Un pomeriggio allo stadio di Nyahururu

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Foto: L. Ramigni

Quando si entra nel Nyandarua, regione negli highlands del Kenya, si è accolti da un cartello che dice “the land of milk and potatoes”. Non è proprio la terra dove “scorre latte e miele”, ma ci siamo quasi.

Lungo la strada ecco tantissime vacche e capre che spesso costringono la macchina a rallentare o fermarsi per permettere loro di attraversare la striscia d’asfalto, una barriera che le separa da campi d’erba verde da brucare ecco ovunque, lungo le carreggiate, persone pronte a vendere patate, disposte ordinatamente in scatole di latta da cui si ergono come tante piccole piramidi.

Però questa regione degli Highlands kenyani potrebbe chiamarsi anche “the land of runners and champions”. È qui infatti che vengono ad allenarsi gli straordinari corridori kenyani prima di spostarsi al nord del mondo a fare man bassa di maratone, cross e meeting di mezzofondo.

La città di Nyahururu del resto ha visto i natali e poi anche la tragica morte del primo kenyano a vincere una maratona olimpica: era stato nel 2008 a Pechino, il suo nome Samuel Wanjiru.

Proprio al centro di questa cittadina, tra bancarelle di frutta e vestiti usati, è collocato uno spazio aperto, forse il luogo di aggregazione per eccellenza: lo stadio di Nyahururu. Due campi di pallavolo, uno da basket, uno da calcio e una pista d’atletica, dove di solito non si lanciano pesi o giavellotti ma si insegue un pallone imitando i campioni della premier league. Erba e terra costituiscono il terreno di gioco su cui calcare piedi nudi o ricoperti da improbabili scarpette da gioco.. Qui, ogni pomeriggio, finito il lavoro, ci si reca per giocare ma anche per ritrovarsi con gli amici a chiacchierare distendendosi sull’erba o per scommettere su chi vincerà una delle partite in atto.

Di mattina però lo stadio è off limits, tranne che per gli atleti giunti in città per prepararsi alla stagione dei meeting e delle maratone.

Non si può che rimanere affascinati dalla bellezza del gesto atletico. Una volée di Federer, una finta di Messi, un tiro di Curry, una discesa della Vonn, una corsa di Bolt, un volteggio della Biles…sono opere d’arte cui non si può far altro che sostare a goderne della vista. E gli atleti sconosciuti che ammiriamo nel circuito in terra di Nyahururu non sembrano essere da meno. Rimaniamo incantati guardando i fisici longilinei, la postura, la leggerezza degli appoggi, la facilità di corsa… .

In questo contesto, una ragazza bianca che si avvicina alla pista desta già curiosità, se ha i capelli colorati di verde l’attenzione aumenta, ma se poi si toglie la gamba da passeggio per inserirsene una con una lama con cui inizia a correre…allora più nessuno può far finta di niente. Chi sarà mai?

È Martina Caironi, portabandiera dell’Italia Parolimpica a Rio 2016, detentrice del record del mondo nei 100 metri, distanza sulla quale è imbattuta dal 2012 e che le ha regalato due medaglie d’oro olimpiche Londra 2012 e Rio 2016

Che ci fa a Nyahururu? Si allena per la prossima stagione agonistica?

No! Ha accolto l’invito di Fondazione Fontana che le ha proposto un viaggio in Kenya per conoscere la realtà del Saint Martin ed eventualmente diventarne ambasciatrice. Con l’entusiasmo che la contraddistingue ha accettato riuscendo ad incastrare nella sua fittissima agenda 10 giorni nel mese di gennaio.

Conoscere i progetti del Saint Martin e come vengono coinvolte le comunità locali nel prendersi a cuore le persone più fragili al loro interno è stato lo scopo principale del viaggio. Un’atleta come lei non poteva rinunciare ad un giro di pista, e così un pomeriggio si reca allo stadio.

Durante il tragitto verso lo stadio, camminando con uno zainetto sulle spalle e una gamba tra le braccia, Martina sollecita l’attenzione di tutti e in particolare di alcuni bimbi che ,meno timorosi degli adulti, le si avvicinano incuriositi dai capelli e dall’oggetto che trasporta.

Una volta arrivata dentro lo stadio, Martina si siede, rimuove la gamba da passeggio e indossa quella da corsa come se fosse la cosa più naturale al mondo. E per lei lo è, ma non per tutti gli altri che iniziano a guardarla sempre più incuriositi. Si mantengono a distanza, mentre fa qualche esercizio di stretching, ma quando inizia a correre le si affiancano.

Il muro è rotto, la corsa avvicina, include.

Dopo un giro di pista si fermano. Iniziano le domande. Martina prende fiato e comincia a raccontare la sua storia. Dell’incidente stradale che a 17 anni le ha fatto perdere la gamba sinistra. Della fatica di accettare la disabilità, ma soprattutto di come questa sia stata l’inizio di una nuova, inaspettata, meravigliosa avventura. Una corsa nella vita e nello sport che l’ha portata ad essere una campionessa olimpica e mondiale.

Le persone attorno a lei incalzano, sono curiose di conoscere meglio questa ragazza bianca dai capelli verdi, ma anche il suo arto artificiale.

Martina sa bene che protesi come la sua non sono comuni. Del resto lei rientra in quella ristretta cerchia degli amputee blade runner, come vengono chiamati i corridori che usano le protesi diventate famose grazie ad Oscar Pistorius, il controverso atleta che per primo le fece conoscere al grande pubblico.

Martina si siede per terra, si sfila la gamba e con molta semplicità mostra le varie caratteristiche e del perché durante la finale olimpica a Rio stava per sfilarsi.

Sono quasi le 18, il sole sta velocemente cedendo il passo alle prime luci della sera, è tempo di tornare a casa. Martina saluta, si rimette la gamba da passeggio e si avvia verso il Saint Martin

Ognuno condividerà a suo modo l’incontro con la campionessa dai capelli verdi e con la gamba speciale; chi racconterà della protesi con la lama al posto del piede, chi della felicità di correre a fianco di una campionessa olimpica, chi della sorprendente normalità di essere disabile.

Tutti però persuasi che, indipendentemente da ciò che accade, il futuro dipende solo da noi.

Luca Ramigni

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