Sacchetti: dalla protesta alla proposta, come uscire da un pasticcio politico

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Mentre la bufera sui sacchetti biodegradabili per l’ortofrutta comincia a sgonfiarsi, iniziano anche a circolare le prime proposte per uscire da un pasticcio dovuto in gran parte alle “interpretazioni” del governo che è riuscito a trasformare un provvedimento giusto in un disastro politico/mediatico,

Il direttore di Legambiente Stefano Ciafani ricorda la richiesta della sua associazione ai ministri Galletti e Lorenzin di «una circolare congiunta per decidere sull’uso delle retine per frutta e verdura», Ma ironizza anche sulla «fantastica nota del ministero dell’Ambiente che scarica la decisione a quello della Salute per presunti problemi sanitari» e si chiede: «In Germania e Svizzera quanti morti per infezione da retina da supermercato?», Per Ciafani «I sacchetti compostabili per frutta e verdura devono essere ridotti anche in numero, come avvenuto per gli shopper». Mentre si chiede che intanto le etichette della grande distribuzione organizzata (Gdo) da applicare sui sacchetti siano biodegradabili per consentire davvero di utilizzarli per il compost, il direttore di Legambiente ribadisce: «Devono pubblicare una circolare per specificare a GDO e consumatori quali sono i sacchetti riutilizzabili per frutta e verdura. Come già successo sugli shopper che poi in 5 anni sono diminuiti del 55%».

La pensa più o meno così anche Alfonso Fimiani, presidente dei Circoli dell’Ambiente: «Se davvero l’introduzione del pagamento obbligatorio del sacchetto per l’ortofrutta vuole essere una misura volta a tutelare l’ambiente attraverso la riduzione indotta del loro utilizzo, non si comprende il motivo per il quale ne viene vietato il ri-utilizzo o non viene consentito l’utilizzo di contenitori alternativi come le retine. Da anni portiamo avanti la battaglia dell’introduzione in Italia di una fiscalità ecologica ricalcata sul modello francese, che si va affinando di anno in anno. L’introduzione di tasse ed accise disincentivanti per i prodotti usa-e-getta è solo una delle proposte che abbiamo avanzato, forse quella che più di tutte alzerebbe il clamore necessario e sarebbe utile a svegliare le coscienze: magari ci accuseranno di essere pilotati dalle oscure lobbies dei fazzoletti di stoffa, ma faremmo di tutto pur di ridurre drasticamente una quota di rifiuti che finisce nell’indifferenziato. La verità è che siamo diventati un Paese all’avanguardia nella differenziazione, ma abbiamo di fronte a noi ancora una lunga strada in salita per la riduzione dei rifiuti: siamo tra i più grandi consumatori al mondo, ad esempio, di acqua in bottiglia, oltre che di sacchetti monouso. Allora ben vengano queste misure ed il relativo polverone rivoluzionario, ben vengano gli aumenti spropositati dei costi per l’ortofrutta per l’utente finale, ben vengano i sacchetti a cinque o a dieci centesimi di Euro: l’unico imballaggio che non inquina è quello che non utilizziamo».

Ma le critiche al governo per come ha “gestito” la situazione arrivano anche da quelli che secondo i pasdaran da social media sarebbero i beneficiari di un complotto renziano per favorirli: i produttori di bioplastiche. Per quanto riguarda gli scontrini biodegradabili nei supermercati, Il presidente di Assobioplastiche Marco Versari,  sottolinea che «C’è già qualche marchio che sta lavorando per fornire anche l’etichetta e relative colle biodegradabili. Mi aspetto che ci sia un effetto traino di queste norme che portino anche in grande autonomia le insegne a preoccuparsi di tutta una serie di altri manufatti. Su questo tema, mi aspetto che anche l’Unione europea prima o poi si interrogherà».

Andrea Nesi responsabile ambiente di Aics ricorda che «In Francia c’è già una legge approvata che vieta tutta la stoviglieria in plastica (produzione e vendita) a partire dal 2020, che anche in Italia noi stessi in Aics lavoriamo ad una PDL in tal direzione, e che quindi si tratta di una strada già delineata, dovremmo fermarci un attimo a riflettere sul nostro futuro e sul futuro dei nostri figli e parlare di numeri facili da comprendere prima di andare su tutte le furie». Nesi fa qualche conto: «Anche ammesso che un utente utilizzi 10 sacchetti per 3 volte a settimana (un’enormità), il costo totale per 12 mesi sarebbe € 43 (10 sacchetti x 3 giorni a settimana x 4 settimane x 12mesi = 1440 sacchetti x 0,03 cent = 43 euro). Però il contributo in favore dell’ambiente sarà di 1,440 sacchetti di plastica in meno. Noi pensiamo che sia giusto procedere in tal direzione». Ma anche il responsabile ambiente Aics  è rimasto sconcertato dal comunicato del ministero della salute: «Potrete portare i sacchetti da casa ma devono essere compostabili e non utilizzati in precedenza, demandando al supermercato il controllo che i sacchetti siano appunto nuovi. Una vera assurdità che si ritorcerà contro chi l’ha messa in campo  pensando forse più al 4 marzo che non all’ambiente ad alla nostra salute. Speriamo vivamente che non depotenzino questa lodevole iniziativa smentendo il comunicato o che provveda il ministero dell’ambiente a mettere il punto su questa ridicola iniziativa».

Anche per l’ Osservatorio sui servizi di igiene ambientale ed il monitoraggio delle società operative  (Osiamo Umbria composto da ADIC, Cittadinanzattiva e Legambiente), «La polemica sorta in questi giorni è dovuta alla gran confusione generata dalle interpretazioni discordanti date dai ministeri con lettere e circolari emanate nei mesi scorsi in risposta a richieste di chiarimento fatte dalla grande distribuzione. Ad ogni modo nell’ultima circolare di dicembre 2017, che chiarisce alla GDO la possibilità di far pagare il sacchetto anche sottocosto il Ministero dello Sviluppo Economico scrive anche  che: “In conclusione, salvo diverso avviso del Ministero della Salute al quale la presente nota è inviata per conoscenza, si riterrebbe ammissibile la possibilità per la clientela, nei reparti di vendita di alimenti organizzati a libero servizio, di utilizzare gli shoppers in discorso già in loro possesso”. Quindi salvo parere contrario del ministero della salute circa le norme igieniche sembrerebbe possibile utilizzare propri sacchetti se il negozio lo permette. Quali sacchetti e come regolamentare la cosa è oggetto di discussione e necessita di un ulteriore chiarimento, ma noi siamo certi che poter utilizzare ad esempio le retine che consentono di vedere il contenuto e possono essere riutilizzate non è, né ci auguriamo sia mai, una pratica fuori legge! Insomma spetta ora ai gruppi della grande distribuzione e agli esercenti valutare come e se offrire alternative all’utilizzo dei sacchetti biodegradabili».

Osiamo pensa che, risolti i problemi interpretativi, questa legge possa dare un contributo significativo ad importanti obiettivi: 1.     Riduzione dei rifiuti alla fonte. Sappiamo infatti che il consumo delle plastiche flessibili è il primo problema di littering (dispersione rifiuti nell’ambiente) nel mare, nei laghi e nei suoli. Virare verso materiali compostabili da usare in modo sempre consapevole darà un importante contributo.  2.     Riduzione della plastica nella raccolta dell’organico e quindi nel compost che si andrà a formare. Abbiamo infatti più volte denunciato che l’uso della plastica per la raccolta della frazione organica è un grande problema perché implica una riduzione della resa del compost e soprattutto restituisce un prodotto che in linea di principio è un ottimo fertilizzante ma che gli agricoltori stentano ad usare perché ancora troppo ricco di pezzetti di plastica. 3.     Aumento della consapevolezza da parte del cittadino che utilizzerà con parsimonia gli imballi e li potrà anche riutilizzarli nella raccolta della frazione organica.  Ribadiamo infine come con lo sforzo di tutti, occorrerà aiutare a verificare la corretta applicazione della legge nella nostra regione e denunciare l’eventuale presenza di sacchi illegali  che già sappiamo essere diventato fiorente business per le organizzazioni malavitose, altresì invitiamo i cittadini a denunciare abusi e cattive applicazioni della legge».

Umberto Mazzantini da Greenreport.it

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