State of the world 2010: dirigere le culture verso la sostenibilità

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Partiamo da alcuni dati. L’impronta ecologica dell’umanità è arrivata a 1,3: vale a dire che utilizziamo risorse in eccesso del 30% rispetto al livello di consumo sostenibile dalla Terra. Nel 2009 gli Stati uniti hanno speso 65 $ in spese militari per ogni dollaro destinato a programmi su clima e hanno stanziato 9,9 miliardi di dollari per l’arsenale nucleare. Nel 1965 un cinese consumava 9,1 kg di carne all’anno, mentre nel 2005 è arrivato a 56 kg contro 125kg di un americano.

Dal 1950 al 2005 la produzione di metalli è aumentata di 6 volte, il consumo di petrolio di 8 volte e quello di gas naturale di 14 volte: in cifre complessive si estraggono 60 miliardi di tonnellate di materie prime all’anno, il 50% in più di 30 anni fa. I 500 milioni di individui più ricchi della terra (il 7% della popolazione umana) sono responsabili del 50% delle emissioni globali di anidride carbonica mentre i 3 miliardi più poveri sono responsabili del 6% delle emissioni. Due cani pastore in Europa consumano in un anno più risorse di un abitante medio del Bangladesh. I consumi complessivi sono aumentati del 28% in 5 anni.

Queste alcune cifre che emergono dallo State of the world 2010, il volume curato dal World watch istitute che ogni anno fotografa lo stato di salute della Terra. Altri numeri sono stati dati qualche mese fa durante la conferenza stampa in occasione dell’edizione italiana del rapporto. L’Italia è ricordata, oltre che per il terremoto in Abruzzo, per l’eccezionale acqua alta avvenuta a Venezia nel dicembre 2008 (1,6 metri sopra il livello consueto, il più alto da 22 anni); in positivo il nostro paese è menzionato per aver dato vita al movimento “Slow food”, per l’iniziativa di vari comuni di proporre nelle mense scolastiche menu a “chilometri zero” e per il progetto del comune di Lecco di invitare i ragazzi ad andare a scuola a piedi riducendo così le emissioni di CO2.

Sembrano piccole cose ma proprio il senso ultimo che scaturisce da queste dense pagine è la necessità non solo di modificare modello di produzione e di consumo, ma di ripensare lo stile di vita complessivo: un cambiamento che deve partire dalla mentalità del cittadino comune e da iniziative minute ma diffuse. Si tratta di proposte in positivo volte non a spaventare o a riportare indietro a una situazione meno sviluppata, ma a tratteggiare un futuro migliore. “Lo scopo della cultura” scrive Muhammad Yunus nella sua introduzione al rapporto “dopo tutto, è di fare in modo che tutti possano sviluppare ed esprimere le proprie potenzialità, non di ergersi come una barriera e impedire agli individui di migliorarsi e progredire”.

Non a caso il sottotitolo del volume è “Trasforming culture. From consumerism to sustainability” in italiano tradotto con “Trasformare la cultura del consumo”. Ma è la parola cultura al centro della possibile rivoluzione verde che ormai sta diventando tra le priorità più urgenti dell’agenda politica. Le sei sezioni in cui è suddiviso il volume non si concentrano su aspetti catastrofistici né su questioni scientifiche relative ai cambiamenti climatici (su cui sappiamo ormai quasi tutto) ma su tematiche sociali, economiche e politiche.

Si va dalla riproposizione critica delle “Tradizioni vecchie e nuove” religiose e culturali che hanno cercato un rapporto sostenibile con la Terra, alla sostenibilità come “Nuovo compito dell’istruzione” e come tendenza che i mezzi di comunicazione dovrebbero propagare, fino al “Potere dei movimenti sociali” che sono capaci di spingere governi e aziende nella direzione di un modello di produzione e di gestione dei servizi ecologicamente compatibile.

Più che aspetti tecnologici ed economici, le soluzioni proposte, sorprendentemente ma non troppo, coinvolgono ambiti “umanistici” come le dottrine e gli stili di vita veicolati dalle religioni o dalle spiritualità, o come l'educazione allo sviluppo oppure la gestione dell’istruzione scolastica e della giurisprudenza applicata al settore ecologico.

Su quest’ultimo versante la nascita di un diritto ambientale, in cui la natura stessa potrebbe essere parte in causa, rappresenterebbe uno spartiacque decisivo per arginare la crisi in atto.

Due dei principi più significativi da cui partire sono: “L’ecosistema terrestre e tutte le forme viventi che lo compongono hanno “diritti” fondamentali e inalienabili, compreso quello alla vita, ad avere un habitat o un luogo in cui vivere, a partecipare attivamente allo sviluppo della comunità”; “determinare la legalità dei comportamenti umani in base al loro potenziale effetto sull’ambiente, ovvero considerando se essi contribuiscano a rafforzare o viceversa a indebolire le relazioni che intercorrono tra le componenti dell’ecosistema planetario”.

Partendo da questo approccio si dovrebbe riconoscere non solo il cosiddetto danno ambientale ma anche il diritto dell'ecosistema di non essere distrutto.

Le religioni e i grandi sistemi etici potrebbero svolgere un decisivo ruolo nel cambio di mentalità. Se è vero che l’86% delle persone dice di appartenere a una tradizione morale o spirituale e di tenere in considerazione i suoi insegnamenti, una svolta religiosa “verde” avrebbe conseguenze positive di gran lunga maggiori rispetto a qualsiasi teoria economica. Molti esempi vanno in questa direzione: dall’ultima enciclica di papa Benedetto XVI Charitas in veritate, alle pratiche ecologiche degli sciamani indigeni, all’ “economia buddhista” basata sul principio della “minore sofferenza possibile” fino alla finanza islamica basata su solidi principi etici.

Piergiorgio Cattani

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