Commercio equo e solidale

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“Le monoculture della mente cancellano la percezione della diversità e insieme la diversità stessa. La scomparsa delle diversità fa scomparire le alternative...”. (Vandana Shiva, Monoculture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995)

Introduzione

Fatti a mano, tostati, ricoperti, intrecciati, tessuti, battuti, fusi e riplasmati, da suonare, colorati, naturali, per i piedi, le mani, le orecchie, la bocca, gli occhi ma soprattutto sia per la dignità di artigiani e agricoltori che nel rispetto delle loro culture. Non solo prodotti originali fondati sui saperi delle comunità ma anche coscienza, per esempio, che l’aumento dell’1% dell’export africano produrrebbe un introito di 70 miliardi di dollari, superiore a cinque volte gli aiuti che il continente nero riceve da tutto il mondo, hanno dato vita al comes. Quel “Trade not aid” già proclamato dall’Unctad nel 1964.

Il comes o Fair Trade nasce in Olanda alla fine degli anni Sessanta con la fondazione di Sos Wereldhandel (l’attuale Fair Trade Organisatie), la prima organizzazione per l’importazione di prodotti equi e solidali. Nel 1969 nasce la prima Bottega del Mondo nella piccola città olandese di Breukelen. Dopo due anni se ne contano 120 diffuse in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. Compresa l’Italia. Nel 1979, a Morbegno, in provincia di Sondrio si vendono i primi prodotti artigianali di juta del Bangladesh. Le prime balle di juta intrecciato vengono vendute nelle fiere e tramite i mercati informali.

Agli inizia degli anni ’80 a Milano l’ong Mani Tese implementa la prima vendita organizzata mentre a Bressanone nasce la “Dritte Welt Länden”, prima Bottega del Mondo italiana (ancora oggi attiva); a Bolzano si ha il primo dipendente. Nel 1988 nasce la prima centrale d’importazione italiana con sede a Bolzano: Ctm Altromercato. Nello stesso anno nasce RAM – Roba dell’Altro Mondo con sede a Recco mentre nel 1992, uno dei gruppi fondatori di Ctm (Ferrara Terzo Mondo) insieme ad altre realtà danno vita a Commercio Alternativo.

Nelle Botteghe vengono commercializzati beni provenienti da gruppi di produttori organizzati, scelti secondo criteri equi e solidali ben precisi e legati ad una politica di solidarietà internazionale mirata alla promozione dei diritti delle popolazioni di questi Paesi e alle persone che prendono parte a questo movimento. L’impegno delle Botteghe del Mondo è indissolubilmente legato alla cooperazione con i piccoli produttori di Africa, Asia e America Latina. Tale cooperazione aiuta le parti ad affrontare il divario di un mercato globalizzato sempre più escludente.

Il comes, infatti, è una partnership economica basata sul dialogo, sulla trasparenza e sul rispetto e mira ad una maggiore equità nel commercio internazionale. Questo, si sa, è costituito da una lunga e complessa catena, che schiaccia inevitabilmente l’anello più debole, cioè i produttori dei sud. Il pagamento che viene loro fatto per il lavoro o per l’acquisto dei prodotti è spesso al limite della sussistenza. Ciò perpetua povertà e sottosviluppo e rende impossibile l’uscita dal circolo vizioso. Il commercio equo prova a rovesciare questo meccanismo di sfruttamento, organizzando tutta la sua filiera in funzione del riconoscimento di un prezzo equo al produttore. Dove per “equo” si intende tale da consentire una vita dignitosa e da avere la possibilità di sviluppare l’attività economica.

Gli interlocutori privilegiati del comes sono, quindi, comunità organizzate secondo i principi di democrazia di base che prevedono la partecipazione collettiva al processo decisionale e che perseguono logiche di autosviluppo. Si sceglie di privilegiare gruppi di produttori riuniti all’interno di una struttura organizzativa di tipo cooperativistico, dove l’attività produttiva, così come l’accesso ai mezzi di produzione, deve essere ripartita equamente tra tutti i componenti del gruppo, senza distinzione di sesso, età, condizione sociale e religione.

All’interno di società povere non si privilegiano coloro che hanno già opportunità ma gruppi di persone discriminate, svantaggiati e oppressi, evitando intermediari o grossisti locali che potrebbero, in qualsiasi modo, lucrare sul lavoro dei produttori. Inoltre, si sostengono le forme tradizionali di produzione, in armonia con l’applicazione di tecnologie appropriate. Per i prodotti alimentari viene incentivata, garantendo maggiorazioni di prezzo, la produzione secondo i criteri dell’agricoltura biologica, certificata da enti riconosciuti a livello internazionale.

Eventuali utili delle organizzazioni di produttori vengono reinvestiti nell’attività lavorativa o utilizzati a beneficio sociale della comunità negli ambiti dell’educazione, dell’assistenza sanitaria o altro. Il prezzo d’acquisto nei luoghi di produzione dei prodotti destinati al comes deve essere il più equo possibile, il che significa che il prezzo viene deciso in un'ottica di cooperazione comune e su base di medio periodo in modo da sviluppare la controparte.

Dal lato della commercializzazione, i prodotti vengono venduti a un prezzo trasparente, che rivela chiaramente la percentuale corrisposta al produttore e la percentuale delle spese di attività.

Non solo botteghe. Anche supermercati, bancarelle parrocchiali, vendite occasionali. Con qualche garanzia in meno. Infatti, mentre nelle botteghe del mondo, si ha la certezza della provenienza al di fuori di queste si possono trovare diverse tipologie di prodotti che non sempre rientrano nel comes. Non tutti, infatti, sono certificati FLO (Fairtrade Labelling Organizations). Detta organizzazione stabilisce i criteri che caratterizzano il comes. Le organizzazioni di certificazione che ne fanno parte assegnano poi il marchio ai prodotti che, nei vari paesi, rispondono a tali criteri, in modo da rendere facilmente identificabile e riconoscibile il prodotto comes da altri. Il marchio costituisce una garanzia per il consumatore perché certifica che i prodotti sono controllati in tutto il processo: dal produttore all'importatore a chi li vende nella piccola, media e grande distribuzione. Ma la certificazione FLO, purtroppo, si può aggirare con un escamotage.

La multinazionale che commercia da sempre caffè iniquo e quindi frutto dello sfruttamento dei lavoratori malpagati che lavorano in ambienti insalubri, ad esempio, può creare un “azienda controllata” che agisce su un territorio di dimensioni irrisorie nel sud del mondo. In quest’“isola felice” i criteri del commercio equo vengono rispettati: correttezza nei trattamenti salariali, democraticità nella gestione interna, nessuna forma di lavoro minorile, rispetto dell’ambiente, investimenti con risvolto sociale e con ricadute sulla comunità.

Contrariamente alle culture che la circondano si punta anche alla sostenibilità ambientale, privilegiando produzioni biologiche, l’uso di materiali riciclabili e processi produttivi e distributivi a basso impatto ambientale.

A questo punto FLO non può che rilasciare la certificazione “equo e solidale” al prodotto della “controllata”. La multinazionale sbandiera questa certificazione, attraverso i propri studi marketing. Lo slogan: il nostro caffè è “equo e solidale” inganna in realtà il consumatore che non è in grado di discernere il poco caffè prodotto dalla controllata, che sarà pari ad una percentuale da prefisso telefonico, da tutto il caffè della multinazionale ove le condizioni lavorative sono tutt’altro che eque. Di certo la massaia non legge ciò che è riportato a piè di pagina in minuscolo da un asterisco nella pubblicità o fa comparazioni complicate tra etichette. E questo le grandi catene lo sanno. Eccome.

Insomma, vi sono anche attori equofurbi. Il mondo del Comes non ha però visto questa intrusione come una minaccia ma come un’opportunità o, meglio, una vittoria. Obiettivo del comes, infatti, è la contaminazione ed il fatto che decine di multinazionali con proprie controllate o meno vogliano il marchio fair trade ci dice che siano state contaminate.

Qualche decina d’anni or sono, infatti, quando il comes era agli albori, le multinazionali diffidavano da questo approccio che poi s’è rivelato vincente con una crescita a due cifre. Nel 2006, per esempio, i consumatori di tutto il mondo hanno speso più di 1,5 miliardi di euro per l’acquisto di prodotti a marchio comes. L’aumento del 41% rispetto all’anno precedente ha portato dei vantaggi ad oltre un milione e quattrocentomila produttori e lavoratori dei diversi Sud del mondo. La straordinaria crescita riguarda varie categorie di prodotti, ma in particolare il cacao, le cui vendite sono aumentate del 93%, il caffè del 53%, il te del 41% e le banane del 31%. Inoltre i produttori di cotone Fairtrade hanno visto duplicarsi la domanda del loro prodotto in un solo anno.

Il mercato è stanco e saturo di prodotti artigianali che non hanno una loro storia, specificità, sapere profondo. La Cina inonda quotidianamente i nord del mondo di questi prodotti a basso valore culturale. Attraverso il comes molti microproduttori possono tessere il loro sapere in un prodotto artigianale da far conoscere all’esterno. Ciò permette la conservazione culturale oltre la trasmissione storica. Il tentativo di industrializzare questi luoghi è un delitto culturale oltre che un fallimento economico in quanto nel villaggio globale Cindia (Cina più India) non ha concorrenti in termini di prezzo ma vengono sconfitte nella qualità.

Queste cifre più che la filosofia di fondo ha indotto decine di multinazionali a tentare l’occupazione anche di questo spazio commerciale. I “pionieri” del comes non si devono scoraggiare ma forti della propria presenza sul territorio e capacità di far rete devono continuare, secondo Leonardo Brichetti, la contaminazione al fine di uscire dall’approccio simbolico, caritatistico, una tantum che è proprio delle holding. E’ dello stesso parere Frans Van Der Hoff, il prete inventore del commercio equo. Egli denuncia che “la carità è un peccato mortale". Serve solo a placare la cattiva coscienza del Nord del mondo ma non risolve nulla. Anzi toglie la dignità nei Sud del mondo.

Ma, per fortuna, alcune aziende si sono contraddistinte ed hanno cercato di andare oltre la simbologia con scelte economiche affatto parziali. Ad esempio, il supermercato inglese Sainsbury ha annunciato la conversione dell’intera gamma di banane con banane Fairtrade. Un’altra catena inglese, Mark & Spencer, risponde al desiderio dei suoi clienti di poter fare acquisti etici convertendo l’intera gamma di te e caffè in prodotti a marchio Fairtrade (aprile 2006). La catena Dunkin Donuts ha adottato una politica Fairtrade per il 100% del caffè venduto in America del Nord e in Europa. Nel settembre 2006 Insomnia Coffee Company in Irlanda ha annunciato che il caffè servito nei punti vendita di tutto il paese sarebbe stato cento per cento comes. Scandic and Hilton, una delle più importanti catene di hotel della Svezia, ha annunciato in ottobre che convertirà tutto il suo caffè in caffè equo e solidale.

Insomma, s’intravedono possibilità di collaborazione. Dall’altro lato le organizzazioni di base riunite in Agices - Associazione Assemblea Generale Italiana del Comes hanno avvertito comunque l’esigenza di elaborare la carta dei criteri del comes che aiuta a discernere i diversi attori riducendo la confusione spesso voluta.

Una cosa è certa. Il consumatore all’interno della Bottega del Mondo sa di non essere ingannato. Il suo acquisto favorisce un ritorno immediato sul territorio o tessuto urbano. Inoltre rafforza la bottega come spazio di aggregazione, incontro, scambio, coscientizzazione, luogo fisico di contatto tra i nord ed i sud del mondo.

L’acquisto fatto nei supermercati non favorisce sempre una ricaduta culturale per la pace, l’autosviluppo, la sobrietà dei consumi ma l’apporto non è comunque indifferente, in termini di fatturato, per i microproduttori oltre mare ai quali vanno garantiti dei flussi d’acquisto costanti. Per questo il comes, pur con qualche difficoltà nella base sociale, ha optato nella sua evoluzione anche per la grande distribuzione. Inizialmente con spazi spesso angusti, lontano dalle casse, emarginati o nascosti ma poi, con la formazione dei direttori di supermercato, e la sensibilizzazione dei quadri dirigenti, si è guadagnato una maggior visibilità che se paragonata alla vendita del “cibo per gatti” è di gran lunga inferiore, ma corrisponde alla strategia di occupare gli interstizi utili per contaminare il mercato.

Questa “contaminazione” è stata letta da parte di alcuni fondatori del comes come una promiscuità, una confusione da evitare. Ma i produttori richiedevano e richiedono tutt’oggi una maggior commercializzazione dei propri prodotti e poco importa in quali luoghi. Ciò ha portato non solo ad una relazione con la Grande distribuzione ma anche all’apertura domenicale di alcune botteghe del mondo nei periodi di maggior afflusso commerciale. Nulla di paragonabile con le aperture del profit. Tuttavia, poche domeniche consentono di rispondere da un lato ai bisogni dei clienti e dall’altro di appianare qualche bilancio di cooperative o associazioni in “crisi di crescita”.

In Europa le centrali d’importazione sono 100 in 18 paesi. CTM è la seconda. 7.000 prodotti per 65.000 punti vendita con 3.500 impiegati e 100.000 volontari per un fatturato di 500 milioni di euro. Detta base sociale ha un’anima ambivalente. Da un lato tiene fede all’”equo e solidale” e quindi soprattutto alle relazioni e dall’altra, in aggiunta, fa attenzione al “commercio” e quindi anche ai risultati in termini di fatturato e di presenza capillare sul territorio.

Le organizzazioni di comes fanno un’attività straordinaria di educazione nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle parrocchie, nelle università popolari e persino nei partiti o sindacati. Stringono accordi con le associazioni d’imprenditori non solo per vendere i propri prodotti ma per diramare una nuova modalità di stare sul mercato.

Il comes è strettamente legato alla finanza solidale. Essa permette da un lato ai microproduttori il prefinanziamento delle proprie produzioni e dall’altro di rafforzare le strutture “botteghe” che faticano ad abitare i centri storici delle città italiane a causa di un caro affitti senza precedenti. Ma è proprio qui la scommessa del comes. Di resistere ove il mercato ha la sua maggior rappresentazione. Non quindi nelle periferie metropolitane ma nei centri storici ove tutt’oggi è permessa la presenza solo dei marchi di catene multinazionali e vengono invece disabitati dai prodotti locali. Presenziare questi luoghi permette un’educazione non solo di coloro che frequentano le botteghe del mondo ma anche dei passanti in quanto le vetrine sono dei libri aperti sul mondo.

Riferimenti legislativi

La Commissione Europea ha redatto un documento sul comes già nel 1999 ove si afferma, tra l’altro, che il comes è un esempio d’integrazione economica tra i nord ed i sud che persegue l’art. 177 del Trattato delal Comunità europea in tema di sviluppo e cooperazione.

Nel luglio 2006 l’Europarlamento di Strasburgo ha approvato a grande maggioranza la relazione sul comes discussa dalla Commissione Sviluppo dell’Unione Europea.

Ad oggi le regioni Umbria, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Toscana si sono dotate di leggi a sostegno del comes mentre in altre regioni sono depositati disegni di legge. Molti Comuni sono diventati soci delle cooperative od organizzazioni che promuovono il comes sul territorio avvicinandosi, di fatto, alle politiche messe in atto dalle proprie comunità.

Sigle usate nel mondo comes

 

AGICES Assemblea generale del commercio equo e solidale Ente nazionale che certifica l’appartenenza al sistema del comes
Bdm Bottega/ghe del mondo
CGM Consorzio “Gino Mattarelli” Consorzio di 3° livello della cooperazione sociale italiana
CiPi Comitato Progetti Organo interno a CTM ma composto da volontari, che verifica il possesso ed il mantenimento dei requisiti richiesti ai produttori
Comes Commercio equo e solidale
EFTA European Fair Trade Association Riunisce gli 11 principali importatori di commercio equo d’Europa
Fair Trade Commercio equo e solidale In inglese
FINE Flo+Ifat+News+Efta Tavolo di coordinamento per elaborare strategie comuni per favorire l'accesso al mercato dei piccoli produttori
FLO Fairtrade Labelling Organizations International Coordinamento internazionale dei marchi di garanzia
FTO Fair Trade Organizations Le organizzazioni che operano nel comes, a qualunque livello della catena produttivo-distributiva
GDO Grande distribuzione organizzata Cioè i supermercati, grandi e piccoli
IFAT International Fair Trade Association È la Federazione mondiale del Fair Trade: monitora e certifica l’intero operato delle FTO che aderiscono ai suoi criteri
ISO International Standard Organization Norme di certificazione universali
NEWS Network of European Worldshops Coordinamento internazionale delle Botteghe del mondo
UCP Unità Cooperazione Produttori Area operativa di CTM

 

Libri
- Max Havelaar, L’avventura del commercio equo e solidale, Nico Roozen e Frans van der Hoff Serie Bianca, pag. 204, Feltrinelli.

- La crisi di crescita, Le prospettive del commercio equo e solidale, di Lorenzo Guadagnucci e Fabio Gavelli, edito da Feltrinelli.

- La felicità sostenibile – Economia della responsabilità sociale, di Leonardo Becchetti, Saggine Donzelli editore – 2005.

Riviste
- Altreconomia
- Valori

(Scheda realizzata con il contributo di Fabio Pipinato)

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Video

Rai Tre: Campagna Altromercato