Le elezioni in Grecia: crescita o austerità?, questo è il dilemma

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A meno di 24 ore dall’apertura delle urne in Grecia la creatura partitica di Alexis Tsipras sembra già avere la vittoria in pugno. Dopo il successo nelle elezioni del Parlamento europeo dello scorso maggio, quando Syriza ha raccolto il 26% dei consensi affermandosi come primo partito greco e dando un sonoro smacco di più di tre punti percentuali ai liberal-conservatori di Nea Dimokratia del premier Samaras al governo con il Pasok del socialista Evangelos Venizelos, Tsipras riprova a fare il pieno dei consensi per costruire un governo monocolore. Infatti, in base alla legge elettorale greca, il partito che conquista la maggioranza assoluta, pari a 151 seggi, beneficia di un “bonus” di ulteriori 50 seggi nel futuro Parlamento, volto a garantire la stabilità all’esecutivo. Sfiorando nei sondaggi il 35%, Syriza si avvicina decisamente a questo obiettivo ma, con una manciata di voti dall’esterno, la sua vittoria apparirebbe cosa fatta: l’accordo più accreditato dà particolare rilievo al To Potami, il partito fondato lo scorso marzo dal giornalista Stavros Theodorakis con orientamento di centrosinistra e liberale ma, elemento forse più rilevante dall’estero, europeista al 100%. Un legame che non permetterebbe dunque a Syriza di slegarsi dal cammino europeo nel caso di un glaciale raffreddamento, se non di una rottura, dei rapporti con Bruxelles.

Che le elezioni in Grecia costituiscano o meno una nuova prova sulla quale si misurerà la tenuta dell’Europa unita, un tema assai in voga nei fumosi dibattiti tra gli opinionisti che stazionano nelle tribune politiche, di certo non manca l’interesse di Syriza di imporsi come ago della bilancia della futura politica europea proponendo un modello di sviluppo e di crescita alternativo a quello attualmente in corso. In particolare sarebbero i Paesi della sponda sud dell’UE con altrettante disastrate economie, prime fra tutti Italia, Spagna e Portogallo, a guardare con profonda attenzione alle trasformazioni che un eventuale governo dominato da Syriza potrebbe imporre alle ricette economico-sociali dettate dalla Troika e attuate da anni in Grecia. Anche il gruppo della Sinistra Unitaria Europea e della Sinistra Verde Nordica (in sigla GUE-NGL) del Parlamento europeo innesta il voto nazionale greco in uno scenario di ben più ampio respiro dichiarando alla stampa la propria vicinanza al 100% “ai nostri amici di Syriza che potrebbero condurre a un futuro migliore per la Grecia”, poiché “la loro vittoria sarebbe un chiaro messaggio di cambiamento e di speranza per l’Europa intera, un messaggio che le politiche neoliberali di austerità e di spoliazione sociale non sono una strada a senso unico. Sarebbe un trionfo per la democrazia greca sulle banche e sulle corporazioni; sarebbe una vittoria per tutte le forze europee progressiste”.

Le elezioni politiche anticipate in Grecia del 25 gennaio, determinate dal flop del governo di coalizione nella nomina del nuovo Presidente della Repubblica, appaiono sotto osservazione forse più per il riflesso che avranno sugli equilibri europei che sul piano strettamente interno. E dunque alle speranze del Fronte Nazionale francese, affidate da Marine Le Pen a “Le Monde”, di una vittoria di Syriza in Grecia così da aumentare il fronte degli euroscettici, fa eco l’assordante silenzio della Cancelliera Merkel che non intende intromettersi nelle vicende interne del futuro governo di Atene pur non rinunciando a ricordare che la “Grecia ha sempre rispettato in passato i suoi impegni” e ci si aspetta dunque che continui a farlo. In realtà Syriza da tempo non chiede più l’uscita della Grecia dall’euro, almeno a livello programmatico. Il suo leader, Tsipras, promette ai greci un rilancio dell’economia con il ritorno del salario minimo, l’aiuto alle famiglie ormai ridotte in miseria, la riassunzione dei licenziati, insomma con tutta una serie di politiche sui servizi dello stato sociale eliminate dalla scure degli ultimi anni di tagli e recessione. La copertura finanziaria di queste azioni rimane il chiaro punto dolente della campagna elettorale ma appare sovrastata da una visione politica di Syrisa, tacciata secondo alcuni di pura retorica, che sogna una trasformazione dell’UE ma senza distruggere le fondamenta del progetto di integrazione delle comunità, condivisa, anzi che si vorrebbe potenziare mettendo però l’economia e la finanza al servizio dei cittadini europei, e non il suo contrario.

Non meno retorici appaiono peraltro gli allarmismi finanziari lanciati da tempo sui media internazionali e potenziati dalle notizie provenienti dalle borse, che sembrano risentire dell’incerto clima politico greco. A un “O votate noi o sarà il caos” ammonito dal premier uscente Antonis Samaras, fa eco l’aria di contrapposizione fomentata anche da Tsipras che invita a prepararsi al “terrorismo mediatico” che cerca di trasformare la rabbia del Paese per i cinque anni di crisi, in paura. Nel caso di una vittoria di Syriza sarà in ogni modo certa la richiesta di rivedere i termini dei 240 miliardi di euro di prestiti ricevuti dalla Grecia in questi anni salvandola dalla sicura bancarotta, non tanto per riscattare le responsabilità dei governi del Paese nella malgestione del servizio pubblico e nella truffa dei conti, quanto piuttosto per comprendere i risultati apportati dall’ingresso dei soldi di Banca Centrale Europea, Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale nel sistema finanziario ed economico ellenico. Un assist su questo punto è giunto proprio in questi giorni dal recente studio della ong britannica “Jubilee debt campaign” che ha dimostrato che meno del 10% dei fondi erogati è finita nelle tasche dei cittadini, il restante ha salvato la finanza del Paese, o meglio dell’eurozona. Accuse pesanti che finiscono per suggerire una significativa sforbiciata del debito greco come unica soluzione per permettere il rilancio dell’economia nazionale, esattamente come nel programma elettorale di Syriza.

L’Europa continua a guardare con apprensione alla domenica di voto di Atene, ma soprattutto alle decisioni politiche sul piano economico e alle speculazioni finanziarie che potrebbero seguire già ad inizio settimana. Tante domande a cui fra poche ore seguiranno alcune risposte.

Miriam Rossi

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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