Petrolio

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“Non bisogna far sì che l'umanità finisca per trovarsi nella situazione della scialuppa di salvataggio!”. (Hans Jonas)

 

Introduzione
Il consumo di petrolio si rivela un dato fondamentale per misurare l’impronta ecologia di un singolo o il "grado di sviluppo economico" di un paese. Osservando i dati più recenti vediamo che un americano consuma in media 10 litri di petrolio ogni giorno, un italiano si ferma a 5, un cinese sfiora il litro mentre un indiano non raggiunge il mezzo litro. Se si punta l’attenzione sui dati relativi alla produzione, poi, si nota che i paesi che consumano più petrolio (i soli Stati Uniti consumano il 24% del petrolio mondiale) non fanno parte dei maggiori produttori, e viceversa.

Bastano queste due immagini per ricostruire l'immagine di un mondo spaccato tra Paesi ricchi e Paesi poveri da un divario che poco ha a vedere con le effettive ricchezze minerali delle singole nazioni. Inoltre, una così forte dipendenza da una fonte di energia concentrata in piccole aree del pianeta (Arabia Saudita, Iran, Iraq e Kuwait possiedono da sole il 50% di tutte le riserve di greggio del mondo) offre un'interessante chiave di lettura degli avvenimenti geopolitici degli ultimi decenni. [BOX 1]

Il petrolio non è una fonte rinnovabile. Bruciando rilascia anidride carbonica, la principale responsabile del riscaldamento globale. Tutta l'economia mondiale è dunque attualmente basata su una fonte destinata ad esaurirsi. Lasciando quindi da parte i problemi politici legati alle riserve di greggio, ancora troppo attuali per poter essere analizzati con completezza, ci concentriamo sul problema dell'esaurimento del petrolio e del futuro di un mondo ancora così legato ai combustibili fossili.

 

La teoria del picco

Riguardo il problema dell'esaurimento è interessante la teoria del picco formulata nel 1956 dal geofisico Marion King Hubbert. Secondo lo scienziato americano, ogni risorsa fisica finita è soggetta a un "picco della disponibilità", oltre il quale le riserve cominciano a diminuire, assieme alla capacità estrattiva. La teoria è quindi in grado di descrivere l'andamento della disponibilità di qualsiasi minerale. Il picco non coincide con l'esaurimento delle riserve ma con l'inizio del declino delle stesse. [BOX 2] Applicando questa teoria al petrolio estratto negli Usa, Hubbert riuscì a prevedere con precisione il picco del 1970. Se invece analizziamo di dati della produzione mondiale, osserviamo che non è ancora stato raggiunto il massimo di capacità estrattiva.

Ma quanto manca prima che la disponibilità di petrolio cominci a diminuire? Il problema è complicato perché, se da una parte i giacimenti più grandi sono già stati scoperti, dall'altra le nuove tecnologie e gli alti prezzi del greggio rendono "conveniente" estrarre petrolio anche in zone del pianeta difficili da raggiungere (si pensi alle ipotesi di estrazione nelle zone dell'artico). Inoltre, non abbiamo estratto nemmeno la metà del greggio presente nel sottosuolo, e mantenendo costante l'attuale livello dei consumi, ne avremmo a sufficienza per ancora due generazioni. Nonostante questo, i maggiori esperti di Aspo (Association for the Study of Peak Oil and Gas) prevedono che potremmo riscontrare il picco tra il 2012 e il 2020. Dopo il picco, ci aspetta un periodo di notevole aumento dei prezzi del petrolio che potrebbe avere anche conseguenze tragiche se non riusciremo a ridurre la domanda mondiale adattandola alla minore disponibilità di risorse.

 

World Energy Outlook

L'andamento del mercato del petrolio, tuttavia, non è stabilito in maniera univoca da leggi matematiche, ma dipende fortemente dalle politiche che vengono adottate dai Paesi e dalle industrie. Per questo motivo non è possibile fare previsioni certe di quello che succederà nei prossimi anni. Questo non ci preclude però la possibilità di fare delle proiezioni ipotizzando degli scenari possibili. Si cerca cioè di studiare quali saranno le conseguenze delle azioni dell'umanità sotto particolari condizioni di scelte politiche o economiche, gli scenari, appunto. Questo strumento, ampiamente utilizzato anche per lo studio dei cambiamenti climatici, consente di comprendere in quale direzione è più conveniente muoversi per evitare il peggio.

In ambito petrolifero, il lavoro più interessante degli ultimi anni è il Weo (World Energy Outlook) redatto dall' Iea (International Energy Agency). In questo documento vengono prese in esame 2 possibili scenari. Il primo ipotizza che non vi siano innovazioni nelle attuali politiche energetiche mondiali. In gergo, una proiezione BUA, Business "As Usual". Lo scenario alternativo, invece, considera che tutti i governi del mondo attueranno le politiche attualmente allo studio nel campo del risparmio energetico. In entrambi i casi il quadro che viene proposto dal rapporto è preoccupante. Nello scenario di riferimento, il fabbisogno di energia primaria aumenterà del 55% tra il 2005 e il 2030.

Nell'arco di tempo compreso tra il 2005 e il 2030 i combustibili fossili continueranno ad essere la fonte primaria per la produzione di energia elettrica, facendo registrare quindi un aumento del 36% della domanda di petrolio e del 73% del carbone. I Paesi emergenti (Cina ed India in primo piano) assorbiranno il 74% di questo aumento di consumo. Nello scenario alternativo la richiesta di energia crescerà del 36%. Nonostante gli evidenti vantaggi economici dovuti a un’estensione dei mercati ai giganti asiatici, è lo stesso Weo a metterci in guardia rispetto a due enormi problemi: la sicurezza energetica e il cambiamento climatico.

 

La sicurezza energetica e le fonti alternative

Come già accennato, il divario tra il ridotto numero dei paesi produttori rispetto a quello delle nazioni consumatrici di petrolio crea una situazione di profonda insicurezza rispetto alle garanzie di approvvigionamento energetico. Questi rischi, oggi già presenti, sono destinati a crescere nel medio-lungo periodo, mano a mano che i giacimenti andranno esaurendosi. Una possibile soluzione a questo problema è la differenziazione delle fonti energetiche, così da evitare una dipendenza esclusiva, e quindi pericolosa, dal petrolio. Anche in questa chiave di lettura deve essere vista la ripresa dell'uso del carbone, meno energetico ma più economico e meglio distribuito sulla superficie terrestre o i progetti di investimento per le infrastrutture energetiche (oleodotti e gassificatori in primis).

 

Le altre fonti fossili

Tra le altre fonti fossili non rinnovabili annoveriamo il gas naturale e il carbone. Soprattutto il secondo merita attenzione, poiché negli ultimi anni abbiamo assistito ad un ritorno a questa risorsa. Se questo fatto è giustificabile in termini economici (il carbone costa molto meno del petrolio), va ricordato che, a parità di energia prodotta, il carbone produce molta più CO2 rispetto al petrolio e rilascia anche notevoli quantità di SO2, che poi a contatto con l'acqua si trasforma in acido solforico; quindi uno dei principali responsabili delle piogge acide.

Per rimediare a questo problema sono in corso delle sperimentazioni di centrali a "carbone pulito". I progetti a riguardo sono divisi in due ambiti. Da una parte vengono utilizzate tecniche per aumentare la resa termica del carbone riducendo così l'emissione di inquinanti quali pm10 e SO2, dall'altra si lavora per la cosiddetta Ccs, Carbon Capture and Sequestration. Quest'ultima dovrebbe essere una tecnologia che consente di stivare al sicuro (ad esempio sul fondo di un oceano) la CO2 prodotta dalle centrali elettriche, eliminando quindi l'impatto dell'uso di queste risorse sul clima.

Esistono però due controindicazioni: al momento attuale non esistono progetti funzionanti che garantiscano un immagazzinamento abbastanza prolungato della CO2 e inoltre non sappiamo quali costi questa tecnologia potrebbe comportare. In altre parole, se il carbone è economico per produrre energia, il carbone “pulito” potrebbe non esserlo.

 

Il nucleare

Attualmente solo il 6% dell'energia a livello mondiale è prodotta attraverso le centrali nucleari. Non possiamo immaginare un’ulteriore crescita di questa percentuale. Secondo l'Iea, all'attuale consumo di uranio è destinato ad avere il suo picco tra il 2015 e il 2050, includendo peraltro anche le "riserve ipotetiche". Se raddoppiassimo il numero di centrali, rischieremmo di incorrere in un esaurimento delle risorse entro il 2050, arrivando a coprire solo il 12% del fabbisogno mondiale. Diverso sarebbe il discorso se riuscissero a essere prodotti reattori al Torio (minerale molto più presente in natura e intrinsecamente sicuro in quanto non soggetto all'effetto "reazione a catena" nella fissione tipico di minerali più pesanti come uranio o plutonio). Purtroppo, però, questo traguardo sembra distante un’altra generazione.

 

Le energie rinnovabili

La produzione idroelettrica, da sola, copre il 13% del fabbisogno mondiale di energia mentre le energie rinnovabili (eolico, solare, geotermico), ad oggi, rappresentano solo il 2% della produzione. La green economy sta pigiando sull’acceleratore di queste fonti con la creazione di nuovi posti di lavoro. L’aumento di energia rinnovabile, nel solo 2008, ha sfiorato il 20% e la corsa iniziata negli Stati Uniti sta contagiando anche l’Europa.

 

I Biocarburanti

I biocarburanti meritano un discorso abbastanza ampio a causa delle problematiche, spesso nascoste, che si portano appresso. Per prima cosa dobbiamo sottolineare che effettivamente i biocarburanti sono, almeno in linea teorica, carburanti "puliti". L'anidride carbonica prodotta al netto è pari a 0: bruciando, essi non fanno altro che restituire in atmosfera la CO2 catturata nel momento della crescita dalle piante da cui sono stati ricavati. Poi dobbiamo distinguere due tipi di biocarburanti: l'etanolo ed il biodisel. L'etanolo è un alcol prodotto attraverso la fermentazione dello zucchero. Il biodisel, invece, si ottiene da grassi animali o vegetali, attraverso un procedimento chimico per estrarre la glicerina dal grasso "grezzo".

La distinzione va fatta perché, se produrre etanolo dalla canna da zucchero in Paesi tropicali, dove la crescita di questa pianta è molto veloce, è abbastanza economico, l'estrazione di biodiesel da cereali non sembra essere energeticamente conveniente. Anche se il discorso è molto complesso e coinvolge numerosi fattori, anche climatici, legati alle produttività delle piantagioni, possiamo dire che in linea di massima si spende più energia per coltivare il mais ed estrarre il biodiesel di quanta se ne ricava poi effettivamente bruciando il biocarburante prodotto. Attualmente, la produzione di questi carburanti, che è concentrata soprattutto negli Usa e in Europa, è conveniente solo a causa dei sussidi statali e degli alti dazi presenti sull'importazione di etanolo.

Infine, non bisogna sottovalutare l'impatto che l'adozione di queste soluzioni ha sul prezzo del cibo. Tra il 2003 e il 2008 abbiamo assistito a una crescita spaventosa (oltre il 110%) del prezzo dei cereali, che ha avuto conseguenze tragiche per i paesi più poveri, dove circa la metà del pil viene spesa per l'acquisto di generi primari. Un rapporto della banca mondiale su questo tema (qui il pdf) ha stabilito che la responsabilità del 75% di questo aumento è da imputare proprio ai biocarburanti. Il rimanente 25%, ovvero l'aumento che avremmo riscontrato se non avessimo prodotto biodisel dai cereali, è dovuto all'aumento dei costi di produzione legati ai fertilizzanti e petrolio. Di fronte a questi dati risulta doveroso ripensare la nostra politica riguardo a questi carburanti alternativi.

 

Il problema CO2

Non è però possibile ragionare su questi temi senza prendere in considerazione quella che è la conseguenza più importante dell'utilizzo di combustibili fossili: l'emissione di CO2 in atmosfera. Bruciando carbone e petrolio, l'uomo ha modificato pesantemente la composizione dell'atmosfera, aumentando la concentrazione di anidride carbonica e provocando quindi un riscaldamento del pianeta che, al giorno d'oggi, è quantificabile in 0.7 gradi centigradi. Se bruciassimo tutto il petrolio attualmente disponibile nei giacimenti, scalderemmo la terra di oltre 5 gradi (fonte: Rapporto Stern), causando lo scioglimento completo dell'artico, l'innalzamento del livello del mare di diversi metri (che porterebbe la completa sommersione di zone urbane gigantesche come New York), l'estinzione di oltre il 50% di tutte le specie presenti in natura e molto altro (per maggiori dettagli, cfr scheda CO2). Il problema più grande con cui dobbiamo confrontarci quando parliamo di combustibili fossili non è dunque "quando finiranno", ma "come possiamo fare per fermarci prima".

 

Le soluzioni possibili

Le soluzioni esistono. Secondo il Rapporto Stern (rapporto redatto da un economista inglese nel 2006 per studiare le conseguenze del cambiamento climatico) investendo l'1% del pil mondiale in progetti di mitigazione del cambiamento climatico, possiamo riuscire a stabilizzare la concentrazione di CO2 e salvare il pianeta rendendoci indipendenti dai combustibili fossili. Inoltre, solo ottimizzando le strutture esistenti potremmo abbattere le emissioni di anidride carbonica del 20%. Non si tratta di una sfida impossibile. Ci stiamo già muovendo lungo questa strada: nel 2008 abbiamo assistito a un calo del 3.7% dei consumi di petrolio in Europa in favore di aumento del 19.6% delle energie rinnovabili, e il picco del consumo dell'energia in Italia si è già verificato nel 2005. Da allora abbiamo continuato a ridurre il fabbisogno energetico. Sono tutti piccoli passi sulla via della sostenibilità.

 

Box 1: Principali produttori e riserve

Stato Produzione di petrolio* Consumo Petrolio* Consumo / Produzione Riserve petrolio ** Anni all' esaurimento
Saudi Arabia 10413 2154 0,21 264,2 69,52
Russian Federation 9978 2699 0,27 79,4 21,81
US 6879 20698 3,01 29,4 11,73
Iran 4401 1621 0,37 138,4 86,16
China 3743 7855 2,1 15,5 11,34
Mexico 3477 2024 0,58 12,2 9,6
Canada 3309 2303 0,7 27,7 22,91
United Arab Emirates 2915 450 0,15 97,8 91,92
Kuwait 2626 276 0,11 101,5 105,9
Venezuela 2613 596 0,23 87,0 91,27
Norway 2556 221 0,09 8,2 8,76
Nigeria 2356 189 0,08 36,2 42,12
Iraq 2145 545 0,25 115,0 146,91
Algeria 2000 270 0,13 12,3 16,81
Libya 1848 392 0,21 41,5 61,48
Brazil 1833 2192 1,2 12,6 18,87
Angola 1723 60 0,03 9,0 14,37
United Kingdom 1636 1696 1,04 3,6 6,02
Kazakhstan 1490 370 0,25 39,8 73,22
Qatar 1197 95 0,08 27,4 62,81
* migliaia barili/giorno
** miliardi di barili

 

Box 2: Le ragioni del picco
Secondo la teoria di Hubbert, tutte le risorse fisiche limitate sono soggette a un andamento nell'estrazione simile a quello illustrato in figura [IMMAGINE]. Possiamo capire le ragioni del picco analizzando quattro diverse fasi del ciclo di Hubbert.
Fase 1: forte espansione. Nella prima fase la risorsa è abbondante, bastano pochi investimenti per estrarla e quindi la crescita della produzione è rapida
Fase 2: inizio dell'esaurimento. Le risorse "facili" sono già state scoperte, i nuovi giacimenti richiedono investimenti maggiori. La crescita continua, ma a un ritmo più lento
Fase 3: Il picco. Gli investimenti necessari per estrarre le risorse non sono più sostenibili. Comincia la diminuzione della produzione
Fase 4: il declino finale. Non si fanno più investimenti e si estrae la risorsa fino a quando la disponibilità non cessa completamente.

 

Box 3: andamento del prezzo del petrolio (dati al 2007)

BOX 4: chi decide il prezzo del petrolio?

Non sempre sono i produttori a decidere il prezzo del petrolio. Anzi, nel caso dell'Opec (Organization of the Petroleum Exporting Countries, organizzazione dei paesi produttori di petrolio), essi vendono il petrolio sulla base del prezzo del Brent, il petrolio estratto nel mare del Nord che ormai ha un valore quasi esclusivamente finanziario. Allo stesso tempo, però, sono i paesi produttori a decidere quanto petrolio estrarre ed immettere nel mercato. Questo meccanismo garantisce più potere ai paesi consumatori, che decidono all'interno dei loro mercati il costo della risorsa messa a disposizione dai produttori.

In uno scenario di abbondanza della risorsa questo non crea problemi e garantisce (o dovrebbe garantire, in assenza di speculazioni finanziarie) una migliore sicurezza energetica. Il problema sta nascendo ora in quanto le riserve cominciano a diminuire. L'esigenza di continuare ad avere petrolio a basso costo dei paesi consumatori si scontrerà più pesantemente con quella di non esaurire le riserve dei produttori. A tal proposito urge una rivoluzione culturale per un risparmio energetico draconiano in quanto abbiamo a che fare con risorse esauribili. Anzi, quasi esaurite.

Scheda realizzata con il contributo di Matteo Conci)

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