Economia

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“La terra possiede risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all'avidità di alcuni”. (Mahatma Gandhi)

Introduzione

L'economia è la scienza che si occupa di studiare e trovare soluzioni ai problemi di soddisfazione dei bisogni e dei desideri individuali e collettivi sotto quello che in gergo viene definito un "vincolo", ossia, la disponibilità di risorse presenti che sono generalmente limitate. L'economia è una scienza sociale perché studia le attività di produzione, consumo e scambio compiute dagli individui nella loro vita sociale. Si tratta di una scienza piuttosto "giovane", perché ha soli due secoli di vita; nasce, infatti, ufficialmente nel 1776, anno di pubblicazione de “La Ricchezza delle Nazioni” di Adam Smith sull'avvento e i processi della Rivoluzione industriale.

I cambiamenti economici nella storia

Nel corso del XVII secolo in Inghilterra scomparvero le terre comuni o comunitarie - i commons - quelle che per diritto consuetudinario erano d’ uso collettivo delle popolazioni rurali. Recintate poco a poco, furono trasformate in proprietà privata con leggi apposite sulla recinzione. La scomparsa dei commons fu una premessa della rivoluzione industriale; le terre erano recintate perché servivano all'allevamento intensivo di pecore la cui lana era necessaria alla nascente industria tessile. Tra il XVI e il XVIII secolo è avvenuto l'ingresso nel mercato di due fondamentali fattori produttivi: la terra ed il lavoro e si sono verificati fenomeni sociali sconvolgenti per la portata dei cambiamenti avvenuti. Il lavoro cominciò a diventare merce durante la rivoluzione industriale in Inghilterra e continuò ad esserlo ovunque si applichi il modello dell'impresa capitalistica.

Per tutto il corso del Novecento, con una forte accelerazione nella seconda metà del secolo, lo spazio materiale e immateriale del mercato si allargò fino a diventare globale. La liberalizzazione degli scambi commerciali mise in moto potenti stimoli all’investimento estero e all’internazionalizzazione delle imprese e dei sistemi economici e finanziari. Le restrizioni dei movimenti di capitali consentite e auspicate nella conferenza di Bretton Woods del 1944 alla fine della seconda guerra mondiale, per garantire la stabilità dei cambi, appaiono come un ostacolo al finanziamento del commercio e alla crescita dell’economia.

Nell'immediato dopo guerra, si incominciò ad applicare, in tutto il mondo occidentale, la teoria dell'economista John M. Keynes che consisteva nell'intervento dello Stato a stimolare e riequilibrare il mercato attraverso la spesa pubblica, per contrastare la depressione economica post guerra mondiale. La pubblicazione, nel 1936 della sua “Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta” segna la nascita della macroeconomia e dello Stato sociale, che in Europa degenererà in stato assistenziale, anche per contrastare la crescita di consenso dei partiti comunisti durante la guerra fredda, creando un debito pubblico abnorme.

Nell’agosto del 1971 il presidente statunitense Nixon decise di sospendere la convertibilità in oro del dollaro smantellando il primo pilastro di Bretton Woods: il sistema di cambi fissi. Il secondo pilastro, i controlli sui movimenti di capitale, subirà una graduale erosione durante tutti gli anni ’70, accelerando a seguito delle crisi petrolifere che mettono in circolazione grandi quantità di petrodollari da dover in qualche modo “riciclare”. Di fatto molti di questi dollari sono stati prestati ai paesi in via di sviluppo a tassi in quel momento molto bassi ma che sono cresciuti negli anni a seguire causando la cosiddetta crisi del debito di cui decine di paesi sono ancora vittime.

Con l’avvento al potere di Margaret Thatcher e Ronald Reagan all’inizio degli anni Ottanta, si avrà la piena legittimazione del neoliberismo sulla scorta delle idee dell'economista neo liberista Milton Friedman e della sua scuola di Chicago. Perfino la Cina di Deng Xiaoping iniziò a seguire i dettami di questa scuola di pensiero.

La riscossa del mercato senza freni già cominciata negli anni '80, s’è accentuata dopo il 1989, a seguito del crollo del muro di Berlino. Iniziò una crescente liberalizzazione finanziaria favorita oltre che dalle motivazioni di carattere economico e politico, anche da quelle di carattere tecnico: lo sviluppo delle tecnologie di elaborazione dei dati e di trasmissione delle informazioni che portano ad un’innovativa e tragica, per le conseguenze, globalizzazione finanziaria. La finanza sostituisce il lavoro in un vortice che vede sempre più il denaro crear denaro in un rapporto, in termini d’investimento, che vede oggi, 9 monete su 10 investite sono sulla finanza e solo una sul lavoro. Insomma, esiste una globalizzazione dei capitali finanziari, sul cui mercato agiscono in tempo reale operatori sparsi in tutto il mondo, collegati per via telematica alle principali piazze mondiali.

L'economia del XXI secolo si caratterizza anzitutto per la varietà e l'interdipendenza reciproca delle sue manifestazioni. La globalizzazione tecnologica riguarda ormai tutte le fasi del circuito economico: dall'assunzione e combinazione dei fattori produttivi – terra (risorse naturali), lavoro e capitale (fisso e finanziario) – dalle fasi della trasformazione manifatturiera, a quelle della distribuzione e del consumo finale.

I modelli economici e l'attuale crisi globale

Attualmente ci troviamo al crocevia tra diverse crisi: culturale, finanziaria, economica, ecologica oltre che socio-politica, che si sviluppano con ritmi e tempi diversi in una congiuntura preoccupante. E' una crisi profonda e globale dell'intero modello di sviluppo, che ci impone di saper leggere, in tutta la sua complessità, il messaggio ultimo: l’insostenibilità di una forma di vita volta all’incentivazione del consumo ad ogni costo, anche al di là delle reali possibilità delle persone, delle comunità e dell'ambiente.

L’alterazione della distribuzione del reddito è stata una componente fondamentale del modello di sviluppo, che è sfociato nella crisi economico-finanziaria in corso, di cui povertà e diseguaglianze sono un elemento strutturale. Un modello, diffusosi in varie forme in tutto il mondo, ma soprattutto negli Usa, che ha associato agli squilibri della bilancia commerciale, il deficit pubblico, l’elevatissimo indebitamento degli operatori privati (famiglie e imprese) e un abnorme incremento della diseguaglianza nella distribuzione dei redditi.

I paesi del Sud del mondo sono stati forzati dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale ad una crescita basata sulla rapidissima apertura al commercio e alla finanza internazionale creando una nuova divisione internazionale del lavoro. Hanno imposto ai governi il rigore finanziario, le restrizioni di bilancio e bassi salari, assecondando così le attese del mondo finanziario ed i piani di delocalizzazione di molte imprese occidentali, interessate a bassi costi del lavoro ed a basse imposte. Per contro, in tutto il mondo persistono e perfino peggiorano, le condizioni dei lavoratori, specialmente nel Sud del globo dove lo sfruttamento si spinge fino a forme di vera e propria schiavitù, che continua a colpire i minori impiegati in lavori di ogni tipo, dal tessile alle miniere.

Vi sono due idee centrali del pensiero neo-liberista che hanno mostrato tutti i loro limiti. La prima è che un trasferimento della quota di reddito dai salari ai profitti, unita ad una riduzione delle aliquote d’imposta per le classi più abbienti, avrebbe generato maggiore risparmio, e quindi maggiore investimento, e una crescita più rapida i cui effetti benefici si sarebbero diffusi a tutta la società. I dati ci mostrano che la distribuzione del reddito è cambiata in questa direzione negli Stati Uniti e in Europa dalla metà degli anni '80 ad oggi, ma quando questa crescita del reddito c’è stata al forbice s’è allargata. A beneficiarne è stata una piccola minoranza – la più ricca – delle famiglie, mentre la famiglia media, a fronte di un reddito stagnante, ha cercato di aumentare il proprio tenore di vita ricorrendo in maniera crescente all’indebitamento.

L'appello degli economisti

A fronte di questo scenario nel giugno del 2010 più di duecento docenti e ricercatori di economia hanno diffuso un appello attraverso una lettera degli economisti indicando le politiche redistributive del reddito come una delle condizioni per uscire dalla crisi nel medio periodo. La lettera sottolinea che l'unica modifica nella distribuzione del reddito è avvenuta verso l'alto, creando differenze crescenti tra le retribuzioni del management e quelle degli impiegati ed operai.

La seconda idea neo-liberista riguarda l’efficienza intrinseca dei mercati, lasciati liberi di operare. Sulla base di questa ideologia si sono deregolamentati i mercati finanziari, sostenendo che il risultato sarebbe stato una migliore distribuzione del rischio ed il finanziamento di una maggiore quantità di investimenti. Il risultato è stato un aumento nella quota di reddito trattenuta dal sistema finanziario, una maggiore instabilità dei mercati e la più massiccia caduta degli investimenti dal dopoguerra. Fin dall’inizio della crisi, è stato evidenziato come essa sia stata causata dai cosiddetti titoli tossici e innescata da una serie di innovazioni, fra cui la possibilità per le banche di vendere i mutui (i cosiddetti subprime), vale a dire quelli concessi alle persone meno abbienti e pertanto con un elevato rischio di mancato rimborso delle rate, sui mercati obbligazionari, considerati sicuri.

Ma la crisi economica attuale è senza dubbio anche una crisi della teoria economica accademica che ha avuto un ruolo fondamentale, tanto sul piano ideologico che su quello pratico nello sviluppo dell’innovazione finanziaria. Prima del crollo del 2008, il modello dominante di capitalismo finanziario, s’era basato, tra le altre cose, sull’illusione che i profitti, in particolare nel settore finanziario, potessero crescere a tassi a due cifre mentre la crescita economica complessiva restava a tassi molto più bassi. Questo ha portato in molti paesi, ad un continuo spostamento del reddito nazionale dal lavoro al capitale. Allo stesso tempo, le politiche dei governi e le tendenze strutturali del mercato transnazionale favorivano la forbice e quindi la distribuzione dei redditi da lavoro verso i gruppi con remunerazioni più alte come manager e azionisti da un lato spingendo verso il basso salari e condizioni di lavoro delle fasce inferiori del mercato del lavoro dall’altro. Una delle conseguenze di queste tendenze è stata la debolezza strutturale della crescita della domanda.

Sono quindi emersi due modelli di crescita, opposti ma complementari, entrambi basati sull’esigenza di affrontare l’inadeguatezza della domanda. Il primo incentrato sull’indebitamento delle famiglie come negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Spagna, spesso sostenuto da bolle speculative sui prezzi dei patrimoni finanziari o immobiliari. Il secondo fondato su una crescita trainata dalle esportazioni come per Germania, Giappone e Cina, caratterizzato dalla moderazione dei salari rispetto alla dinamica della produttività. Il risultato è stato il crescere di gravi squilibri economici mondiali.

La crisi ha mostrato chiaramente che entrambi i modelli di crescita, sia presi separatamente, sia nella loro perversa simbiosi, si sono rivelati economicamente insostenibili. Nel frattempo, sembra profilarsi una crisi a lungo termine. L’insostenibilità dal punto di vista ecologico del modello economico dominante, ha interagito con la crisi economica nella forma di una rapida salita dei prezzi delle materie prime durante la fase della bolla speculativa. Anche se bisogna dire che negli ultimi anni green economy è diventata la parola d'ordine per uscire dalla crisi, la riconversione ecologica di interi comparti industriali è considerata il possibile motore di crescita economica. Certo non siamo ancora ad un cambio di paradigma dello sviluppo economico ma è significativo che alcuni industriali e il governo degli USA sollecitino questo cambiamento soprattutto se si pensa che fino a poco tempo fa l’ambiente era considerato solo d’intralcio alla crescita.

Segnali contraddittori dai vertici dell'economia mondiale

Nella dichiarazione finale del vertice G20, gruppo informale di rappresentanti dei ministri dell'economia e delle finanze alte delle banche centrali dei 20 paesi più industrializzati del mondo, che s’è riunito a Toronto lo scorso giugno si legge: “Abbiamo tenuto il primo Summit ufficiale del G20 nella sua nuova configurazione di forum principale della cooperazione economica internazionale. A partire dai nostri successi nella gestione della crisi economica globale, ci siamo messi d’accordo sui prossimi passi da fare per garantire il ritorno ad una crescita con la creazione di posti di lavoro di qualità, per riformare e rafforzare il sistema finanziario e creare una forte, sostenibile ed equilibrata crescita globale”.

Mentre l'OCSE (Organizzazione Cooperazione e Sviluppo Economico), nel suo ultimo rapporto previsionale (in .pdf) parla di un "rallentamento dell'andamento della ripresa più pronunciato di quanto precedentemente stimato". La Banca Centrale Europea torna a chiedere "profonde riforme" ai paesi che in passato hanno subito una perdita di competitività o che al momento soffrono di disavanzi di bilancio e disavanzi esterni elevati. Un messaggio indirizzato evidentemente anche al nostro Paese, che come altri alle prese con grandi deficit, dovrebbe assicurare che il processo di contrattazione dei salari ne consenta il flessibile e appropriato adeguamento alle condizioni di disoccupazione e alle perdite di competitività. Tutto ciò significa tagli all'occupazione, alle pensioni, al welfare.

Questo è ciò che i governi degli stati membri dell'Unione Europea stanno applicando o progettano di applicare per ridurre il debito pubblico. La terapia d'urto adottata ha come diretta conseguenza l'aumento delle misure di austerità con tagli ingenti alla spesa pubblica, ma secondo Confederazione Europea dei Sindacati (CES) tali misure, avranno l'effetto opposto di quanto auspicato. Il potere d'acquisto diminuirà e le prospettive di ripresa si allontaneranno. Per opporsi a questa politica nel settembre 2010 s’è svolta una manifestazione europea a Bruxelles e in tutte le capitali UE che con lo slogan “No all'Austerity. Si alla crescita e al lavoro” ha portato centomila persone in piazza con scioperi generali in Grecia e Spagna e diverse manifestazioni nelle altre città europee.

L’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) stima che la disoccupazione probabilmente resterà elevata per tutto il 2010, continuando a scontare la crisi economica del 2009. Secondo Juan Somavia, Direttore Generale dell’ILO, è importante favorire una ripresa dell’economia insieme a quella del lavoro. Considerando che ogni anno 45 milioni di giovani entrano nel mercato del lavoro a livello globale, le misure di ripresa devono essere mirate a loro. Nel giugno 2009 in occasione della Conferenza Internazionale dell'ILO, è stato negoziato un patto globale per l'occupazione, il Global Jobs Pact (in.pdf) adottato all'unanimità da delegati di governi, lavoratori e datori di lavoro. Il patto è un partenariato per accelerare la creazione di impieghi, promuovere imprese sostenibili, instaurare sistemi di protezione sociale per le persone vulnerabili che vivono in condizioni di povertà e disagio e rafforzare le norme sul lavoro e il dialogo sociale. Un patto che deve rispettare il concetto di lavoro dignitoso, Decent Work elaborato dalla stessa ILO con il sostegno dei sindacati, delle Ong e di altre organizzazioni della società civile.

Un'altra economia è possibile

La ricetta proposta per arginare la crisi economica globale secondo Social Watch - la rete internazionale di associazioni e organizzazioni della società civile - è ripartire dalla tutela dei diritti dei cittadini del mondo. Il rapporto di Social Watch ogni anno misura la povertà nel mondo tramite l'Indice delle capacità di base (Bci), coerente con la definizione basata sulle capacità e sui diritti umani. Oggi per misurare il benessere e la ricchezza di un paese il PIL non è più sufficiente. Servono misurazioni nuove che non possono prescindere dal rispetto e la tutela dei diritti essenziali dei cittadini. Attualmente vari studi (in .pdf) in atto, a diversi livelli stanno cercando di sostituirlo.

Dieci anni fa le Nazioni Unite si impegnarono a raggiungere entro il 2015 gli Obiettivi del Millennio e il 20 settembre 2010 a New York i 192 membri dell’Onu si sono incontrati per fare il punto in un vertice di tre giorni. Alla voce “lotta alla povertà” qualche passo avanti c’è stato, ma a tutt’oggi sono 925 milioni gli affamati nel mondo. Una soglia certificata dalla FAO che la giudica “alta in modo inaccettabile”. Anche perché, se dovesse persistere il recente aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, arriveranno ulteriori ostacoli alla lotta per ridurre la fame e l’obiettivo di dimezzare il numero di chi vive con meno di un dollaro e mezzo al giorno non sarà raggiunto.

I pochi progressi sugli obiettivi quantitativi sono in gran parte dovuti ai risultati raggiunti, tramite processi di crescita autonomi, da Paesi come Cina, India e Brasile. Negli scorsi anni diverse organizzazioni della società civile internazionale hanno chiesto l'introduzione di una tassa sulle transazioni valutarie per rilanciare le politiche sociali e la cooperazione nel Nord e nel Sud del mondo. Durante la conferenza è stata rilanciata l'idea di tassare le transazioni finanziarie dal presidente della Repubblica francese Sarkozy con sostegno del primo ministro spagnolo José Luis R. Zapatero.

La proposta prende il nome dal premio Nobel per l'economia James Tobin, che per primo la propose negli anni '70. In Italia, una campagna guidata dall'Associazione Attac ha portato nel 2002 a consegnare in Parlamento un disegno di legge di iniziativa popolare con il sostegno di quasi 200mila firme che non è mai stata discussa. L'imposta sulle transazioni finanziarie presenta una differenza sostanziale. Mentre la Tobin Tax e le successive varianti si riferiscono agli scambi di valuta, la FTT Tassa sulle Transazioni Finanziarie (in.pdf), prende in considerazione tutte le transazioni su strumenti finanziari, allargando così sostanzialmente la base imponibile rispetto alla proposta Tobin.

La FTT è un'imposta con un tasso molto ridotto (0,05%) da applicare su ogni compravendita di titoli e strumenti finanziari. Un'imposta sufficientemente piccola da non scoraggiare le normali operazioni di investimento realizzate sui mercati finanziari. Tale tassa non avrebbe effetti apprezzabili per chi opera sui mercati con un'ottica di lungo periodo. In Italia a supporto di questo tipo di tassazione è in atto la Campagna Zerozerocinque, promossa dalla società civile, da organizzazioni non governative ONG, associazioni e collegata alla analoga Make finance work in campo internazionale.

Da oltre un decennio i movimenti “per un'altra globalizzazione” apparsi a Seattle nel 1999 in occasione della riunione WTO, chiedono riforme delle organizzazioni economiche mondiali. La cosiddetta società civile anche attraverso il Social Forum Mondiale propone una nuova visione dell'economia, più sostenibile sia ecologicamente che socialmente. Tra i sostenitori dell’economia alternativa ci sono le persone che non approvano il sistema economico attuale e hanno provato nel tempo a dare risposte diverse.

Le risposte sinora sperimentate sostengono la filosofia della decrescita e passano attraverso prassi di stili di vita differenti rispetto a quelli consumistici per esempio non comprando prodotti di aziende che non rispettano i diritti dei lavoratori e preferendo prodotti equo-solidali provenienti dai Sud del mondo; oppure formando un Gas (Gruppo d'acquisto solidale) per sostenere i piccoli produttori locali mangiando sano e biologico, facendo sistema per progettare un'alternativa di società. Dal Centro nuovo modello di sviluppo di Vecchiano, fondato tra gli altri da Francuccio Gesualdi - esponente storico del mondo dell'altra economia - sono partite molte campagne e iniziative che hanno inciso profondamente sul modo di pensare ed agire, come per esempio l'attacco ai metodi delle multinazionali con il boicottaggio, il consumo critico e l'appello alla sobrietà.

L'arcipelago solidale s’è venuto formando nel tempo, come risposta alternativa alle esigenze delle persone e delle comunità. I numeri di queste iniziative cominciano a farsi notevoli: sono 700 i Gas, registrati nel sito ufficiale italiano, dove ci sono anche le istruzioni per farne nascere uno. Ci sono poi i Distretti dell'economia solidale (Des) in cui si confrontano soggetti della cooperazione sociale, il volontariato, i produttori.

Le Mag (Mutue di autogestione) il cui fine principale è quello di consentire l’accesso al credito a soggetti del mondo non profit impegnati in progetti a forte connotazione sociale ed ambientale, realtà ormai consolidate. La creazione di molti Des-Res (Reti di economia solidale) è stata stimolata dagli enti locali, Regioni o Comuni che con le loro buone pratiche nei settori delle rinnovabili, del riciclo, della filiera corta produttiva riescono a contrastare le fragilità territoriali, fatte di piccoli borghi che si spopolano perché isolati e senza servizi.

Infine la finanza. In Italia Banca Popolare Etica, in piena crisi economica e di sfiducia finanziaria, ha visto aumentare la raccolta e i finanziamenti, raggiungendo quota 30 milioni di euro il capitale sociale grazie ad un azionariato diffuso anche fra piccoli risparmiatori ed una base sociale allargata a 35mila soci.

Per quanto riguarda infine le campagne non sono da dimenticare le campagne mondiali di boicottaggio dei prodotti delle multinazionali che violano i diritti dei lavoratori (ma anche degli animali o che non rispettano l'ambiente) e si diffonde sempre di più il commercio equo e solidale e il turismo responsabile.

Cooperazione

Iain Macdonald, Direttore Generale dell’Alleanza Cooperativa Internazionale (ICA), nell’esprimere il suo sostegno alla risoluzione delle Nazioni Unite, che proclama il 2012 l’Anno Internazionale delle Cooperative dichiara che tale decisione giunge al momento giusto per ricordare al mondo dell’esistenza di una pluralità di forme di fare impresa e che, in un’economia globalizzata, dobbiamo lavorare tutti insieme. Che si tratti di affrontare la crisi economica, la sfida del cambiamento climatico o la questione della sicurezza alimentare, l’impresa cooperativa offre reali speranze di soluzione di questi problemi. Le Nazioni Unite riconoscono che il modello cooperativo d’impresa è un elemento fondamentale dello sviluppo economico e sociale, in grado di promuovere la piena partecipazione delle persone sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo anche nello sradicamento della povertà ed invita tutti i governi a creare un contesto istituzionale che sostenga lo sviluppo cooperativo, soprattutto per quanto riguarda il finanziamento di programmi di capacity-building.

Bibliografia

Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, 2008

Loretta Napoleoni, Maonomics, Rizzoli, 2010

Giorgio Nebbia, Merci e valori: per una critica ecologica al capitalismo, JakaBook, 2002

Michele Salvati, Capitalismo, mercato e democrazia, Il Mulino, 2009

Sergio Conti, Geografia dell'economia mondiale, UTET 2006

Leonardo Becchetti, Oltre l'homo oeconomicus, Città Nuova Editrice, 2009

A.Watt, A. Botsch e R. Carlini (a cura di), Dopo la crisi: proposte per un'economia sostenibile, Edizioni dell'asino, 2010

(Scheda realizzata con il contributo di Gabriella Corona)

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Rai 3 Report: Le speculazioni finanziarie 1/8