Gli eritrei detenuti in Libia sono profughi, l'Italia ne riconosca il diritto d'asilo

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Migranti in un centro di detenzione

Mancavano venti miglia. Il viaggio stava per finire. Dopo i confini, i soldati, i contrabbandieri di uomini, il deserto infuocato, la sete, gli stenti, la morte di compagni di sventura abbandonati alla sabbia del Sahara, soltanto il mare era l’ultimo ostacolo per arrivare in Italia. Ma il gommone strapieno di profughi e rifugiati dell’Eritrea deve essere rimandato in Libia: questo secondo la legge dei respingimenti di cui il nostro governo, paladino dei valori cristiani, va fiero anche a livello internazionale. A venti miglia da Lampedusa in acque internazionali le autorità navali, italiane o maltesi poco importa ma comunque della civile Europa, segnalano alla marina libica l’imbarcazione sospetta (probabilmente carica di terroristi o di persone venute per rubare il lavoro ai padani) che viene fermata e rispedita sulle coste della Libia. Questo avveniva nel canale di Sicilia il 6 giugno 2010. Tutti sanno che questa congerie di disperazione è fatta di uomini che fuggono dagli stenti, dalla prigione, dalla dittatura, da un paese, l’Eritrea, da anni sotto il giogo di una dittatura militare tra le più chiuse e feroci d’Africa. Ci sono anche donne, bambini.

Sono rifugiati che devono essere accolti secondo le norme internazionali sottoscritte solennemente anche dall’Italia. Sono rifugiati che hanno diritto all’asilo come recita la nostra Costituzione all’articolo 10 comma 3: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. La legge dei respingimenti va contro il diritto internazionale, contro la nostra costituzione, contro la consuetudine del mare che chiama a soccorrere i moderni naufraghi. Ma soprattutto contro i diritti dell’uomo, più sacri di qualsiasi legge.

Sappiamo dove vanno a finire i rifugiati che ritornano in Libia. Ci sono testimonianze su testimonianze, le ultime portate meritoriamente alla luce dal quotidiano l’Unità e finalmente rimbalzate sui media nazionali. Grida di aiuto che ci provengono dal carcere-lager di Al Brak nel cuore del deserto libico. Là avvengono efferatezze e angherie di ogni sorta, maltrattamenti, torture che sovente portano alla morte. Non c’è nessuno scampo, nessuna protezione internazionale, nessuna pietà umana. Ma gli aguzzini libici sono l’ultimo anello della catena, quello meno responsabile. Sopra di loro il direttore del carcere per il quale le bastonate sono il minimo per chi “ha infranto la legge libica”; poi le autorità libiche fino al colonnello Gheddafi; poi quei governanti europei che sanciscono con il dittatore accordi di questo tipo. Cosi arriviamo ai sorrisi di Maroni e alla faccia di bronzo di Frattini, che sono conniventi o ignari della situazione. Occorre denunciare con forza che il trattato Italia Libia fortemente voluto dal ministro degli esteri D’Alema del governo Prodi e sottoscritto in tenda da un felicissimo Berlusconi sempre a suo agio tra i dittatori porta a queste conseguenze.

Non ci sono immagini di questi luoghi terribili di detenzione, di queste discariche di rifiuti umani indispensabili forse per poter chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Guardare però la fotografia di un camion dei profughi stipato all'inverosimile è sufficiente per rendersi conto della tragedia. Un alveare di disperazione fatto di corpi abbrustoliti, di insufficienti taniche d'acqua, di cenci raffazzonati, di sacchi polverosi di cibo, di brandelli di futuro. Un camion che è un contemporaneo vagone piombato, una Guernica d'oggi. Basterebbe poi ascoltare le voci, prendere sul serio il dramma, capire che questa situazione non è più tollerabile perché mette a repentaglio la nostra democrazia. Riguarda i fondamenti del nostro vivere civile, della tenuta di una società che vuole dirsi moderna e solidale.

Kaled è di Asmara, ha 18 anni ed ha appena fatto la maturità. Adesso dovrà fare il servizio militare. A tempo indeterminato. Anni e anni di marce forzate, vita di caserma in condizioni difficilissime, esercitazioni per una guerra sempre dietro l'angolo. Se Kaled si rifiutasse finirebbe in prigione, nelle terribili carceri eritree. Anche Tinmit e Selam devono partire oppure, in quanto ragazze, possono evitare il militare sposandosi e avendo figli. Una loro amica ha preferito questa soluzione scegliendo quello che per lei era il male minore. Loro invece andranno nell'esercito senza sapere l'ora del ritorno, alla mercé della dittatura. Troveranno forse qualche modo per essere congedate magari dopo quattro o cinque anni. Poi se si rimane incinte in caserma si può sperare di tornare a casa.

Piergiorgio Cattani

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