Sheikh Jarah, quartiere-simbolo della lotta contro gli espropri israeliani

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Manifestanti a Sheikh Jarah - Foto: M. Perathoner

“Uno dei problemi della societá israeliana? L’apatia. La gente crede di non poter cambiare le cose e quindi ci rinuncia, si disinteressa, non segue le vicende: molti non sanno neanche cosa accade nei territori palestinesi. Ma le cose, forse, stanno cambiando.” Ofer Neiman è un trentenne israeliano, nato e vissuto a Gerusalemme, nel quartiere di Rehavia, uno dei piú esclusivi e residenziali della Gerusalemme occidentale, la “cittá ebraica”. Membro di diverse organizzazioni non governative e movimenti per la pace e contro l’occupazione (Boycottisrael, Yesh Gvul, The occupation magazine), Ofer è uno dei manifestanti che ogni venerdí sfilano pacificamente a Sheikh Jarah, quartiere di Gerusalemme est diventato ormai simbolo della lotta contro gli espropri israeliani. Da quasi un anno, infatti, centinaia di israeliani, attivisti e non, si radunano ai piedi del Monte Scopus per protestare contro le politiche del suo Governo e in particolar modo contro l’occupazione della zona araba della cittá: Gerusalemme est, Al Quds per il palestinesi che la rivendicano come capitale del futuro Stato.

Perché la manifestazione di Sheikh Jarah è importante?

E’ una cosa positiva, un cambiamento che parte dal basso, dalla gente. Da poco meno di un anno attivisti, pacifisti e gente contraria alla situazione nella nostra cittá si riuniscono per manifestare il proprio dissenso. Vedere centinaia di attivisti e cittadini riuniti per manifestare pacificamente mi fa credere che, forse, le cose possano ancora cambiare in positivo e che ci possa essere una svolta all’interno della societá israeliana.

Cosa spinge la gente a manifestare a Sheikh Jarah?

Gerusalemme sta diventando come Hebron, cittá simbolo dell’occupazione israeliana in Cisgiordania. Sempre piú case e zone vengono occupate dagli israeliani nell’area est della cittá. E la gente inizia a spaventarsi, i cittadini, quelli israeliani che abitano nella Gerusalemme ebraica, intendo, hanno paura: non vogliono avere Hebron sotto i propri occhi, non vogliono assistere all’”hebronizzazione” di quella che considerano la capitale del loro Stato.

Cosa ti ha spinto a diventare un attivista?

Mi autodefinirei non solo attivista, ma anche dissidente. Ero da sempre sensibile alla questione palestinese, ma a cambiare la mia prospettiva sul conflitto e sulla situazione politica nei territori occupati è stato soprattutto il servizio militare, tre anni (due per le donne) di servizio obbligatorio per ogni cittadino al compimento della maggiore etá. Tre anni di addestramento nell’esercito, o, in casi particolari, presso qualche ufficio delle forze armate israeliane. Essendo un figlio unico avevano optato per non inserirmi in una cosiddetta unitá di combattimento e prestai servizio presso l’intelligence dell’aviazione militare. All’epoca ci si occupava poco dei territori palestinesi, peró lavorai durante l’invasione del Libano: vedere certe azioni e capire determinate dinamiche ti costringe a mettere in dubbio molte cose. Assistere alle decisioni di bombardamenti aerei di campi di rifugiati, ad esempio

Perché ti consideri un dissidente?

Perché a differenza di molti miei connazionali spinti da moventi religiosi o nazionalistici non accetto l’occupazione dei territori palestinesi e le violazioni di diritti umani perpetuate nei confronti delle popolazioni arabe. Sento di essere un dissidente che agisce al di fuori della propria societá, ma sono israeliano anche io, esattamente come chi appoggia le decisioni governative. Non credo di dover dimostrare nulla e anzi, ritengo di fare un favore a Israele mostrando al mondo che non tutti gli ebrei la pensano allo stesso modo e che non siamo tutti uguali.

Come viene visto chi si dichiara contrario all’occupazione?

E’ facile essere etichettati come “traditori”, antisemiti e antiisraeliani, se ci si schiera contro le colonie e contro le politiche di occupazione. Ma è un atteggiamento totalmente sbagliato: buona parte della mia famiglia è morta nei campi di concentramento e mia madre ne è una superstite. Lo Stato di Israele oggigiorno fa un uso cinico dell’olocausto: stiamo parlando di avvenimenti storici che hanno colpito profondamente ognuno di noi, ma tutto questo non ci autorizza a violare i diritti altrui ponendoci come vittime. I campi di lavoro creati da Israele per gli immigrati clandestini, con tanto di lavori forzati e uccisione dei fuggitivi, hanno molte similitudini con i campi nazisti.

Il muro che separa Gerusalemme dalla Cisgiordania, colpendo in particolar modo la popolazione della cittá di Betlemme, serve per proteggervi?

Non tutti gli arabi sono “buoni”, e ovviamente c’è chi è molto ostile nei nostri confronti. Anche io ho paura degli attentati, dei terroristi. Ma non si puó generalizzare e quando vado in Cisgiordania vengo accolto positivamente perché la gente capisce che sto dalla loro parte. Sul muro non posso che esprimermi duramente: innanzitutto non è vero che serve come protezione, perché non è finito e puó comunque essere scavalcato. Dicono che abbiamo bisogno di un muro perché abitiamo in mezzo alla giungla, circondati da barbari. Barbari irrazionali e violenti. Ci hanno fatto il lavaggio del cervello, cercando di convincerci del fatto che dobbiamo mantenere al sicuro la nostra “civilizzata societá europea”. Ma poi guardiamo a Israele: il modo in cui trattiamo i palestinesi, il traffico di donne all’interno del nostro Paese, l’atteggiamento nei confronti degli stranieri, la disparitá tra ricchi e poveri. Sarebbe questo uno Stato civilizzato?

Michela Perathoner
(Gerusalemme)

 

 

 

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