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Quando si impone il silenzio e la sospensione del giudizio
Anziani
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Mario Monicelli - Foto: Vivacinema
Sappiamo tutti come è morto il grande regista Mario Monicelli. Sui giornali e alla televisione si sono espressi e sentiti giudizi diversi. Un dibattito si è acceso persino in Parlamento.
Ma l'etica giornalistica, eco di quella semplicemente umana, prescrive che di fronte a queste morti ci sia, quando è possibile, il silenzio e comunque sempre la sospensione del giudizio.
Sono numerosissimi i casi di dipartite drammatiche, che i giornali annunciano senza circostanziarne il modo. E' la forma corretta con cui si esercita il rispetto della persona umana. Talvolta però il silenzio non è possibile e segnatamente quando si tratta di personaggi pubblici come nel caso di Monicelli. Anche in questi casi però resta valida e vincolante la sospensione del giudizio.
Si è approfittato del caso Monicelli per introdurre anche polemicamente le problematiche generali sull'eutanasia, sull'accanimento terapeutico e sulla libertà di scegliere le modalità della propria morte. Ed è stata ribadita la posizione della Chiesa su queste questioni. Si tratta però appunto di principi generali, di visioni della vita e della morte. La loro applicazione ai casi concreti però non passa attraverso i giudizi dei vivi, ma attraverso la coscienza delle singole persone. E giudicare le coscienze non compete a nessuno. Perché la coscienza risponde solo a se stessa per i non credenti e solo a Dio per i credenti. Dostoevskij mette in bocca al “Grande Inquisitore” la più grossa bestemmia, quando così lo fa pregare: “Ti ringrazio Dio di averci dato da amministrare le coscienze”.
Altra cosa è interessarsi a questi drammi per evitare che circostanze esterne, mancanza di cure e solitudini concorrano o addirittura determinino la scelta di porre fine alla propria vita. Questo anzi è dovere sociale e politico, espressione concreta del dovere umano e cristiano.
Succede però che anche con tutti i presidi avvengano scelte suicide. Questo denota la complessità del dramma, altro aspetto che suggerisce la sospensione del giudizio. So di preti – e non pochi anche da noi – che si sono dati la morte anche quando erano in strutture protette e accompagnati con cura ed affetto. Alessandro Manzoni parlava di “guazzabuglio del cuore umano”. Io preferisco parlare di mistero. E mistero sempre e comunque è l'uomo.
Non arriverei mai a dire che il suicidio è un supremo atto di libertà, a meno che non si tratti, come nel caso di Giannantonio Manci, di salvare altre vite in pericolo.
Quanto ai funerali con rito religioso, il problema è più pastorale che dogmatico, ponendo mente che non si tratta di celebrare l'affermazione astratta di una teoria, bensì di affidare il defunto alla misericordia di Dio. E di un momento di solidarietà della comunità, con i congiunti che lo piangono e hanno motivo – quello sì di fede – di pensarlo tra le braccia del Padre.
Un'ultima considerazione ritengo utile all'argomento e riguarda la fede nella vita eterna. Anche a questo riguardo le modalità possono essere diverse. C'è chi esplicitamente la professa, ma ci sono anche i “cristiani anonimi”. Dio non è mai un posseduto neanche per i credenti. Ricordiamoci di quanto dice S. Agostino: “Dio se tu lo cerchi l'hai già trovato”. E se Monicelli fossa stato un cercatore? Non lo si può escludere se in un'intervista ad Antonello Piroso aveva detto che una risposta sicura sull'esistenza di Dio l'avrebbe potuta dare solo dopo la propria morte.
Comunque io per Monicelli ho pregato. Come, a suo tempo, ho pregato per Stalin. E sono in buona compagnia, se Papa Luciani scriveva in una sua “Lettera” di includere nelle sue preghiere anche la Pompadour.
Vittorio Cristelli da Vita Trentina






