Falun gong: quella meditazione pericolosa

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Foto: Unimondo.org

Ci incontriamo per la prima volta in Questura, devo aiutarlo a completare una pratica. Abbiamo un appuntamento, ma la sala è piena e la pazienza si siede con noi e ci fa compagnia. Rompiamo il ghiaccio con qualche chiacchiera sul primo sole di primavera, sulla lista interminabile di documenti da presentare allo sportello, sulla famiglia rimasta in un’altra città, “perché tanto questa volta mi fermerò qui poco”. Mi cade l’occhio sul documento che tiene tra le mani, non un vero e proprio passaporto, anche se ci assomiglia molto e risulta facilmente confondibile. In realtà però quel libretto blu scuro ha una scritta in inglese e in francese che si traduce in “Titolo di viaggio (Convenzione 28 luglio 1951)”. Così tante volte nominata e citata in mesi di lavoro con i richiedenti asilo, eppure ci metto un attimo a unire i puntini sul foglio della memoria e rendermi conto che quella Convenzione messa lì tra parentesi in caratteri dorati sulla copertina del suo documento è quella Convenzione, che più di 60 anni fa a Ginevra e per il mondo ha definito lo status di rifugiato.

Ha voglia di raccontarmi la sua storia, lo ascolto volentieri. Senza troppi giri di parole mi riassume rapido la ragione di quel suo documento: “Sono scappato dalla Cina perché la mia vita era in pericolo a causa delle meditazioni che praticavo”. Pur avendo (purtroppo) familiarità con vicende umane di persecuzioni e torture così assurde da poter essere vere, chiedo a me stessa un ulteriore sforzo per immaginare un posto dove, “per le meditazioni che pratichi”, tu possa essere in pericolo di vita.

Eppure bastano poche parole chiave per mettere assieme quegli elementi essenziali che non lasciano spazio ai dubbi: campi di lavoro, rastrellamenti della polizia, traffico di organi, Falun Gong. Metto in moto le associazioni e cerco di fare un po’ d’ordine in testa: la “Pratica della ruota della legge”, altrimenti detta Falun Dafa o Falun Gong, è un movimento spirituale cinese fondato da Li Hongzhi nel 1992 il cui principio fondamentale è “l’assimilazione della natura suprema del cosmo (Verità, Compassione, Tolleranza)”. Verità, compassione, tolleranza: tre parole la cui difesa ha dato al mondo milioni di profughi, da quel Gesù di Nazareth a te che seduto in questa sala d’attesa mi racconti la tua storia.

Il Falun Gong è una pratica che mira al benessere psico-fisico e che, nata per essere libera, pubblica e gratuita, ha attratto fin dall’inizio milioni di persone. Si sa che movimenti di questo tipo sono sempre visti con sospetto da chi occupa posizioni di potere: non solo per il gran numero di persone che coagulano, ma forse ancor più per quel vento di libertà che si portano addosso. E infatti, l’ex Presidente Jiang Zemin nel 1999 identifica nel movimento una minaccia alla stabilità politica e sociale della Cina, un culto malvagio che diffonde superstizioni per ingannare la gente, e lancia contro i Falun Gong una campagna di repressione su larga scala, emanando nell’ottobre dello stesso anno una legge contro le organizzazioni “eretiche”. Dal 2001 in poi, quando 5 persone autoimmolatesi a piazza Tienanmen sono state archiviate dalla propaganda governativa come suicidi riconducibili ai Falun Gong, il movimento è stato perseguito e represso.

Mio fratello è rimasto due anni in un campo di lavoro, quando poi è uscito ha raggiunto l’Australia e lì ha chiesto asilo”, prosegue il mio interlocutore, interrompendo il flusso dei pensieri che mi si affollano in testa, mentre cerco di ricucirli nel brusio della sala. Mi ripropongo, appena arriverò a casa, di cercare elementi comprovanti le sue affermazioni, memore di quei giorni passati a lavorare alla Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale, dove la verifica delle informazioni raccolte durante le interviste è parte integrante del processo di riconoscimento dello status. E’ quell’accorgimento necessario a evitare errori e garantire equità nelle decisioni, al di là della commozione e dell’emozione. Non mi ci vuole molto a trovare conferme al riguardo: riconosciuta all’unanimità dal Congresso Americano come una persecuzione che non ha alcuna ragion d’essere, quella contro i Falun Gong è invece considerata dal governo cinese come la giusta misura nei confronti di gruppi religiosi non autorizzati, con obiettivi di sovversione politica.

La questione però si complica, perché nel racconto mi ha parlato anche di casi di traffico di organi legati ai prigionieri Falun Gong. Forse ho capito male, voglio approfondire. Apprendo che la resistenza è compatta, attiva e pacifica, e si serve di volantini, filmati e petizioni per combattere un’ingiustizia che non solo condiziona la libertà di espressione di chi ha scelto di praticare questa meditazione, ma che limita anche le possibilità stesse di sopravvivenza di coloro che vengono arrestati. Un’interessante video riassume la questione in pochi minuti. La Cina non ha un programma di donazione di organi ma ogni anno si stimano circa 7000 trapianti d’organi prelevati da persone decedute che il Governo fa risalire per la maggior parte a detenuti condannati a morte. I dati sugli executed prisoners sono coperti da segreto di Stato ma Amnesty International stima che i condannati a morte siano circa 1700 ogni anno. 7000 vs. 1700? Dietro la discrepanza delle cifre si cela un giro di affari di milioni di dollari che coinvolge i corpi politici e militari dello Stato ma anche mediatori indipendenti, e che trova in molte delle testimonianze di prigionieri Falun Gong inquietanti corrispondenze.

Fin dal 2002 Human Rights Watch ha raccolto storie ed evidenze di questa “meditazione pericolosa” che negli ultimi anni, nonostante le notizie riportate da Amnesty International della liberazione di alcuni prigionieri dagli RTL (Re-education Through Labour, campi di rieducazione attraverso il lavoro), continua a rimanere sotto costante sorveglianza da parte della polizia.

Ci chiamano allo sportello, è il nostro turno. I funzionari sono gentili, fanno qualche domanda in più rispetto al solito, ma il suo lavoro rispettabile e quel titolo di viaggio rilasciato da un “Paese amico” sono un buon lasciapassare.

Usciamo e lui riprende il discorso nel viale fuori dagli uffici. Non posso fare a meno di chiedergli come se la passa la sua famiglia: mi dice che i genitori ultrasettantenni ogni tanto ricevono ancora qualche visita da parte dei poliziotti e - aggiunge - “You know, Chinese policemen are not very polite”. Provo a immaginarli questi poliziotti “non molto educati”, e non mi ci vuole molto… troppe immagini recenti, dagli Stati Uniti all’Italia, mi riportano alla mente immagini di una professione spesso difficile, a volte abusata. “Non se la prendono con i miei genitori, sono anziani e non hanno mai praticato il Falun Gong; chiedono loro informazioni su di me e mio fratello, ma loro rispondono che siamo all’estero e che non hanno nostre notizie da tempo, e loro se ne vanno”. Insisto con una domanda che non riesco a trattenere, perché uno dei particolari che mi colpiscono di più in queste storie tutte diverse e tutte uguali con le loro ragioni di fuga e di dolore, sono queste famiglie interrotte, e questa volta senza ragioni. Mi guarda con lo sguardo perso tra ricordi e preoccupazioni, ed è uno sguardo così pieno che i miei occhi non riescono più a sostenerlo. Ci salutiamo così, lui con la promessa di tenermi aggiornata sulle campagne attive per il riconoscimento di questo movimento spirituale, io con la sensazione che per quanto si combattano piccole battaglie quotidiane per evitare le notizie spiacevoli o dolorose, nessun problema sarà mai “degli altri” fino a quando con il nostro silenzio ne saremo complici.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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