Chi paga il costo del cibo economico?

Stampa

foto: Slowfood.it

È stato un fantastico momento di formazione, che ci ha ricordato che possiamo scegliere come vivere la nostra vita e in che modo abbiamo scelto di impiegare le nostre risorse. Nessuno pensa di non pagare il giusto per il cellulare. Al tempo stesso, un cibo buono, pulito e giusto costa ovviamente di più di quello cattivo, sporco e nato dallo sfruttamento. Possiamo e dovremmo scegliere di sostenere il cibo che è sostenibile sotto ogni aspetto. Il problema è come.

Costo e prezzo

Un numero crescente di persone, soprattutto in questa recessione globale, è costretto a “scegliere” cibo economico non sostenibile anziché un sostentamento più costoso. Ma troppo spesso il costo totale del cibo economico è nascosto. Uno studio condotto in India ha rilevato che il vero costo ambientale e sociale di un hamburger prodotto diboscando una foresta era di 200 dollari, ed è probabile che questa sia una sottostima qualora si tenga conto anche di tutti i costi per la salute in termini di obesità, diabete e malattie cardiache.

I prezzi sono un indicatore inadeguato del valore di ciò che entra nel nostro cibo – l’americano medio ha bisogno dell’equivalente di 2000 litri di petrolio per alimentare l’agricoltura industriale, dall’irrigazione alla produzione di fertilizzanti azotati. L’intero costo relativo al cambiamento climatico è compreso nel prezzo del cibo? No di certo. Negli Stati Uniti alcuni lavoratori vivono in condizioni di schiavitù moderna e coloro che li tengono in simili condizioni sono perseguiti con le stesse leggi usate per abolire la schiavitù negli anni Sessanta dell’Ottocento. Le loro sofferenze sono comprese nel prezzo del cibo che producono? No di certo.

La risposta progressista a questo stato di cose è comprensibile: dobbiamo pagare di più per il cibo in modo che il valore dell’ambiente sia tenuto in maggior conto e che chi produce cibo guadagni di che vivere decorosamente. È un sentimento che ha la sua apoteosi nel movimento del commercio equo, in cui i lavoratori dei paesi in via di sviluppo sono pagati equamente per produrre i cibi tropicali che le popolazioni dei paesi sviluppati vogliono mangiare – caffè, cacao, banane e così via. Prima di affermare che c’è qualcosa che non va in questa realtà, preciso: «Sì, compro prodotti del commercio equo». Perché qual è l’alternativa? Commercio iniquo? Commercio che ci sporca le mani di sangue? No di certo. Eppure questa realtà presenta qualcosa di problematico. Il problema non sta solamente nella pratica del commercio equo, anche se studi recenti rilevano che i suoi benefici per i lavoratori e per l’ambiente sono stati alquanto esagerati.

La politica del valore

Il problema sta nella teoria su cui si fonda il commercio equo. In ultima analisi, è un sistema in cui comandano i consumatori e i loro intermediari. Chiedete ai contadini dei paesi in via di sviluppo che cosa gli piace e il commercio equo appare in basso nell’elenco. Non che i contadini disdegnino prezzi più alti, ma per una produzione sostenibile questioni come un equo accesso alla terra, all’acqua e ai mercati locali sono molto più importanti. Sono questioni che il commercio equo non tocca, perché l’equilibrio di potere resta saldamente nelle mani di chi ha più denaro.

Prendere seriamente l’idea di Slow Food della co-produzione significa come minimo riequilibrare il potere tra coloro che producono e coloro che consumano il cibo. Quando si distribuisce il cibo attraverso il mercato, il potere è nelle mani dei consumatori. Riconosciamo che i mercati sono un indicatore inadeguato del valore del cibo, che il commercio equo in realtà scalfisce solo la superficie del problema della sostenibilità e lascia intatta la dinamica teorica del potente che detta al povero i termini dello scambio. È un paternalismo molto amichevole, bene intenzionato e benevolo.

Qual è allora l’alternativa? Non suggerisco che dovremmo abbandonare i mercati, ma che occorre un controllo sociale molto più attento su di essi. Ci vuole un intervento sociale maggiore nella politica del valore, non solo nella sua economia in cui ognuno può far sentire la propria voce. Corriamo seri pericoli lasciando che il mercato ci sottragga questo ruolo. Facciamo un altro esempio che è citato sempre più spesso nel mondo del cibo. Alcuni attivisti e commentatori hanno suggerito che la risposta è pagare i contadini che mostrano un buon comportamento ambientale e sociale. Ritengo che sia una cattiva idea, non perché il fine non sia giusto ma perché i mezzi sono disdicevoli. Pagare i contadini, o chiunque altro, per non fare cose che non dovrebbero fare è una cattiva idea. Se vi offrissi denaro per ogni cucciolo che non avete preso a calci, userei gli strumenti del mercato per accrescere il valore del non prendere a calci i cuccioli. Così si trasforma un comportamento in qualcosa che si può comprare e vendere, anziché considerarlo un punto di partenza non negoziabile di tutti gli esseri umani; parimenti, una buona pratica ecologica e sociale deve diventare la base di tutta l’agricoltura. Prima che il cibo possa avere un prezzo, equo o meno, esso dev’essere una merce, deve diventare una cosa che si può comprare e vendere a certi termini. La società ha gli strumenti per determinare che cosa è accettabile o inaccettabile in questo processo – per esempio, ridurre le persone in schiavitù è generalmente disapprovato. Consegnando le decisioni etiche al mercato abdichiamo al processo politico di stabilire in che modo lo scambio deve avvenire. Ciò di cui abbiamo bisogno è una politica molto più democratica relativa al valore del cibo, in cui i termini dello scambio sono negoziati su una base molto più egualitaria.

La prima cosa che occorre è il tempo. Per avviare questo dibattito, che spero vivamente si svolga a Terra Madre, occorre una riflessione democratica più difficile. Slow Food ha bisogno di una politica slow se vuole affrontare le disuguaglianze profonde del commercio internazionale e per la verità anche nazionale. Tuttavia, quest’idea è una condizione sine qua non di Slow Food. Trasformare il punto di partenza del valore del cibo è rivoluzionario, ma l’idea della co-produzione non richiede nulla di meno.

Raj Patel da Slowfood.it

Ultime su questo tema

Il carrello della spesa degli italiani è sempre più equo e solidale

11 Giugno 2017
I prodotti Fairtrade venduti al dettaglio nel 2016 hanno raggiunto il valore di 110 milioni di euro, l'11% in più dell'anno scorso. 

Abbiamo riso per una cosa seria

18 Aprile 2017
È partita la XV Campagna nazionale "Abbiamo riso per una cosa seria" a favore dell'agricoltura familiare in Italia e nel mondo.

Un altro mondo è possibile anche con il commercio equo e solidale

09 Aprile 2016
Il 3 marzo scorso la Camera dei deputati ha approvato la proposta di legge “Disposizioni per la promozione e la disciplina del commercio equo e solidale”. (Francesca Benciolini)

Miss Carcadè in Italia

10 Giugno 2015
Florence Kamau è una giovane produttrice di carcadè, camomilla e citronella. E' arrivata dal Kenya per l'expò di Milano. Anzi; mi correggo, per un evento parallello alla grande convention di M...

L'altra Expo

06 Giugno 2015
73.000 sono gli incontri per l'Expo di Milano. Fa da contr'altare l'Expo dei popoli che ha riunito rappresentanti di piccoli agricoltori, pescatori e pastori da ogni dove. (Fabio Pipin...

Video

Rai Tre: Campagna Altromercato