Profughi nel Sinai. Nessuno si muove

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Foto: Italnews

Non si sa se fa più rumore il grido degli eritrei uccisi o l’assordante silenzio internazionale. In Italia solo il giornale Avvenire ha affrontato di petto la questione. In prima pagina. In questi giorni è ripresa la mattanza dei 250 profughi nel Sinai che provengono da Somalia, Sudan, Eritrea ed Etiopia, tenuti in ostaggio da una banda di predoni. Due "diaconi" ortodossi, accusati di aver lanciato l'allarme sulla loro sorte, sono stati uccisi sabato. Altri profughi, secondo le informazioni giunte in Europa, si trovano in fin di vita. Vengono picchiati selvaggiamente e da qualche giorno non hanno più acqua. La situazione, dunque, sembra essere precipitata.

Intanto il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abul Gheit sabato sera si è detto "sorpreso" sulle affermazioni "europee" circa un gruppo di eritrei tenuto in ostaggio in Sinai, chiedendosi se "politici e circoli religiosi europei" che hanno parlato della questione "abbiano dati confermati sui nomi degli ostaggi e sul luogo dove sono detenuti". Lo riferisce l'agenzia Mena.

Venerdì mattina 10 dicembre – giornata dei diritti umani - i predoni che tengono in catene da un mese i 250 profughi africani nel Sinai hanno fatto irruzione nel covo e se ne sono portati via 100. Chissà dove. Non importa che tutti i governi – primo fra tutti quello egiziano – conoscano quell’ indirizzo, non importa che i controlli siano stati intensificati ovunque – assicurano dal Cairo – nella zona, che una pioggia di denunce e informazioni siano arrivate a ogni stazione di polizia dalle associazioni umanitarie. Quei banditi, come drammaticamente anticipato ieri dagli stessi prigionieri, se li sono portati via. Li hanno contati come bestie, divisi, alla fine ne hanno prelevati un centinaio.

Cento persone, in catene, uscite da una casa della nota città di Rafah, e trasportate altrove per essere rivendute, mercanteggiate. Eppure nessuno, nemmeno ieri, ha visto nulla nel Sinai. E la drammatica situazione dei prigionieri non si sblocca. La divisione dei profughi è confermata anche, attraverso Misna, da don Mussie Zerawi, presidente dell’agenzia per la cooperazione e lo sviluppo Habeshia, dopo aver contattato telefonicamente alcuni degli ostaggi. “Il timore – sostiene don Zerawi, un sacerdote eritreo residente a Roma – è che i circa 100 migranti trasferiti possano essere venduti a un’altra banda di trafficanti. Finora – sottolinea il presidente di Habeshia – il governo del Cairo ha inviato segnali scoraggianti: penso ad esempio alla decisione di arrestare a Suez City per immigrazione clandestina 63 eritrei appena rilasciati da un altro gruppo di trafficanti”. Nei giorni scorsi, Habeshia ha denunciato l’uccisione di sei ostaggi

Impossibile descrivere la cronaca riportata da chi ogni giorno entra in contatto coi profughi, grazie a quei cellulari lasciati loro dai predoni per implorare soldi dai parenti lontani e dar loro le coordinate bancarie su cui versarli. «Le donne del gruppo vengono quotidianamente sottoposte a ogni genere di violenza davanti agli altri, alcune di quelle incinte sono state fatte abortire. Lo stesso per i bambini», spiega con la voce strozzata il sacerdote cattolico eritreo Mosè Zerai, dall’inizio della vicenda “tramite” dei suoi connazionali.

Un dramma indicibile, confermato anche dalle fonti locali del gruppo umanitario EveryOne: «Pensare che queste violenze avvengono sotto gli occhi di una città, e che ieri cento persone sono state portate vie davanti ad altri, forse persino a poliziotti corrotti – aggiunge il co-presidente del gruppo Roberto Malini – è una follia. Eppure questo accade, sta accadendo davvero, in un Paese che ha recepito la Convenzione di Ginevra, che dovrebbe difendere i diritti umani, le donne, i bambini». L’ONG scrive anche al governo italiano lo stesso giorno che il Ministro Frattini stava premiando le frecce tricolori sollecitando un intervento diplomatico. Dalla Farnesina tutto tace.

Quelle donne e quei bambini per cui ora si teme una sorte persino peggiore di quella della violenza sessuale: «La nostra paura – conclude quasi rassegnato Malini – è che quei cento finiscano sul mercato degli organi».

Orrore su orrore, mentre sullo sfondo continua a imperare l’ambiguità del governo del Cairo. Che, dopo aver dato per l’ennesima volta giovedì notizia di essere “in trattativa” coi capi tribù beduini del Sinai per il rilascio degli ostaggi (segno di chi detiene davvero il controllo su quelle zone), ieri ha rilasciato dichiarazioni inquietanti per bocca dell’assistente del ministro degli Esteri per l’immigrazione, Mohamed Abdel Hakam.

Quest’ultimo ha prima lanciato un appello ai Paesi che hanno respinto i profughi, invitandoli «ad essere obiettivi e ad assumersi la loro responsabilità, determinate dal diritto internazionale» e poi, commentando le informazioni pubblicate dalle agenzie di stampa a proposito della detenzione degli eritrei, ha spiegato candidamente che «le informazioni circolate a questo proposito non sono confermate» e che «malgrado gli sforzi intensi da parte della sicurezza nulla conferma finora la detenzione di questi eritrei o la morte di alcuni di loro». Come se quei 250, ingannati, incatenati, affamati, picchiati e infine anche divisi, fossero un’invenzione dei pochi che ne parlano come scrive Viviana Daloiso dalle colonne di Avvenire.

«Ieri abbiamo provveduto a inviare nuovamente appelli e lettere a tutte le stazioni di polizia, a tutti i ministri egiziani, alle ambasciate, a ogni singolo parlamentare europeo, all’Onu – spiega ancora Malini –. Stiamo pensando di andare di persona a Rafah, nei prossimi giorni, e presentarci fisicamente in quel luogo. Dobbiamo arrivare a questo, visto che nessun altro si muove». [F.P.]

 

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