Disastri ecologici in mare: si prevengono con disincentivi e sanzioni

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La portacontainer Rena prima di spezzarsi in due Foto: umbyweb.altervista.org

Il susseguirsi delle notizie è sempre lo stesso: una nave cargo o una petroliera si incagliano in mezzo al mare; l’imbarcazione si piega su un fianco; pochi giorni dopo si spezza in due rilasciando nell’oceano enormi quantità di idrocarburi o di sostanze tossiche; il disastro ambientale nelle zone limitrofe è sempre senza precedenti; la corsa contro il tempo degli armatori delle navi o delle multinazionali non limita le conseguenze dell’incidente; alla fine, dopo settimane o mesi, il problema sembra risolto ma è sicuramente dimenticato dai media; l’ecologia e l’habitat di intere regioni del mondo è compromesso per un periodo più o meno lungo.

Così è avvenuto per la notizia della nave portacontainer Rena che si è arenata vicino alla barriera corallina al largo della Nuova Zelanda nell’ottobre scorso. Prendiamo le ultime notizie dal sito di lettera43: “I due tronconi della petroliera Rena si sono allontanati da 20 a 30 metri l’uno dall’altro dopo essere stati staccati da onde altre sei metri. La guardia costiera neozelandese è intervenuta per recuperare quanto resta del carburante (circa 60 tonnellate) e mettere in sicurezza i relitti, per evitare un disastro ambientale. La Rena si era incagliata il 5 ottobre sulla barriera corallina dell’Astrolabio, nel nord del Paese, nella zona turistica della Baia di Plenty, famosa per la fauna marina. 350 tonnellate di carburante erano finite in mare, inquinando le spiagge e la barriera corallina e uccidendo almeno 1.300 uccelli. I soccorritori avevano portato via quasi tutte le 1.300 tonnellate di carburante a bordo, lasciandone solo 60, e avevano cominciato a portare via gli oltre mille contenitori. Il comandante e il secondo ufficiale di nazionalità filippina sono stati rinviati a giudizio e rischiano fino a 12 mesi di carcere o una multa pari a 5.700 euro”.

Quest’ultime, se confermate, sono cifre ridicole rispetto ai danni provocati dall’irresponsabilità umana che, per ragioni esclusivamente economiche, permette a bombe ecologiche galleggianti di solcare gli oceani. Per fortuna altre sentenze vanno in una diversa direzione. Nel dicembre scorso la multinazionale Chevron è stata multata con una sanzione pari a 20 milioni di euro dall’autorità competente del Brasile, a seguito di un disastro ambientale avvenuto l’8 novembre al largo di Rio de Janeiro. “La sanzione – riporta il sito di informazione ambientale il cambiamento.it - è stata applicata dall’ Ibama, ente legato al ministero dell’Ambiente brasiliano, ed è la massima consentita attualmente dalla legislazione brasiliana per i reati di tipo ambientale. La multa fa riferimento all’inquinamento provocato dal petrolio finito nell’oceano.

Secondo il presidente dell’Ibama, Curt Trennepohl, il colosso americano può ricevere un’ulteriore sanzione amministrativa equivalente a 4 milioni di euro se verranno provate lacune nel piano di emergenza previsto per contenere la perdita dal fondo marino, a 1.200 metri di profondità, probabilmente avvenuta per un errore di calcolo nella trivellazione.

A sua volta il governo dello Stato di Rio sta studiando la richiesta di ulteriori 12 milioni di euro a titolo di risarcimento per il grave danno all’ecosistema regionale e per sostenere i costi necessari per la bonifica dell’area”.

È chiaro che questi episodi non si prevengono con le lacrime da coccodrillo postume ad ogni disastro ma si combattono a monte con una nuova strategia energetica complessiva che impedisca o disincentivi le rotte marittime degli idrocarburi e a valle con normative stringenti sulla sicurezza e decise sulle multe ai responsabili delle catastrofi ecologiche.

Anche l’Unione Europea si è mossa, anche se lentamente. Scrive in un interessante e dettagliato articolo (disponibile qui in .pdf) Roberta Bianchi, esperta di diritto ambientale: “L’iniziativa della Comunità Europea, di istituire un nuovo sistema di prevenzione degli infortuni e di responsabilità per le trivellazioni petrolifere in mare aperto, nasce in esito al colossale disastro ecologico del Golfo del Messico, provocato dall’esplosione della piattaforma offshore Deepwater Horizon del 20 aprile 2010, che in 85 giorni risulta aver disperso in acqua circa 184 milioni di galloni di greggio, e della piattaforma Vermillon Oil 380 del 31 agosto 2010, le cui conseguenze sono tuttora in corso di valutazione”.

Proprio l’ Agenzia per l’ambiente dell’Unione Europea, nel SOER, un corposo documento sullo stato dell’ambiente in Europa e sulle prospettive di cambiamento, presentato nell’ottobre 2010, evidenzia l’importanza del principio di precauzione e del principio secondo cui chi inquina deve pagare a seconda dell’inquinamento prodotto. Una logica semplice, immediata ma che fatica ad entrare nell’agenda politica. Quanti altri disastri ecologici dobbiamo attendere? [PGC]

 

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