Diritti dei popoli indigeni

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“Although we are in different boats you in your boat and we in our canoe we share the same river of life”. (Capo Oren Lyons, depositario delle tradizioni del clan delle Tartarughe della nazione Onandaga)

 

Introduzione

Non ci sono solo fiori, piante e animali a rischio di estinzione, ma anche popoli, culture, civiltà. Si tratta dei popoli indigeni o tribali, oltre 300 milioni di persone che abitano in 70 paesi nel mondo e rappresentano oltre 5.000 lingue e culture di tutti i continenti. La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite li ha definiti nel 1982: "comunità, popoli e nazioni indigene (…) che, avendo una continuità storica con società precoloniali che si svilupparono sui loro territori prima delle invasioni, si considerano distinti dagli altri settori della società che ora sono predominanti su quei territori, o su parti di loro. Essi formano settori non dominanti della società e sono determinati a preservare, sviluppare e trasmettere alle future generazioni i loro territori ancestrali e la loro identità etnica quali basi della loro esistenza come popolo, in accordo con i propri modelli, istituzioni sociali e sistemi legislativi".

Vittime dell'espansione coloniale delle potenze europee nel mondo e talvolta di veri genocidi, hanno perso quasi tutti i loro territori e sono ridotti a vivere al margine di società a loro estranee. Da millenni in piena armonia e simbiosi con la natura in qualsiasi ecosistema, dalle selve tropicali, ai geli artici, dagli altipiani ai deserti, sono stati definiti anche “custodi della terra” da cui traggono sostentamento fisico, ma anche spirituale. Per la maggior parte di questi popoli, la terra e la vita umana sono indissolubilmente connesse. Dimora degli antenati, fonte di cibo e riparo, la terra è per loro eredità custodita per i loro figli e i figli dei loro figli.

Nonostante le differenze e la lontananza, le comunità indigene di tutte le latitudini condividono anche identiche tradizioni di negazione del diritto di autodeterminazione, diritto alla propria terra e alle proprie risorse. In molte aree, i popoli indigeni sono minoranze etniche ma, anche laddove costituiscono la maggioranza della popolazione, come in Bolivia o nel Guatemala, sono comunque ridotti a minoranze di fatto.

Vittime, come negli ultimi cinque secoli, della supremazia tecnica, economica, militare della civiltà Occidentale e dell’estensione del suo sistema di valori. Finita l’era del colonialismo e avviata la decolonizzazione, i nativi sono rimasti in condizione di subordinazione, succubi di rinnovati interessi economici, commerciali e tecnologici, come denuncia la Dichiarazione di Iximché: "l'imposizione di politiche neoliberali, chiamate globalizzazione, che continuano a spogliare e saccheggiare le nostre terre, appropriandosi di tutti gli spazi e mezzi di vita dei popoli indigeni, causando il degrado di Madre Natura, la povertà e la migrazione".

Molte di queste etnie non sono sopravvissute, come i Guanci delle Canarie o gli Ona della Terra del Fuoco. Quante sono ancora in vita devono lottare per la sopravvivenza nel silenzio generale. Una mancanza di attenzione nei confronti di questi popoli, patrimonio culturale dell'umanità, che non si lega soltanto alla loro condizione di minoranze etniche, ma anche alla marginalità rispetto al mercato dei consumi e alla società nel tempo della globalizzazione.

 

Mondo Tribale

I popoli indigeni riconosciuti dalle Nazioni Unite sono formati da oltre 300 milioni di persone, più del 4% della popolazione mondiale, ma rappresentano però il 90% della "diversità culturale" del pianeta. Si parla di ancora circa 5.000 comunità indigene in 75 stati. La maggioranza vive in Asia e gli altri sono sparsi in tutti i continenti: rappresentano infatti ancora oggi la maggioranza numerica della popolazione dell’America Latina, dell’Africa e dell’Oceania.

Tra di loro si contano circa 84 milioni di Adivasi in India, circa 40 milioni di Indiani in tutta l'America, gli Aborigeni in Australia, i Maori in Nuova Zelanda, i San nell'Africa meridionale e molti altri. Nel continente africano, numerosi gruppi etnici diversi da quelli predominanti nei singoli stati non sono considerati "indigeni" secondo la formula adottata nel diritto internazionale, perché i governi post-coloniali sono formati da rappresentanti di altre etnie locali, a differenza di quanto accade in altri paesi. Si annoverano come "indigeni" solo piccoli gruppi isolati, come i pigmei o i tuareg. In Europa sono considerati indigeni, invece, pochi popoli: fra questi i Lapponi o Sami, 68.000 persone insediate nelle terre subartiche dalla Norvegia fino alla Russia, rappresentano il gruppo più numeroso. Alle popolazioni indigene riconosciute, si devono poi aggiungere anche tribù mai contattate dalla civiltà industrializzata.

Nel maggio del 2008 la fondazione governativa brasiliana Funai ha individuato in un sopralluogo aereo uno degli ultimi villaggi mai contattati nell'Amazzonia occidentale, vicino al confine tra Brasile e Perù. Al mondo esistono non più di 100 tribù mai contattate e la maggior parte di esse si trova in America meridionale, soprattutto tra Brasile e Perù. Altre se ne trovano in Australia, in Nuova Guinea e nelle Isole Andatane. Come ricorda Survival International, impegnata nella difesa dei popoli indigeni, si tratta di tribù estremamente vulnerabili a qualsiasi forma di contatto perché prive di difese immunitarie nei confronti di malattie provenienti dall’esterno.

 

Vecchie e nuove minacce

Soprusi e violenze ai danni delle comunità indigene non hanno confini, come ha ricordato il Segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon nel corso della celebrazione della Giornata internazionale dei popoli autoctoni: "I 370 milioni di persone appartenenti a popoli indigeni continuano a essere vittima di discriminazioni, povertà e conflitti".

Emarginate e discriminate, queste comunità vedono calpestati i propri diritti. Sfruttate come mano d’opera a basso costo o ancora rinchiuse in riserve, vengono obbligate a trasferirsi quando nel loro territorio si scoprono risorse e ricchezze. Complici di queste violazioni sono spesso i colossi multinazionali. Cresciuti negli ultimi decenni in maniera inversa alla capacità degli organi del diritto di imporre un controllo sul loro operato a causa della lacune esistenti nei diritti statali interni e in quello internazionale, spesso queste realtà giuridiche internazionali interpretano i diritti umani, il rispetto dell'ambiente, i diritti dei lavoratori come barriere per il libero mercato e il profitto, macchiandosi di violazioni e ingiustizie ai danni delle popolazioni indigene.

Cupidigie antiche o più recenti guidano l’assedio, come ha illustrato il Forum internazionale in una mappa degli impatti negativi della globalizzazione economica sulle comunità tribali (in .pdf). La lista delle violazioni è fitta: il disboscamento illegale minaccia i Bayaka nella Repubblica centrale africana, i Pigmei nel cuore dell’Africa o gli indigeni di Sarawak nel Borneo insieme a molti popoli in Brasile, Cile ed Ecuador; lo sfruttamento petrolifero in Sudan è causa dell’allontanamento dei Dinka; autostrade argentine attraversano i territori Wichì; l’avidità di oro condanna alla miseria i Miskito in Nicaragua, mentre le miniere d’uranio inquinano i territori delle genti Dene e Cree. Per non parlare degli effetti negativi del turismo: corruzione della cultura locale, sfruttamento dell'ambiente, istigazione alla prostituzione e inflazione. Negli ultimi decenni si sono aggiunte anche le nuove sfide dei cambiamenti climatici.

Come rileva l’ultimo report dell’organizzazione non governativa Minorities rights group (MRG) molte di queste comunità stanno già affrontando l’estensione di siccità, alluvioni, inondazioni e scioglimento dei ghiacci. Accade, per esempio, nella regione dell’Artico, dove il surriscaldamento mette a rischio la cultura dei pastori di renne, i Sami. In molte aree sono invece paradossalmente vittime degli sforzi per contrastare il riscaldamento globale. L’espansione delle piantagioni di palma da olio destinate alla produzione di biodiesel, denuncia APM, minaccia centinaia di popoli in Indonesia, Birmania o Colombia. “Cacciare la gente dalla propria terra per consentirne l’uso per la produzione di biocarburanti - spiega Ishbel Matheson di MRG - non solo non sta aiutando l’ambiente, ma sta privando molte persone delle proprie risorse. Non c’è cosa più urgente che far sentire la loro voce nell’ambito del dibattito sui cambiamenti climatici”.

Un appello a cui si è associato Sha Zukang, sottosegretario generale Onu per gli Affari economici e sociali: "Dovremmo ascoltare i popoli indigeni: con la loro vasta conoscenza dell’ambiente in cui vivono, possono e devono giocare un ruolo cruciale negli sforzi globali per contrastare i cambiamenti climatici”. Un altro allarme di particolare attualità minaccia conoscenze e risorse biogenetiche dei popoli indigeni, vittime del furto e della brevettabilità autorizzata dagli accordi Wto sulla commerciabilità dei diritti di proprietà intellettuali: piante coltivate e da sempre utilizzate come alimenti o medicinali dagli indigeni sono state brevettate in Europa, Giappone e Stati Uniti, depredando ulteriormente queste tribù del loro patrimonio ancestrale.

 

Da Pachamama ai tavoli internazionali

I pregiudizi che nel XVI secolo spinsero a istituire un congresso ecclesiastico per decidere se gli indios avessero o meno l’anima non si sono estinti nella società moderna occidentale. Nel mondo contemporaneo la lotta per il riconoscimento dei diritti dei popoli autoctoni giunge al cospetto della Società delle Nazioni nel 1923, sostenuta dal capo indiano Deskaheh che chiede invano l’ingresso della Confederazione delle Sei Nazioni Irochesi fra i membri dell'organizzazione. Nei principali documenti del diritto internazionale, come la Carta delle Nazioni Unite del 1945 (in .pdf)) o la Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948, gli indigeni non figurano, in quanto, come collettività legata a un territorio, rappresentavano una categoria difficile da assimilare per il diritto internazionale. L’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) definisce con la Convenzione 107 sulla protezione e l’Integrazione dei popoli indigeni, tribali e semitribali il diritto di ogni popolo alla terra e alla proprietà collettiva.

La battaglia per il riconoscimento come “popoli” prende avvio contro l’ostilità e l’ostruzionismo dei paesi nati dalla negazione delle culture native e di altri colpevoli di persecuzioni. Negli anni ’50 varie comunità indigene, soprattutto nel Nord America, sono già organizzate a livello locale. E’ però dai decenni successivi che il concetto di “popolo indigeno” si estende, facendo sorgere movimenti e congressi pan-indigeni, come il Consiglio internazionale dei trattati indiani (IITC) e il Consiglio mondiale dei popoli indigeni nel 1975.

Le fila della lotta comune si ingrossano, ottenendo una prima vittoria nel 1977, quando il Consiglio mondiale dei popoli indigeni ottiene il riconoscimento Onu come organizzazione non governativa con funzioni consultive.

Parallelamente dall’antropologia affiorano le prime critiche ai paradigmi di modernità e progresso, suggerendo l’interpretazione della questione indigena come alternativa di civiltà (Dichiarazioni di Barbados, 1971 e 1977. In questo periodo, l’Onu istituisce il Gruppo di Lavoro sui Popoli Indigeni e, poco tempo dopo, la Commissione per la Prevenzione della Discriminazione e la Protezione delle Minoranze.

Con la collaborazione di rappresentanti indigeni, gli enti intraprendono l’elaborazione di norme di tutela dei nativi e che applichino la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, come scrive Miqueias Mishari dell'Associazione Interetnica di sviluppo della foresta peruviana: "Carta utilizzata per la decolonizzazione dei possessi europei oltremare, ma, a causa delle pressioni di Stati Uniti, Urss e dei paesi sudamericani, non applicata alla situazione dei popoli colonizzati all'interno delle singole frontiere".

Altra tappa fondamentale si registra nel 1989 con l’adozione da parte dell’Oil della Convenzione 169 (in .pdf). Riconosciuti i diritti alla terra, la nuova carta stabilisce l’obbligo di consultazione delle comunità indigene ogni qualvolta vengono varati progetti con un impatto sulle loro vite. Superando la logica integrazionista, garantisce il rispetto delle pratiche culturali e sociali e delle risorse naturali dei popoli tribali. Sebbene secondo molte tribù indigene la nuova 169 lasci aperti molti spiragli rischiosi, essa costituisce la più importante legge internazionale vincolante sui popoli tribali. Per questa ragione a distanza di oltre vent’anni conta un numero esiguo di ratifiche e un numero elevato di campagne civili a sostegno della sua approvazione effettiva.

Identiche difficoltà hanno caratterizzato l’elaborazione della Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni, entrata in vigore il 13 settembre 2007. La dichiarazione sancisce i diritti dei popoli indigeni alla proprietà della terra, e la necessita di consultazione e consenso per l’allontanamento dai loro territori. Si riconosce il contributo di culture, conoscenze e costumi indigeni allo sviluppo sostenibile e alla protezione dell’ambiente. "Un passo storico - riconosce l'Associazione per i popoli minacciati (APM) - perché "per la prima volta verranno riconosciuti esplicitamente anche i diritti collettivi dei popoli indigeni”.

La dichiarazione è il culmine di decenni di dibattiti nei conclavi internazionali. Dall’intervento all’Onu nel 1989 di Ted Moses, capo del Gran Consiglio dei Crees, alle partecipazione di delegazioni indigene alla Seconda conferenza sui diritti umani tenuta a Vienna nel 1993 in cui si riconosce la responsabilità dell’Onu e viene istituito il Forum permanente sulle questioni indigene. Dalla ricorrenza del V centenario dall'arrivo di Colombo in America (1992), il movimento si fonde ad altri gruppi minoritari nella lotta per il diritto alla diversità in collaborazione con le società civili locali.

La presenza del movimento indigeno risulta significativa in particolare nella nascita sulla scena internazionale del movimento “no global”, riunitosi a Seattle nel 1999. In questa occasione si redige la Dichiarazione di Seattle dei popoli indigeni, in cui si condanna la politica dell’Organizzazione mondiale per il Commercio Omc e i rischi per la diversità culturale e biologica indigena, in disprezzo agli accordi firmati tra Popoli indigeni ed altre nazioni.

A fianco alla lotta per l’approvazione della Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni, i tribunali di molti paesi del mondo hanno sempre più spesso riconosciuto formalmente i diritti dei popoli tribali. È il caso, per esempio, del verdetto a favore dei Boscimani emesso nel dicembre 2006 dall'Alta Corte del Botswana o del riconoscimento del diritto degli Inuit e degli Aborigeni alla propria terra, rispettivamente in Canada e in Australia.

 

Nel vecchio continente

Sebbene ci siano molte minoranze etniche europee, poche sono quelle che mantengono tratti culturali tradizionali tali da essere indicati come popoli indigeni: i sami della Scandinavia settentrionale, i nenci e altri popoli della Siberia del Nord e della Russia e infine i komi negli urali occidentali. Lo sviluppo di una vera politica in merito ai popoli indigeni in Europa è abbastanza recente.

Il Trattato di Maastricht definisce nell’articolo 130U "la vulnerabilità dei popoli autoctoni nei processi di sviluppo e il loro ruolo nella conservazione della diversità biologica". Dalla prima conferenza sulla cooperazione e sui popoli indigeni, organizzata nei Paesi Baschi in Spagna nel 1994 con vari esponenti indigeni dell'America centrale e meridionale, la questione è poi giunta per la prima volta in Consiglio nel 1997. Fra i documenti che se ne occupano si contano il Regolamento del Consiglio relativo alla cooperazione con i paesi dell'Asia e dell'America Latina, la Quarta convenzione di Lomè, il Regolamento del Consiglio sulle azioni di conservazione e sviluppo sostenibile delle foreste tropicali e infine il Documento di lavoro relativo all'aiuto fornito ai popoli indigeni nell'ambito della politica di cooperazione allo sviluppo della Comunità e degli stati membri. La Commissione europea ha una lunga storia di cooperazione e aiuto attraverso diversi progetti di supporto alle popolazioni indigene, soprattutto in America Latina.

Nella dichiarazione sulla politica di sviluppo dell’Unione Europea (in .pdf) adottata dal Consiglio, si impegna nel novembre 2005 ad applicare in tutte le attività “un approccio di sostegno e diffusione delle questioni indigene”. Dal 1999 i diritti indigeni sono stati inseriti nello Strumento europeo per la democrazia e i diritti umani (Eidhr), in virtù del quale la Comunità eroga assistenza nell’ambito delle politiche comunitarie di cooperazione allo sviluppo e di cooperazione economica, tecnica e finanziaria con i paesi terzi. Parallelamente compaiono fra le principali tematiche di finanziamento a Ong e a progetti di cooperazione. Accanto a questi impegni di cooperazione, però, molti paesi europei non hanno ancora ratificato la convenzione 169. Fra questi anche l’Italia che, come membro dell'UE, finanzia numerosi progetti di sviluppo che interferiscono nelle vite di migliaia di indigeni. Al momento, l'Unione europea giustifica questi interventi ai danni dei diritti dei popoli tribali affermando che si tratti di iniziative conformi alle leggi nazionali locali. Ratificando l’ultimo documento dell’Oil, come sostengono numerose ong nelle campagne organizzate in diversi paesi europei, i governi si assumerebbero l'obbligo di rispettare gli standard minimi di consultazione, influenzando anche aziende e società operanti nelle terre dei popoli indigeni.

Documenti

Mappa degli effetti negativi della globalizzazione economica sulle tribù indigene 2003, realizzata dall’istituto di ricerca Forum Internazionale sulla Globalizzazione (in .pdf)

- Definizione di indigeni secondo il Forum Permanente Onu (in .pdf) del Gruppo di Lavoro internazionale sulle questioni indigene

- Convenzione 107 sulle popolazioni indigene e tribali dell’Organizzazione internazionale del lavoro 1957

- La Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro: La più importante legge internazionale sui popoli tribali. I governi che la ratificano si assumono formalmente l'obbligo di rispettarla. Testo integrale e ufficiale della Convenzione ILO 169 in inglese (in .pdf)

- UN Committee on the Elimination of Racial Discrimination (CERD), General Recommendation (XXIII) Concerning Indigenous Peoples

- Comunicato stampa Conclusioni settima Sessione del Forum Permanente sulle questioni indigene (in .pdf)

- Il progresso può uccidere: Report curato da Survival International sulle conseguenze negative del progresso sulla vita dei popoli indigenti (in .pdf)

- Programma di azione della seconda Decade internazionale delle genti indigene

- Dichiarazione di Mataatua sul diritto alla proprietà culturale e intellettuale dei popoli indigeni: tappa importante nella rivendicazione dei diritti indigeni a livello internazionale nata dalla prima Conferenza internazionale sul diritto alla proprietà intellettuale e culturale dei popoli indigeni, svoltosi a Whakatana in Nuova Zelanda, promossa dalle nove tribù Maori di Mataatua, e da oltre 150 delegati indigeni provenienti dal Giappone, alle Americhe, dall’India e da varie parti del Pacifico

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni)

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IV Vertice dei Popoli di Abya Yala, Perù maggio 2009