Migranti e non solo: quella “povertà in transito” soccorsa nelle stazioni

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La targa dedicata a Modesta Valenti - Foto: A. Toro ®

Al binario 1 di Roma Termini c’è una targa di commemorazione, spesso accompagnata da dei fiori colorati. E’ dedicata a Modesta Valenti, anziana senza fissa dimora che la notte del 31 gennaio 1983 morì in stazione nell’indifferenza generale. Complice il freddo di quei giorni, Modesta aveva accusato un forte malore, ma pure se l’ambulanza arrivò, non fu fatta salire a bordo: perché aveva i pidocchi, era “troppo sporca”. La lasciarono lì, a morire dopo ore di agonia, vecchia e sola, come tanti altri invisibili che vivono per strada e di cui lei è divenuta ormai un simbolo. Da allora sono passati molti anni, e se è vero che le stazioni continuano ad essere tra i luoghi in cui le persone in stato di disagio cercano rifugio, oggi una risposta a coloro che chiedono aiuto esiste: sono gli Help Center, progetto di solidarietà nato nel 2002 e realizzato da Ferrovie dello Stato in collaborazione con gli Enti Locali e con le organizzazioni del Terzo Settore. Sulla loro attività si basa il nuovo rapporto annuale a cura dell’Osservatorio Nazionale sul Disagio e la Solidarietà nelle stazioni italiane (Onds), in cui la fotografia che si ricava è quella di “una povertà per lo più in transito”, ma comunque connotata dalla “costante presenza di famiglie italiane che faticano ancora ad uscire dalla crisi”.

Si rifugiano, quindi, nelle stazioni, luoghi spesso combattuti tra necessità di sicurezza e opportunità di relazione e che, proprio per questo, “vengono scelti da chi quell’opportunità crede di averla persa”. Ma cosa sono gli Help Center? Onds ne conta 13, tra quelli pienamente operativi in Italia (più il centro di Trieste che, essendo stato inaugurato solo ad aprile 2016, non è stato incluso). “Si tratta di sportelli di ascolto situati all’interno e/o nelle zone limitrofe alle stazioni ferroviarie, che orientano le persone in difficoltà verso i servizi sociali della città: dai centri di accoglienza alle comunità terapeutiche, fino alle associazioni specializzate, per elaborare percorsi mirati di recupero e reinserimento sociale” spiega Alessandro Radicchi, presidente di Onds.

Secondo il rapporto, nel 2015 sono oltre 21.292 le persone assistite – di cui 9.135 nuovi utenti – per un totale di oltre mezzo milione di interventi sociali, di cui 84.085 di presa in carico e orientamento. Sebbene siano soprattutto uomini di età compresa tra i 30 e i 49 anni a rivolgersi agli Help Center, il rapporto nota come tra i nuovi ingressi quest’anno ci sia un aumento di donne, giovani e immigrati. “Dal 2014 ad oggi sono arrivati in Italia, passando per le nostre stazioni, oltre 380.000 profughi che si sono sommati alle oltre 50.000 persone senza fissa dimora censite dall’Istat” si legge nel report. Complici i flussi migratori, le persone assistite sono dunque in prevalenza straniere, che corrispondono al 70% del totale. Aumenta anche il numero dei minori non accompagnati, i quali hanno bisogno di speciali misure di accoglienza e di tutela. Nonostante questi numeri, secondo il report Onds gli stranieri sono comunque diminuiti rispetto all’anno precedente, mentre è aumentata di contro la presenza degli italiani, che rappresentano oggi circa il 25% (con un aumento, rispetto al 2014, di 5 punti percentuali).

In generale, la maggioranza opta per i cosiddetti servizi a “bassa soglia”, per i quali l’identificazione non è necessaria, e che consistono nella distribuzione di viveri e beni primari, o nel garantire l’accesso ai servizi di prima necessità quali la cura dell’igiene personale o un pasto caldo. Ma non mancano coloro che compiono un vero e proprio percorso di reinserimento, uscendo dalla strada e reintegrandosi nel tessuto sociale. Come Sergio, 74 anni e originario della Toscana, incontrato a stazione Termini durante l’ultima cerimonia di commemorazione di Modesta Valenti avvenuta a giugno: “Ero un tecnico specializzato in raffineria – racconta –. Nel 1998 ho perso mia madre, che era il mio punto di riferimento, e da allora mi sono lasciato andare, ho perso tutto”. La sua, però, è una storia a lieto fine: “Per anni ho vissuto per strada, è stata molto dura. Fino a che non ho incontrato i volontari di Sant’Egidio che mi hanno rimesso in piedi. Oggi sono orgoglioso di fare anch’io qualcosa per gli altri, come portare la cena a chi dorme per strada insieme ai volontari dell’associazione”.

Sant’Egidio, Caritas, On the Road, sono tantissime le associazioni e gli enti che lavorano, direttamente o indirettamente, in sinergia con le attività degli Help Center. Non bisogna dimenticare che, secondo l’ultima indagine Istat, in Italia nel 2015 circa una persona su tredici vive in povertà assoluta, ovvero non dispone – o dispone con grande difficoltà o intermittenza – delle primarie risorse per il sostentamento umano, come l'acqua, il cibo, il vestiario e l'abitazione. Mentre in Europa i poveri sarebbero più di 40 milioni. “La povertà di cui parliamo non è certo esemplificativa della povertà del nostro Paese, ma certamente ne rappresenta uno spaccato – scrivono i curatori del report – Altre imprese ferroviarie europee guardano con interesse queste nostre attività e stanno iniziando a replicare le nostre modalità di accoglienza: Help Center e poli di riferimento sociale stanno nascendo nelle stazioni di Francia, Lussemburgo, Belgio e presto in Bulgaria”.

Certo i problemi permangono, a partire dalla mancanza di finanziamenti in taluni casi (vedi gli Help Center di Foggia e Melfi), o dal perdurare della visione emergenziale di un fenomeno come quello migratorio, così come “l’estrema necessità di un’integrazione sociale e sanitaria, oggi per lo più dimenticata”, e che spinge gli Help Center a divenire sempre più spesso ambulatori o luoghi di convalescenza improvvisata, con strumenti e mezzi limitati. “Segnali forti, precisi e improrogabili” che secondo Ferrovie dello Stato vanno studiati e affrontati al più presto. Come recita la targa in memoria di Modesta Valenti: “Perché nessuno muoia più abbandonato”.  

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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