Pena di morte

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“Occhio per occhio e tutto il mondo diventerà cieco” (Mahatma Gandhi)

 

Introduzione

Retaggio del passato, come schiavitù e tortura, la pena di morte è ancora in vigore in molti stati dove viene applicata nonostante sia priva di effetti deterrenti concreti e non offra contributi costruttivi agli sforzi della società per mantenere la sicurezza. “La pena capitale non è solo un atto ma un processo, consentito dalla legge, di terrore fisico e psicologico che culmina con un omicidio commesso dallo stato”. Questa la definizione che offre Irene Khan, segretaria generale dell’organizzazione umanitaria Amnesty International, presentando l’ultimo rapporto sullo stato della pena di morte nel mondo. Come si evince da quest’ultimo, si stanno facendo passi avanti verso un mondo libero dalla pena di morte. All’inizio del secolo scorso, solo in tre nazioni non compariva nel codice penale. Oggi due terzi dei paesi nel mondo ha abolito la pena di morte per legge o nella pratica. C’è stata una costante riduzione delle condanne negli ultimi 50 anni. Nell’ultimo decennio una media annuale di più di tre nazioni al mondo ha abolito la pena capitale per legge o, avendola bandita per i crimini ordinari, l’ha abolita per tutti i crimini. Se il numero delle esecuzioni è diminuito, centinaia e centinaia di persone continuano comunque a morire per mano del boia.

 

Nel mondo

Secondo il rapporto "Condanne a morte ed esecuzioni nel 2008" diffuso da Amnesty International, 25 dei 59 paesi che mantengono in vigore la pena di morte hanno eseguito condanne nel 2008: sono state messe a morte almeno 2.390 persone ed emesse almeno 8.864 condanne capitali in 52 paesi. La maggior parte delle esecuzioni si concentra in Asia e, a seguire, in Medio Oriente. In particolare è la Cina a distinguersi con un numero di esecuzioni superiore al resto del mondo (circa i tre quarti del numero complessivo). Segue nella classifica della disumanità l’Iran, che l’anno scorso è stato l’unico paese a mandare a morte dei minorenni (almeno 8 nel 2008 e un diciassettenne all’inizio del 2009), mentre circa 150 bambini sono nel braccio della morte.

In Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti è avvenuta la quasi totalità (93%) delle esecuzioni del mondo. L’unico paese europeo in cui è stata esercitata la pena capitale è la Bielorussia con 4 vittime. In molti paesi (Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Nigeria, Sudan e Yemen) sono state emesse condanne capitali al termine di processi iniqui e si è registrato un “uso spesso sproporzionato della pena di morte nei confronti di persone povere o appartenenti a minoranze etniche o religiose in paesi” (Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti d’America e Sudan). Senza contare il “costante rischio che vengano messi a morte innocenti, come dimostrato dal rilascio di quattro prigionieri dai bracci della morte statunitensi”. A queste cifre deve essere aggiunto un numero non precisato di morti segrete di prigionieri detenuti abusivamente e deceduti in assenza di processo.

 

La tortura dell'esecuzione

L’esecuzione è di per se stessa una tortura alla massima potenza. La durata della detenzione prima dell’esecuzione e l’incertezza della sua attuazione contribuiscono alla persecuzione psicologica: spesso l’annuncio viene comunicato con pochi giorni (USA) o addirittura con pochi minuti di anticipo (per esempio in Giappone). Le tecniche variano nella storia e da paese a paese. Fra le più ricorrenti oggi si possono annoverare l’impiccagione, la ghigliottina, la sedia elettrica, l’iniezione letale, la camera a gas e la fucilazione. Infine, in alcuni Paesi, sono ancora utilizzate la lapidazione, ossia l’uccisione tramite il lancio di pietre, e la garrota, uno strumento costituito da un cerchio in ferro fissato a un palo, che viene stretto mediante una vite attorno al collo del condannato, fino a provocarne lo strangolamento.

 

Il dibattito

I sostenitori della pena di morte si appellano a un concetto di giustizia che impegna lo stato a difendere ogni individuo, punendo chi commette reati con una pena commisurata. In quest’ottica la pena capitale si configura come una reazione morale e giuridica al male che è stato commesso con il reato, alla cui gravità è proporzionata. Secondo il principio della prevenzione, invece, lo Stato assicura la difesa della società dalla pericolosità degli autori dei reati, sforzandosi, mediante la pena, di impedire che soggetti socialmente pericolosi commettano altri reati. La pena di morte, inoltre, placando il rancore delle vittime e dei loro parenti, attenuerebbe la tentazione di vendette private. L’ultima argomentazione giustifica la pena capitale anche sul versante economico, essendo molto meno gravosa di una lunga detenzione o dell'ergastolo e quindi conveniente alla società civile.

Di contro, gli abolizionisti si richiamano in primo luogo a motivazioni di carattere etico: la mano del boia commette essa stessa un delitto e nessun uomo, né come individuo né come rappresentante della comunità, ha il diritto di togliere la vita a un altro essere umano, a prescindere dalla gravità delle colpe commesse. Per usare le parole di Pablo Neruda, “non esistono assassini buoni”. L’esecuzione capitale contravviene, in secondo luogo, al principio secondo cui la finalità della pena non è la vendetta o la semplice punizione, ma il recupero umano e sociale del colpevole. Per quanto concerne l’effetto deterrente, gli abolizionisti sostengono che chi commette crimini gravi in genere non ne valuta a priori razionalmente le conseguenze. Inoltre, anche dalle valutazioni statistiche non giungono conferme.

Secondo le ultime ricerche condotte dalle Nazioni Unite nel 2002 sulla relazione tra pena di morte e tasso di omicidio, non si trova “...alcuna prova scientifica che le esecuzioni abbiano un effetto deterrente maggiore dell’ergastolo”. In Canada, secondo un esempio fornito da Amnesty International, il tasso di omicidi ogni 100.000 abitanti è caduto da 3,09 nel 1975, un anno prima dell’abolizione della pena di morte per omicidio, a 1,73 nel 2003 (44% in meno). Benché poi cresciuto a 2,0 nel 2005, rimane più di un terzo più basso di quando la pena di morte è stata abolita. Chiudono la lista delle “ragioni del no” i possibili errori giudiziari che comportano l’uccisione di innocenti, e le valutazioni in merito alla connotazione discriminatoria della pena capitale in molti paesi dove tocca, in larga maggioranza, classi sociali più deboli, membri di minoranze razziali, individui con un basso livello di scolarizzazione e talvolta oppositori politici.

Un esempio efficace può essere offerto dagli Stati Uniti, come evidenzia l’associazione
“nonostante siano il 12% della popolazione, i neri rappresentano il 35% dei condannati a morte e il 42% di quanti si trovano nel braccio della morte”. Il colore della vittima, più del colore dell'autore del crimine, sembra avere conseguenze penali: “Nella maggioranza dei casi (80%) le vittime erano bianchi, sebbene a livello nazionale corrispondano al 50% dei casi”.

 

Verso l'abolizione nella legge internazionale

La lotta delle Nazioni Unite contro la pena di morte ha preso avvio nel 1966 con il Patto internazionale sui diritti civili e politici, oggi ratificato da 161 stati. Elaborato a partire dalla Dichiarazione dei diritti umani, questo documento protegge una serie di diritti e libertà fra cui quello alla vita, pur non avendo come obiettivo esplicito l’abolizione universale della pena di morte. L’articolo n.6 nel primo paragrafo dichiara “Il diritto alla vita è inerente alla persona umana. Questo diritto deve esser protetto dalla legge. Nessuno può essere arbitrariamente privato della vita”. A seguire pone un limite alla possibilità di condanne a morte, permesse solo per i più seri crimini e proibite su minori e donne in cinta.

La riflessione internazionale ha registrato una svolta importante nella Risoluzione (n. 2857) sulla pena di morte, approvata dall’assemblea generale dell’Onu nel 1971, in cui si specifica l’obiettivo della “progressiva restrizione del numero delle violazioni per cui può essere imposta la pena capitale, con la consapevolezza del desiderio dell’abolizione di questa pena in tutti i paesi”. Dopo numerosi incontri, nel 1989, 31 stati hanno presentato all’assemblea generale il secondo Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici, poi entrato in vigore nel luglio del 1991, l’unico strumento internazionale che persegue l’abolizione universale e totale della pena capitale: “inequivocabilmente si dichiara la pena di morte una violazione dei diritti umani; si chiede l’abolizione totale della pena di morte da parte degli stati aderenti, permettendo però di mantenerla in tempo di guerra ai membri che hanno posto una riserva specifica al momento della ratifica”.

Anche nello statuto della Corte penale internazionale, adottato nel 1998, la pena di morte è esclusa dalle pene autorizzate, benché si affrontino anche crimini gravi contro l’umanità. Analogamente, nell’insediare il Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia e quello per il Ruanda, rispettivamente nel 1993 e nel 1994, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha escluso la pena capitale, così come per la Corte speciale della Sierra Leone, Dili e Timor - est. Il Ruanda ha abolito la pena capitale ed il Presidente Kagame ha ricevuto il premio “abolizionista dell’anno” non senza contraddizioni.

Il movimento abolizionista ha compiuto importanti passi avanti attraverso i Congressi mondiali contro la pena di morte, nati per iniziativa dell’associazione francese Ensemble contre la Peine de Mort. Il primo, a Strasburgo nel giugno 2001, ha portato all'istituzione della Giornata mondiale contro la pena di morte, il 10 ottobre di ogni anno, e la creazione, nel maggio 2002, della Coalizione mondiale contro la pena di morte che raggruppa organizzazioni sparse per il mondo. Il secondo Congresso mondiale è stato promosso a Montreal, nel 2004, da Ecpm e da Penal Reform International con l'obiettivo di spingere le autorità canadesi a ratificare il Secondo Protocollo, come poi avvenuto nel 2005. Il Terzo Congresso mondiale contro la pena di morte si è tenuto, infine, a Parigi nei primi giorni del febbraio 2007, proprio mentre il Parlamento francese discuteva una modifica costituzionale per l’abolizione completa della condanna a morte.

Ai tavoli internazionali, nel dicembre del 2007, l’Assemblea generale dell'Onu ha adottato, su iniziativa dell'Italia e dell'UE, ha adottato
la risoluzione 62/149 "Moratoria sull'uso della pena di morte", che chiede agli stati membri di “stabilire una moratoria delle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pena di morte”. Schiacciante la maggioranza: 104 voti a favore, 29 astensioni e 54 contrari tra cui Stati Uniti, Cina, India e Giappone, Iran e Sudan. Sergio D'Elia, segretario generale di Nessuno tocchi Caino, ha commentato: “Dopo 15 anni di campagne, l’approvazione della moratoria sulla pena di morte da parte dell’Assemblea Generale rappresenta un risultato storico e, crediamo, l’inizio della fine dell’’omicidio di stato’”.

Nel dicembre del 2008, l’Assemblea Generale dell’Onu ha poi rinnovato la “moratoria universale” della pena di morte con nuove adesioni al fronte abolizionista e un aumento delle astensioni rispetto ai contrari. Pur non avendo potere vincolante sui singoli stati, le moratorie coronano una chiara tendenza internazionale. “Si conferma – spiega una nota della comunità di Sant'Egidio, promotrice in un’ampia coalizione internazionale dell'iniziativa - un cambiato sentimento del mondo e una nuova soglia, più alta, di rispetto dei diritti umani… L'Assemblea generale delle Nazioni Unite, pur rispettando il diritto di ogni paese a scegliere gli strumenti più adatti per difendere i propri cittadini e per reprimere il crimine, ha riaffermato che l'abolizione della pena di morte è un obiettivo per l'intera comunità internazionale, che tocca i diritti umani e che come tale riguarda la comunità internazionale".

 

I percorsi regionali

Anticipano i traguardi internazionali, alcuni precedenti a livello regionale.

Il primo trattato abolizionista a livello regionale è stato adottato sotto l’egida del Consiglio d’Europa: il Protocollo n. 6 alla Convenzione europea sui Diritti Umani, approvato nel 1983, proibisce la pena di morte in tempo di pace, anche se gli stati parte possono mantenerla per reati commessi in tempo di guerra o di imminente minaccia di guerra. Tutti gli stati membri hanno firmato e quasi tutti lo hanno ratificato, ad eccezione della Russia. Più recentemente, il Protocollo n. 13, adottato nel maggio del 2002 ed entrato in vigore nel luglio del 2003, è stato ratificato da 41 dei 47 stati, abolisce la pena di morte in qualsiasi circostanza senza alcuna riserva, andando oltre lo stesso Secondo protocollo opzionale. “L’Europa ha di fatto creato una “free zone” rispetto alla pena capitale che si stende dall’Islanda a Vladivostok e dalla Norvegia alla Turchia. Questa è una delle conquiste più grandi dell’Europa”, ha dichiarato Jacques Barrot, commissario europeo per la Libertà, la Giustizia e la Sicurezza il 10 ottobre del 2008, in occasione della firma da parte degli stati del Consiglio d’Europa di una dichiarazione comune di conferma del proposito di continuare a lavorare per l’abolizione. Un obiettivo che da tempo si sta perseguendo a colpi di raccomandazioni (giugno 2006 e giugno 2001), risoluzioni (giugno 2001), rapporti (aprile 2006 e giugno 2001) e dichiarazioni (sulle esecuzioni in Giappone, dicembre 2006; sull'estensione della moratoria sulla pena di morte in Russia, novembre 2006).

Dall’altro capo dell’Atlantico, l’Organizzazione degli Stati americani ha adottato nel 1990 un protocollo opzionale alla Convenzione americana sui diritti umani del 1969, che pone come obiettivo l’abolizione della condanna a morte con la stessa possibilità del Secondo Protocollo opzionale di “applicare questa pena in tempi di guerra in accordo con la legge internazionale, per casi estremamente gravi di natura militare”. In ogni caso, questo testo è stato approvato in maniera meno ampia e ratificano fino al 2008 da 9 dei 35 stati membri.

Nello specifico, anche negli Stati Uniti, secondo secondo Christopher Hill, coordinatore dell’associazione ACLU Capital Punishment Project, si registrano segnali positivi: “Sebbene 36 stati mantengano la pena capitale nei propri statuti, in molti viene raramente adottata. Secondo il Death Penalty Information Center, l’80% delle esecuzioni negli Stati Uniti avvengono nei paesi del sud. Secondo le statistiche dell’Ufficio di Giustizia, ci sono meno condanne capitali negli Usa oggi che in qualsiasi momento da quando la pena capitale è stata reintrodotta in questo paese nel 1976”. In questo lungo percorso gli Stati Uniti seguono le orme del continente europeo, come sottolinea Elizabeth Zitrin, coordinatrice dell’Organizzazione americana Death Penalty: “Mentre emergiamo da un periodo della vita americana in cui la tortura era sanzionata ai più alti livelli del governo, in cui persecutori federali erano obbligati a infliggere la condanna a morte contro il loro stesso giudizio professionale, in cui le armi sono state considerate l’unico modo di comunicare con altre nazioni, troviamo una guida nell’Europa – ha dichiarato la coordinatrice. In questa nuova era gli Stati Uniti seguiranno una nuova strategia, come il presidente Obama ha detto, che bilancerà con la forza militare tutti gli altri elementi del nostro potere, incluso “il potere del nostro esempio morale”. "Ciò che ci viene chiesto ora è una nuova era di responsabilità”, ha detto alla sua inaugurazione. Rifiutiamo una falsa scelta fra la nostra sicurezza e i nostri ideali. Quegli ideali illuminano ancora il mondo”.

 

L'Italia

L’Italia ha giocato un ruolo importante nella lotta contro la pena di morte fin dall’antichità. Il Granducato di Toscana il 30 novembre del 1786 fu il primo stato al mondo ad abolire la pena capitale. Tutti gli stati preunitari prevedevano la pena di morte, che fu poi abolita dall'ordinamento del Regno d'Italia con il codice Zanardelli nel 1889. Reintrodotta dal fascismo per i più gravi delitti politici nel 1926 e per quelli comuni nel 1930, fu poi sostituita con l’ergastolo nel 1944. La Costituzione italiana (art. 27) ne ribadisce il divieto, riaffermando che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso dell'umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, lasciandola però in vigore per i casi previsti dalle leggi militari di guerra. Un ultimo baluardo definitivamente caduto nel 1994.

Nel 1995 l’Italia ha ratificato il Secondo Protocollo al Patto internazionale sui diritti civili e politici. L’abolizione della pena di morte è stata completata infine nel marzo del 2009 con la ratifica del Protocollo n. 13 (in .pdf) della Convenzione europea dei Diritti Umani e delle libertà fondamentali. Questo percorso nazionale, si è concretizzato nell’ultimo decennio in un grande impegno anche a livello internazionale. Nel 1994, il Governo di Silvio Berlusconi aveva presentato, per la prima volta nella storia, una risoluzione per la moratoria universale delle pene capitali all’Assemblea generale dell’Onu, che non fu approvata per soli 8 voti.

A seguire nel 1997, il Governo di Romano Prodi ha presentato la Risoluzione pro Moratoria alla Commissione Onu per i Diritti Umani di Ginevra che l’ha approvata con la maggioranza assoluta dei voti. Da allora la risoluzione è stata sempre approvata dalla Commissione di Ginevra. Nel gennaio del 2007, su pressione del partito radicale, l’Italia ha ricevuto il supporto del segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon quando ha lanciato una nuova campagna contro la pena di morte, in seguito all’esecuzione di Saddam Hussein. Nel settembre del 2007, Romano Prodi ha poi sollecitato tutte le nazioni a istituire una moratoria sulla pena capitale in un messaggio (in .pdf) consegnato all’Assemblea generale, un importante contributo nella riflessione e nel percorso internazionale.

 

Bibliografia

Marchesi A., La pena di morte. Una questione di principio, Laterza 2005

Iacometti S., Signore A., Il boia non molla. Dall'iniezione letale alla lapidazione. La pena di morte nel mondo, Transizioni 1999

Nelson, L., Foster B., Death watch: a death penalty anthology, Pearson 2000

Turow S., Punizione suprema. Una riflessione sulla pena di morte, Mondadori 2005

Johnson D.T., Zimring F.E., The Next Frontier: National Development, Political Change and the Death Penalty in Asia, Oxford University Press

 

Documenti

Condanne a morte ed esecuzioni nel 2008, Rapporto Amnesty international

Ending the executions in Europe: Towards abolition of the death penalty in Belarus

Secondo Protocollo opzionale 1989

Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla Moratoria Universale delle esecuzioni capitali

Seconda moratoria sull’uso della pena di morte, dicembre 2008 (in .pdf)

 

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni)

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Video

L'ONU approva la moratoria della pena di morte