Multinazionali: penitenti ed impenitenti

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Tutto in un giorno. Mentre mercoledì 13 giugno la Raizen, una joint venture costituita nel 2010 tra Shell e Cosan, il colosso brasiliano dell’etanolo, decideva di non comprare più la canna da zucchero proveniente dalle terre indigene rubate al popolo Guaranì in Brasile, oltre 100 attivisti, una parte dei quali arrivati dalle aree inquinate, manifestavano fuori e dentro i cancelli della sede centrale della Chevron nell’esclusiva San Ramon in California in occasione dell’assemblea degli azionisti. Ad organizzare il presidio c’erano alcune organizzazioni per la giustizia ambientale come Amazon Watch, Rainforest Action e il gruppo 99 Percent Power, una coalizione nata alcuni mesi fa, che coniuga il movimento Occupy con la lotta contro l’avidità delle multinazionali e ideatrice dell’enorme pupazzo che riportava la domanda: “Quando inizierete a comportarvi in modo sostenibile e smetterete di pensare solo al vostro guadagno?”

Ma andiamo con ordine. Nella comunità di Valdelice Veron, che si trova nel Mato Grosso do Sul, i Guaranì erano da anni costretti a subire lo sfruttamento delle proprie terre da parte della Raizon, che con l’intento di produrre biocarburanti estratti dalla canna da zucchero finiva con l’acquistare la canna da appezzamenti sottratti con la forza alle terre Guaranì e partecipava all’inquinamento di vaste aree a causa dei pesticidi utilizzati nelle piantagioni di bio-fuel. Per Survival International, la prima associazione a lanciare l’allarme, “I leader Guaranì venivano regolarmente uccisi da sicari armati al soldo dei coltivatori di canna da zucchero e degli allevatori, che hanno rubato loro praticamente tutta la terra”. Il Governo brasiliano aveva assunto l’incarico di delimitare le terre dei Guaranì e restituirle loro, ma l’intero processo era presto giunto ad un punto morto e i Guaranì cacciati con la violenza dalle loro terre continuavano a vivere in condizioni terribili, “soffrendo malattie, malnutrizione, violenze e numerosi casi di suicidio” in riserve sovraffollate o accampati ai margini delle strade.

Ora, con una decisione storica arrivata in seguito alla pressione di Survival e del Pubblico Ministero Brasiliano, la Raizen si impegna ad andarsene pacificamente offrendo un contributo alle popolazioni danneggiate da anni di razzie e soprusi: “Vogliamo che il nostro ritiro sia di buon esempio per tutte le aziende che verranno - hanno dichiarato i portavoce della Raizen - Ci impegniamo a rispettare le terre indigene indicate dal Dipartimento Brasiliano agli Affari Indigeni (Funai)” e di fatto entro il prossimo 25 novembre l’azienda partecipata dal colosso Shell "smetterà una volta per tutte di acquistare la canna da zucchero in quei territori".

Questa decisione creerà così un precedente per il Brasile, che per Stephen Corry, direttore generale di Survival International “rappresenta una grande vittoria, una speranza per i diritti dei popoli indigeni ed in particolare per tutti i Guaranì che per anni sono stati lasciati morire sul ciglio della strada e sono stati cacciati via dalle loro terre a causa delle piantagioni di canna da zucchero. […] Altre aziende devono seguire l’esempio della Raizen e smettere di finanziare il furto della terra Guaranì. È arrivato il momento che il mondo prenda coscienza, che i biocarburanti brasiliani sono macchiati di sangue indigeno”.

Ma a circa 10.000 chilometri di distanza, nonostante la contemporaneità, questo “momento” sembra ancora distante e all’interno della sede della Chevron, una folla più tranquilla di quella fuori dai cancelli applaudiva John Watson, direttore generale e presidente del Consiglio della Chevron, che parlava, “del record di 26,9 miliardi di dollari negli utili della società dello scorso anno, dei crescenti risultati nella sicurezza, e degli sforzi della Chevron per valorizzare le comunità all’interno delle quali opera” sostenendo la tesi che “l’abbondanza di energia accessibile a tutti migliora la qualità della vita di tutti”.

Ma mentre la maggior parte dei consiglieri acclamavano i progressi della Chevron, altri azionisti e i loro delegati nel question time della multinazionale sollevavano interrogativi e critiche in particolare sull’inquinamento che a loro parere la Chevron provocherebbe per la ricerca e l’estrazione di gas naturale e petrolio in tutto il pianeta. In particolare, è stata espressa preoccupazione per la contaminazione di alcune aree della foresta pluviale ecuadoriana da parte della Texaco, predecessore della Chevron, sulla quale pende una sentenza confermata dalla corte d’appello ecuadoriana che lo scorso gennaio ha condannato la Chevron a pagare una multa di 18 miliardi di dollari di risarcimento e che per il presidente Watson è solo “un esempio di frode perpetrata ai danni della nostra impresa.

Luz Cusangua, proveniente proprio dalla regione danneggiata in Ecuador, ha chiesto che la Chevron si assuma la proprie responsabilità dal momento che “I nostri figli sono deformi, mentre voi siete qui a celebrare i vostri profitti”. Ma l’Ecuador era in buona compagnia. Emem Okon del Kebetkache Women Development & Resource Center in Nigeria ha raccontato agli azionisti di un incendio in un impianto petrolifero della Chevron che ha continuato a bruciare per 46 giorni, contaminando l’area circostante e distruggendo il sostentamento della popolazione. Cristóvão Luemba, dall’Angola, ha dichiarato, “Le politiche della Chevron nella provincia di Cabinda stanno mettendo in pericolo le nostre comunità, in particolare quella dei pescatori” con “fuoriuscite di petrolio giornaliere”. Antonia Juhasz della coalizione True Cost of Chevron ha parlato agli azionisti di una fuoriuscita in Brasile per la quale alla Chevron è stato chiesto di pagare approssimativamente 22 miliardi di dollari e João Antonio de Moraes, coordinatore della United Federation of Oil Workers in Brasile si è rivolto agli attivisti sul marciapiede fuori dalla sede della Chevron sostenendo come “Noi, lavoratori del petrolio brasiliani, siamo d’accordo sul fatto che la Chevron ha paura delle persone”, ha spiegato tramite un interprete. “Per ciò che hanno fatto sulle coste del mio Paese, sulle coste fuori da Rio de Janeiro con una fuoriuscita di quasi un intero chilometro di lunghezza, esigiamo che paghino… La forza è con noi, con le persone, e non con l’arroganza della Chevron”.

Watson ha risposto ad ogni oratore e si è assunto la responsabilità di alcuni dei danni ambientali, ma fino a un certo punto. “Siamo dispiaciuti”, ha detto, “la nostra politica è di riparare ad ogni fuoriuscita”, ma anche “creare posti di lavoro” e “sostenere un programma di microcrediti”. Tuttavia “non siamo perfetti. Abbiamo commesso degli errori e imparato da essi”. È lecito quindi chiedersi, come sagacemente faceva il pupazzo all'entrata del quartier generale della Chevron, quando, proprio per via di questi “errori”, “inizierete a comportarvi in modo sostenibile e smetterete di pensare solo al vostro guadagno?”.

Alessandro Graziadei

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