Nord Corea: intrighi ma anche mediazioni

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Foto: Pressenza.com

Dietro gli allarmi mediatici – spesso inutili o controproducenti – la crisi coreana deve essere seguita e commentata per quella che è, in termini realistici. Ho già discusso un aspetto di fondo[1], ancora falsato in molti commenti: ormai – in conseguenza degli imperdonabili errori dovuti al solito atteggiamento arrogante degli Stati Uniti, che conoscono solo il linguaggio delle minacce e della coercizione – Pyonhyang non costituisce più un problema di proliferazione, ma piaccia o no è, e va riconosciuta e trattata come uno Stato nucleare a tutti gli effetti. Da qui bisogna partire, altrimenti si rischia di fare passi avventati ed estremamente pericolosi. Ma cerchiamo di vedere più a fondo le posizioni di Kim Jon-un, che probabilmente sono più leggibili delle trombonate di Trump, che oscillano tra minacce epocali e segnali contraddittori: forse Kim non è affatto il più “pazzo” dei due.

Kim ha una strategia?

È assai probabile che egli abbia una strategia di fondo, ispirata proprio dalle esperienze passate della politica degli Usa. Il destino che hanno subito Saddam Hussen e Gheddafi gli insegna che le armi nucleari sono le sole che gli garantiscono la sopravvivenza: Kim lo ha detto con estrema chiarezza nel gennaio 2016, «Saddam ha rinunciato al nucleare ed è stato abbattuto, Gheddafi ha rinunciato al nucleare e lo hanno ucciso». In risposta all’atteggiamento degli Usa, alzare il livello della tensione gli offre vari vantaggi. In primo luogo, sotto il profilo delle relazioni internazionali, qualora davvero gli Usa tentassero un attacco militare egli potrebbe avere buon gioco a giustificare la reazione della Corea del Nord: e come abbiamo osservato in precedenza, sarebbe estremamente rischioso un attacco “decapitante” della deterrenza nucleare di Pyongyang (abbiamo osservato anche la sua potente artiglieria, a soli 50 km da Seul, e con 23.000 soldati americani che stazionano in Sud Corea). Se poi gli Usa dovessero arrivare all’azzardo di un demenziale first-strike nucleare, sicuramente Kim dispone di rifugi anti-atomici profondi, dai quali potrebbe guidare la ritorsione: ed è probabilmente fiducioso di poter far pagare all’aggressore un prezzo pesantissimo.

Ho già sottolineato che questa è la conseguenza della stessa esistenza delle armi nucleari, e si può risolvere solo con la loro eliminazione.

Rispetto poi alla posizione interna di Kim, sicuramente la paranoia di un attacco militare rafforza la sua posizione e giustifica in qualche modo i sacrifici e la mobilitazione della popolazione: il ricordo della barbarie della Guerra di Corea del 1950-53 rimane assai vivo nella popolazione, con una grandine di bombe superiore a tutte quelle usate nel Pacifico nella Seconda Guerra Mondiale e l’uso micidiale del napalm! Senza contare che quella guerra non si concluse con un trattato di pace, ma solo con un armistizio, per cui potrebbe riprendere in qualsiasi momento. In conclusione, le minacce a Kim rafforzano la sua posizione: come nel passato hanno portato alla sua ascesa nucleare[2] (armistizio: accordo fra stati belligeranti che sospende, totalmente o parzialmente, a tempo determinato o indeterminato, le ostilità).

Complicità internazionali

Certamente molti si chiedono come è stato possibile che in piccolo Stato come la Corea del Nord abbia potuto sviluppare un armamento nucleare moderno ed efficace. Ho già avuto occasione di rilevare una rete si complicità internazionali, con le origini più diverse[3] (“multipartisan”, ricalcando il termine comune “bipartisan”): circostanza che non può in alcun modo stupire, perché è presente in moltissime questioni, ma è la regola nelle questioni nucleari. Come risultò evidente nel caso della bomba nucleare del Pakistan, il cui “padre” Abdel Qadeer Kahn, godette di una rete di complicità che vanno, con alterne e contraddittorie vicende, dagli Usa, alla Cina, alla Germania, alla Francia[4], e hanno coinvolto perfino in uno scandalo la Svizzera[5] (Kahn fu evidentemente solo la vittima sacrificale). Nel caso di Pyongyang è possibile che all’origine abbia ricevuto la tecnologia delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, di rinterzo, proprio dal Pakistan. Un rapporto delle Nazioni Unite del febbraio scorso riporta che fra i detriti recuperati dal test missilistico nord coreano del febbraio 2016 sono stati trovati componenti cinesi e parti acquistate dall’Europa attraverso la Cina, risalenti alla Russia[6]. Pyongyang ha utilizzato conti bancari e società di copertura situati soprattutto in Cina e in Malesia per procurarsi componenti e sistemi completi. La Corea del Nord fa affari con la vendita di componenti missilistiche e tecnologia correlata: nel corso degli anni i clienti sarebbero stati l’Iran, l’Egitto, il Pakistan, la Libia, la Siria, gli Emirati Arabi Uniti (UAE), l’Angola, il Vietnam e il Myanmar[7].

D’altra parte, ho già avuto occasione di osservare che, oltre alle responsabilità primarie degli Stati Unite nell’ascesa nucleare della Corea del Nord, ve ne sono state altre. Non hanno certo contribuito a una politica distensiva e rassicurante l’annuncio del Giappone nel 2003 dell’acquisto di un sofisticato sistema antimissile dagli Stati Uniti e nel 2007 di avere schierato il primo sistema antimissile terra-aria importato dagli USA, né l’annuncio della Corea del Sud nel 2007 dell’intenzione di sviluppare un missile intercettatore terra-aria a medio raggio per distruggere i missili balistici di Pyongyang, oltre a un nuovo sommergibile a propulsione Diesel (in collaborazione con la Germania) ed un destroyer, equipaggiati con un sistema avanzato di difesa aerea.

Diplomazia dietro le quinte

Ma vi è anche un aspetto per così dire opposto (meglio, forse, opportunistico) della politica internazionale: se in apparenza sembra dominare la politica delle minacce e dell’escalation, non si deve pensare che la diplomazia internazionale non sia in moto dietro le quinte. La notizia che è trapelata è che la Svizzera e la Svezia stanno promuovendo in forma molto riservata incontri segreti fra gli Usa e la Corea del Nord nei pressi di Ginevra, a Montreux sul lago omonimo[8]. È un segnale che almeno per ora l’eventualità di azioni inconsulte non è vicina. Non solo, il Washington Post riporta che funzionari del governo nord coreano stanno allacciando contatti con analisti legati al partito Repubblicano a Washington, con il presunto scopo di capire il senso dei confusi messaggi e minacce inviati da Trump[9], e sembra abbiano anche invitato un quotato ex-analista della Cia a visitare Pyongyang. Tutto ciò non è certo un segnale che né Kim né Trump siano disposti ad aprire prossimamente negoziati, ma l’articolo conferma la ricerca da parte coreana di sedi (forums) per venire riconosciuta come Stato NucleareIn questo momento sembra il nocciolo della questione, per ripartire con il piede giusto: e una condizione che dobbiamo per ora accettare, per quanto a malincuore.

Angelo Baracca da Pressenza.com

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