Europa: leader mondiale nella deforestazione

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Lo sapevate che, ancor prima di statunitensi e canadesi, siamo noi europei i primi consumatori di foreste al mondo? Un triste primato registrato il 2 luglio dalla stessa Unione Europea nel rapporto “The impact of EU consumption on deforestation” la cui lettura ci rende tutt’altro che fieri e dal quale secondo il WWF “emergono prove inquietanti su come l’Unione importi prodotti derivanti dalla deforestazione in quantità superiore a quella prevista, nonostante il suo impegno a ridurre la deforestazione tropicale del 50% entro il 2020”.
 Come parte della sua strategia per affrontare i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità a livello mondiale, la Commissione europea ha lanciato questo studio nel 2011 per valutare l'impatto del consumo europeo sulla perdita delle foreste nel mondo. Lo studio, ora completato, fornisce una valutazione approfondita dell’impatto dell'Unione sulla deforestazione e fornisce anche indicazioni generali per le possibili risposte politiche ad una situazione allarmante perché, a quanto pare, ci mangiamo letteralmente le foreste, se come si legge sul rapporto “tra il 1990 e il 2008, i consumi europei hanno causato l’abbattimento di foreste in varie parti del mondo per un’estensione pari ad almeno 9 milioni di ettari”, una superficie paragonabile a quella dell’Irlanda.

Come è possibile? Il concetto chiave del rapporto dell’Ue è la deforestazione indiretta, che si basa sull’analisi delle importazione di beni di consumo legati all’abbattimento delle foreste, soprattutto quelle di Amazzonia, Sud est asiatico ed Africa. Noi di fatto non importiamo legname, ma registriamo enormi consumi soprattutto di prodotti alimentari come carne, latte, caffè e tutti quei prodotti alimentari che trasformano definitivamente le foreste in pascoli o in piantagioni e sono oggi riconosciuti come i maggiori responsabili della deforestazionesi legge nel rapporto. Se è vero che la maggior parte delle colture e dei prodotti animali connessi con la deforestazione nei paesi di origine sono consumati a livello locale o regionale, e non sono oggetto di scambi internazionali, risulta però che negli ultimi 18 anni nel mondo sono stati esportati principalmente da Paesi in via di sviluppo il 33% dei raccolti e l’8% del bestiame prodotti grazie alla deforestazione. Di questi, l’Europa ne ha importato e consumato il 36%, mentre nello stesso periodo, i più limitati consumi di Usa e Canada hanno complessivamente causato l’abbattimento “solo” di 1,9 milioni di ettari di foreste; mentre quelli dell’Asia orientale (Cina e Giappone compresi) hanno contribuito con l’abbattimento di 4,5 milioni di ettari.
 Per il WWF inoltre, “l’affermazione che 9 milioni di ettari sono stati deforestati indirettamente dall’Unione Europea è solo prudenziale e andrebbe rivista al rialzo, se si volesse tener conto anche delle importazioni legate a prodotti tessili e servizi vari”.
 L’aumento dei consumi di colture come la soia, l’olio di palma e prodotti connessi, così come il consumo di carne, sono la causa principale della deforestazione nelle aree tropicali e la Commissione europea, gli stati membri e il Parlamento europeo alla luce di questi risultati - ha detto Dante Caserta, presidente del Wwf Italia - devono agire subito”.

Dello stesso avviso anche Greenpeace che con Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste della ong ha dichiarato che “se la nostra impronta forestale continuerà a crescere e l’Europa non cambia subito rotta rischiamo di compromettere l’intero ecosistema. Per questo dovremmo cominciare a dare il buon esempio, eliminando la deforestazione per la quale siamo direttamente responsabili”. Un’osservazione cha almeno sulla carta, si legge in una nota della stessa Ue, trova d’accordo la stessa Commissione Europea secondo la quale “I risultati dello studio devono ora contribuire all’attuazione di una serie di iniziative politiche in materia di efficienza delle risorse e sviluppo sostenibile e devono essere la base per l'esame delle azioni o delle proposte da parte di Commissioni future in materia di deforestazione”.

Dato il numero di questioni trattate dallo studio, ogni eventuale “follow up” dovrà essere basato su un ampio dibattito con tutte le parti interessate, ma è chiaro che se l’Unione vuole tornare ad atteggiarsi a prima della classe in campo ambientale deve mettere mano ad alcune delle questioni evidenziate nello studio, come ad esempio l'impatto del settore alimentare, le abitudini di consumo e una migliore informazione e sensibilizzazione presso consumatori e industriali. Proprio al fine di continuare a lavorare in questo campo, la Commissione Europea ha convocato un confronto con gli esperti e le associazioni della società civile nel corso dell'ultimo trimestre del 2013 e del 2014. “Sulla base del feedback ricevuto a tali riunioni, - si legge sempre nella medesima nota Ue - la Commissione intraprenderà anche un’ampia consultazione pubblica via web per raccogliere i pareri aggiuntivi in ​​tutta l’Unione con l’obiettivo di raccogliere ulteriori suggerimenti e di valutare criticamente future iniziative politiche”.

Ma un’altra questione che è rimasta fuori dal rapporto interroga il futuro dell’Unione ed è quella dei biocarburanti che ora costituiscono circa il 5,7% delle miscele di benzina e gasolio, ma dovranno arrivare al 10% entro il 2020 sfruttando per l’operazione un terreno agricolo più grande del Belgio. In teoria, ma solo in teoria, i biocarburanti dovrebbero esser amici del clima: le piante da sui sono ricavati hanno assorbito dall’atmosfera anidride carbonica, il gas dell’effetto serra e quando vengono bruciati essa viene semplicemente restituita all’atmosfera, ma in realtà la coltivazione e la produzione di biocarburanti richiede trattori, macchinari, concimi, pesticidi e soprattutto nuove terre sottratte alle foreste o alle coltivazioni alimentari.

In questo caso un terreno agricolo grande più del Belgio in qualche parte del mondo sarà adibito a sfamare le vetture europee e i poveri del mondo tireranno ulteriormente la cinghia e-o i terreni coltivati saranno ulteriormente ampliati a spese delle foreste. La direttiva Ue ora in vigore raccomanda che non vengano incentivati biocarburanti prodotti distruggendo le foreste ma è probabile che i biocarburanti cresciuti su terreni freschi di deforestazione non prenderanno la strada dell’Europa, lasciando inalterato il risultato planetario. Ma allora come contrastare questo modello consumistico? Le associazioni ambientalista preoccupate per questa ingombrante lederschip europea non hanno dubbi: “O proseguiamo in una autodistruttiva deforestazione o mettiamo energie e volontà politica in una lungimirante decrescita felice!”.

Alessandro Graziadei

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