
www.unimondo.org/Guide/Diritti-umani/Anziani/Guadagnare-100-Spendere-80-132584
Guadagnare 100 Spendere 80
Anziani
Stampa
Un ricco salvadanaio - Foto: Vita.it
In occasione della Giornata mondiale dell’informazione sullo sviluppo riportiamo l’editoriale di Pierangelo Giovannetti, direttire del L'Adige, che riflette su un futuro decisamente sobrio. Pena l’implosione.
Quando in Italia si parla di debito pubblico e di casse dello Stato vuote, tutti dicono: bisogna tagliare gli sprechi e le spese inutili, a cominciare dai privilegi della politica. Verissimo. In realtà, se guardiamo al peso che i costi (esorbitanti e ingiustificati) della politica hanno sul bilancio complessivo, ci accorgiamo che costituiscono una parte quasi insignificante ai fini del risanamento dei conti. Ciò non toglie che si possa e si debba cominciare da qui per dare l’esempio. Ciò che non è più sostenibile nel nostro Paese, in effetti, è la spesa pubblica nel suo complesso, cioè la quantità delle uscite (più di quanto ci possiamo permettere), la dislocazione (i garantiti hanno di più dei nongarantiti), la distribuzione anagrafica (risorse concentrate sugli anziani più che sulle giovani generazioni).
Tale constatazione apparirà nella sua drammaticità agli occhi degli italiani nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Noi, infatti, negli ultimi 40 anni siamo stati abituati a guadagnare 100 e a spendere 120 (scaricando il resto sul debito). Dovremo d’ora, in avanti, guadagnare 100 e spendere 80 (il resto impiegarlo a pagare il debito degli anni precedenti), pena altrimenti la bancarotta del Paese. Finora i governi (quello Berlusconi più di tutti) hanno preferito aumentare le tasse, rispetto ai tagli della spesa pubblica.
L’ultima manovra Berlusconi-Tremonti ne è un esempio evidente. Ciò che i prossimi governi saranno costretti a fare, sarà una ridisegnazione pesante della spesa ed un suo sostanzioso contenimento, che obbligherà un cambio pesante di mentalità nei cittadini. In Italia, infatti, ma un po’ in tutt’Europa, siamo cresciuti con un’idea di Stato onnipresente ed onnicomprensivo, che provvedeva gratuitamente a tutto. Tale assioma presupponeva una continua estensione dello Stato in ogni ambito della vita (dalla culla alla tomba), dai costi sempre più crescenti in maniera esponenziale, che venivano coperti aumentando le tasse e scaricandoli sul debito pubblico (cioè sulle generazioni successive).
Oggi in Italia siamo arrivati ad un livello di tassazione insostenibile (con l’ultima manovra di Berlusconi il prelievo è pari al 45% del reddito) e anche ammettendo una patrimoniale pesante che il prossimo governo (chiunque esso sia) sarà obbligato ad introdurre, ciò non basterà per garantire allo Stato italiano di sopravvivere nel tempo, se non verrà contenuta e riorientata la spesa pubblica. Il salto culturale (pesante) che ci aspetta, è che non possiamo più avere tutto gratuito dallo Stato. Anzi, dobbiamo restituire quello che abbiamo avuto in di più. Ciò per una questione di sopravvivenza come nazione, ma soprattutto di giustizia e di equità per i giovani, un terzo dei quali disoccupati, con un tasso di crescita del Paese pari a zero.
Inoltre, l’altro principio che ormai è regola di sopravvivenza, è che i servizi si dovranno pagare, almeno in parte, perché altrimenti non potranno più essere erogati. Qualche esempio: le pensioni. Con l’età media degli italiani, non è più possibile andare in pensione così giovani come oggi. L’obbligo dei 65 anni va introdotto subito, per tutti, donne e uomini, per poi innalzarlo probabilmente ulteriormente nei prossimi anni. Come dimostrano gli studi economici (fresco di stampa in questi giorni è il saggio “Cose da non credere” di Dalla Zuanna-Weber, Laterza editore), non è vero che chi va in pensione lascia il posto ai giovani, perché le risorse impiegate nella sua pensione vengono sottratte alla creazione di lavoro (riduzione del carico fiscale e contributivo) per le giovani generazioni. Le barricate dei sindacati e dei partiti (in testa la Lega Nord) all’innalzamento dell’età pensionabile sono solo difesa di interessi corporativi ed elettorali a favore dei garantiti (che hanno un posto di lavoro) a danno dei giovani (che non ce l’hanno). In tal modo si privano i giovani di avere una pensione, per darla prima a chi non ha 65 anni, e ne ha davanti almeno altri 25 di età presunta.
Stessa cosa per le pensioni di anzianità e i baby pensionati. In Italia sono 535.000 le baby pensioni che vengono erogate tutti i mesi. Sono per lo più ex dipendenti pubblici (molti dei quali andati in pensione dopo solo 14 anni, sei mesi e un giorno di contribuzione), che da decenni ricevono il loro assegno mensile, essendo diventati pensionati a 35-40 anni, quando oggi un giovane alla stessa età è ancora precario o senza lavoro. Le baby pensioni costano allo Stato 9,5 miliardi di euro l’anno, un bel pezzo di manovra finanziaria. Non è più possibile pensare che tale sistema continui. Non solo quindi, le pensioni di anzianità non possono più reggere, a meno di aumentare ulteriormente le tasse (o il prelievo sui lavoratori, dissuadendo ulteriormente dal fare assunzioni). Ma occorrerà incidere anche sulle attuali pensioni baby in erogazione, con prelievi anche rilevanti, del resto non giustificati e non meritati in base alla contribuzione versata.
La reazione dei sindacati anche qui è stata una levata di scudi. Lo si è visto nei giorni scorsi quando Tremonti lo ha proposto in sostituzione dell’ennesimo condono agli evasori. La fatica a cambiare mentalità la si registra anche da noi in Trentino. Di fronte all’aumento esponenziale della popolazione anziana, non può che essere obbligatoria una compartecipazione degli utenti alla retta. Chiedere che gli utenti paghino una quota maggiore dell’assistenza socio-sanitaria, è la garanzia necessaria perché il sistema non imploda prima e garantisca case di riposo e assistenza agli anziani di domani.
È cioè azione di responsabilità e di lungimiranza della politica, in un’epoca in cui la politica è incapace di assumersi responsabilità per il futuro. Ingiusto, quindi, non è chiedere la compartecipazione alla retta, ma opporsi (come hanno fatto sindacati, partiti ed esponenti politici nostrani), perché consumerà oggi tutte le risorse destinate agli anziani di domani. In quest’ottica di sguardo al futuro e ai meno garantiti si giustificano, pertanto, misure impopolari e sgradite (ma che scoraggiano i furbi) come il ticket al Pronto soccorso.
Come si intuisce, non sarà facile il cambio culturale e di mentalità che ci aspetta. Da molti sarà percepito come un olio di ricino, invece che come una medicina salutare per garantire un futuro anche a chi verrà dopo di noi, e a chi è meno garantito di noi. E qui, su questo fronte, si distingueranno i politici dai “quaquaraquà” oggi in prevalenza sulla scena politica (e non solo). Qui, in questo campo, si misureranno chi sono i veri «responsabili» per il futuro del Paese.
Fonte: L'Adige
Gratis. Questo articolo è gratis. Anche un tuo click di ringraziamento potrebbe essere gratis. Potremmo vincere un'ambulanza da donare gratis ad un'organizzazione in Kenya.Clicca qui: è gratis.






