti, sono infatti individuati come i responsabili di ricette per lo sviluppo e politiche di austerità che solo in rari casi hanno raggiunto gli obiettivi di sviluppo prefigurati, se non sul piano del bilancio finanziario. Conti a posto ma cittadini ridotti alla fame, senza lavoro e cure sanitarie (e in tal senso il caso della Grecia è tanto esemplificativo quanto tragico), queste le accuse mosse alle Agenzie create sul finire della seconda guerra mondiale nel vertice di Bretton Woods, allorché la ricostruzione e il benessere economico furono indicati come obiettivi da raggiungere nell’immediato dopoguerra, attribuendo alla loro assenza le aberrazioni del conflitto che aveva devastato il mondo intero.

Forse ci troviamo oggi in una situazione analoga, non tanto in termini di contesto post-bellico quanto di instabilità? La crisi economica che avvolge soprattutto i Paesi dell’emisfero nord del mondo è stata accompagnata da ricette di austerità e tagli al welfare dettati specialmente dal FMI che fanno dubitare dell’obiettivo ultimo dello stesso Istituto di assicurare quella “libertà dal bisogno”, ossia un adeguato standard di vita (incluse le opportunità economiche, di impiego, la sicurezza sociale e l’assistenza sanitaria), teorizzato dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt nel suo Grande Disegno per il dopoguerra.

Eppure il direttore della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, meno di una settimana fa ha dichiarato che la povertà estrema (riferendosi così a quel miliardo di persone al mondo che vivono con meno di un dollaro e 25 centesimi al giorno) “è la questione morale centrale dei nostri tempi” e ha indicato un forte impegno dell’Organizzazione alla sua eliminazione entro il 2030. Un impegno importante che a poco più di 2 anni dalla scadenza degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dell’ONU nel 2015 denuncia il fallimento del suo primo obiettivo. Ma, al di là dello scarso collegamento delle policy delle diverse organizzazioni multilaterali, sarebbe forse opportuno chiedersi se il fatto che questo movimento di contestazione stia crescendo in Europa, e la provenienza dei 3 gruppi ideatori della campagna “it’s no tour debt” lo dimostra, induca a una crescita di attenzione verso chi sta scivolando nella povertà (per quanto ancora non estrema) e rivendica nuove strategie globali che tengano conto del primato della persona sulla Realpolitik che spesso gli Stati prediligono.

Miriam Rossi

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