ENI vs SOCIETÀ CIVILE (inquinamento, corruzione, super stipendi…)

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Nell’ambito delle attività di azionariato critico condotte nei confronti dell’azienda petrolifera italiana ENI, alcune associazioni della società civile sono intervenute lo scorso 10 maggio a Roma all’Assemblea generale degli azionisti portando le rispettive preoccupazioni e raccomandazioni. La direttrice generale di Amnesty International Italia, Carlotta Sami, intervenuta in merito ai casi d’impatto delle attività petrolifere sull’ambiente e i diritti umani della popolazione del delta del fiume Niger, in Nigeria, ha dichiarato di essere “ancora molto preoccupata per la policy dell’azienda italiana”. L’inquinamento causato dalle aziende petrolifere presenti sul territorio nigeriano tra cui Shell, Total e la stessa Eni “ha contaminato il suolo, l’acqua e l’aria del delta del Niger contribuendo alla violazione del diritto alla salute e a un ambiente sano, del diritto a condizioni di vita dignitose, inclusi il diritto al cibo e all’acqua, nonché a quello di guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro” ha fatto presente la Sami.

Per questo Amnesty International da anni conduce ricerche sull’impatto che l’industria petrolifera ha nella zona del delta del fiume Niger e dal 2009, attraverso la campagna globale Io pretendo dignità, è impegnata a porre fine all'impunità delle multinazionali del petrolio per garantire l'accesso alla giustizia per le persone i cui diritti sono stati violati dalle aziende e ad assicurare che le comunità colpite possano partecipare alle decisioni che influiscono sulle loro vite. “Eni opera in Nigeria dagli anni sessanta - ha dichiarato Amnesty - con l'avvio delle sue attività di esplorazione. Da allora le fuoriuscite di gas flaring e di petrolio dagli oleodotti gestiti da Eni sono un fenomeno ricorrente direttamente collegato alle modalità operative delle industrie petrolifere” e spesso aggravato dal verificarsi di incendi o da ritardi nella bonifica dei siti inquinati. “La diffusione trasparente delle informazioni sugli effetti delle perdite, delle operazioni estrattive e le misure intraprese dalle aziende per contrastare tali effetti è di vitale importanza, ma purtroppo, nel delta del Niger questo raramente accade in modo sistematico” ha aggiunto Sami.

Il devastante impatto dell’inquinamento derivante dall’industria del petrolio è stato rilevato anche dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) che, nell’agosto 2011, ha pubblicato il rapporto Environmental Assessment of Ogoniland, mentre un'ulteriore conferma della disastrosa situazione in cui versa il delta del Niger è data dalla sentenza della Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale (.pdf) che il 16 dicembre 2012, nel caso Serap v. Nigeria, ha dichiarato il Governo nigeriano responsabile per i gravi e ripetuti abusi perpetrati delle aziende petrolifere e sottolineato l’esigenza per il governo stesso di riportate tali società alle loro responsabilità. Come? Occorre una presa in carico del problema anche da parte delle multinazionali coinvolte, per questo alla fine del suo intervento, Carlotta Sami ha esortato l'amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni a non rimandare: “È giunto il momento per la Sua azienda di assumersi le proprie responsabilità relativamente agli impatti causati sull'ambiente e sui diritti umani in Nigeria, e sui progetti futuri, di fronte a tutti i suoi stakeholders, comprese le comunità locali. La Sua azienda può giocare un ruolo importante nella salvaguardia dei diritti umani nel delta del Niger e rappresentare un esempio per le altre”.

L’appello, almeno a parole, non è rimasto inascoltato. L'amministratore delegato di ENI, ricordando il dialogo in corso tra Amnesty International Italia e l'azienda, ha annunciato l'impegno di Eni a “porre termine alla pratica del gas flaring entro il 2017”, e un utilizzo sempre più parziale di questa pericolosa tecnica ridotta “dal 15% nel 2012 all'8% nel 2013”. Scaroni ha inoltre sottolineato l'attivazione da parte della Nigerian Agip Oil Company (Naoc), entro la prima metà del 2014, di un sito web contenente i dati relativi a fuoriuscite, flaring down e risultati degli impact assessments eseguiti in Nigeria.

Ma l’inquinamento e la violazione dei diritti umani non è l’unica cosa che Eni sembra aver sparso per il mondo. Ci sono anche le “mazzette”. Nel luglio 2010 - ha ricordato Re.Common - l’Eni ha concordato con le autorità statunitensi (Dipartimento di Giustizia e Security and Exchange commission) il pagamento di 365 milioni di dollari come forma di patteggiamento per il caso di corruzione relativo all’impianto di gas liquefatto di Bonny Island, nel Delta del Niger, in cui era coinvolta la sua sussidiaria Snam Progetti Netherlands BV”. Tuttavia, nonostante l’introduzione di nuove regolamentazioni anti-corruzione aziendali, come confermato dallo stesso Scaroni durante l’assemblea degli azionisti del 2012, sono tuttora aperti vari procedimenti per reati di corruzione legati all’attività dell’Eni. Dove? “In Iraq con i diritti di sfruttamento del giacimento di Zubair, per cui secondo il pubblico ministero incaricato delle indagini del tribunale di Milano il pagamento di una supposta tangente sarebbe avvenuto intorno al 20 giugno 2011. Ma anche in Algeria, dove la controllata Eni Saipem è sotto inchiesta per corruzione internazionale nella costruzione di un gasdotto per cui sarebbe stata pagata una tangente alla compagnia algerina Sonatrach di circa 180 milioni di dollari”. I vertici della Saipem si sono dimessi lo scorso dicembre, mentre a febbraio le autorità giudiziarie di Milano hanno comunicato ufficialmente che lo stesso Scaroni “è sotto inchiesta per un’ipotetica tangente di 197 milioni di dollari versata fra il 2009 e il 2010 per un corposo affare dal valore di oltre 11 miliardi di dollari”, mentre “anche un possibile caso di corruzione in Kazakistan relativo all’aggiudicazione dei contratti dell’impianto di Karachaganak e del progetto di Kashagan vede attivi gli inquirenti kazaki e italiani” ha spiegato Re.Common. l’Eni potrebbe così “aver violato normative nazionali e internazionali e il suo stesso codice anti-corruzione interno nei due anni successivi al patteggiamento per il caso di Bonny Island, in cui la sentenza era ancora pendente. Alcune vicende, come quella relativa ai contratti siglati in Algeria, sono di stringente attualità", e per questo sono state sollevate all’assembla degli azionisti.

Di stretta attualità è stato anche l’intervento della Fondazione Culturale Responsabilità Etica (Fcre) che ha ricevuto risposte ad una trentina di domande poste all’Eni prima dell’Assemblea degli azionisti in un documento pubblicato online (.pdf), ma non alla “richiesta di politiche ispirate al massimo rigore e al contenimento nelle politiche di remunerazione” ha dichiarato Andrea Baranes, presidente di Fcre. “Già l’anno scorso avevamo criticato il bonus di fine carica da un milione di euro conferito a Scaroni, per il quale era già prevista la conferma alla guida di Eni per altri tre anni. Quest’anno siamo tornati a chiedere chiarimenti sulle politiche di remunerazione dove molti obiettivi appaiono generici e in alcuni casi arbitrari. Serve maggiore trasparenzaha concluso Baranes. Ora con un bilancio approvato “in stretta continuità con l’esercizio precedente” nonostante il parere contrario di Fcre, non rimane che vigilare e sperare che l’atteggiamento di parziale apertura mostrato da Eni alle domande e alle richieste presentate dalla società civile lo scorso 10 maggio costituisca un passo decisivo verso la risoluzione concreta delle non poche problematiche sollevate.

Alessandro Graziadei

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